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Vogliamo parlare dei 'fatti'?


Ci sono molti modi di affrontare la questione, uno di questi è mantenere un “profilo alto,” cioè non scadere nel pettegolezzo, o peggio nella calunnia, senza tuttavia eludere i fatti—e magari con una buona dose di fair play, che non guasta mai quando non serve a camuffare la realtà ma semplicemente a dire le cose con chiarezza senza tuttavia fare sconti a nessuno. Direi che, da questo punto di vista, l’editoriale che si legge oggi sul sito del Riformista rappresenta un esempio da manuale del giornalismo politico. Va letto attentamente e per intero, ma un paio di citazioni penso che possiamo consentircele:
 
Per togliere il fango dal ventilatore non basta prendersela con «la campagna a comando» come ha fatto Massimo D’Alema sabato scorso sull’Unità. I fatti vanno affrontati nel merito. Ce ne sono diversi, elusi finora dai due massimi dirigenti diessini. D’Alema dice di non conoscere né Fiorani, né Ricucci, né Gnutti. Ma Consorte sì e bene. Ammette di aver parlato con lui e che le sue conversazioni, non solo quelle di Fassino, sono state probabilmente intercettate. Lo scandalo non sta in quelle telefonate, aggiunge, ma nel fatto che vengano pubblicate e si parli del loro contenuto. «E’ come se per il Watergate negli Usa si fosse discusso delle conversazioni tra i leader democratici e non del fatto che erano spiati dal governo». La differenza è che le intercettazioni erano state predisposte dalla magistratura per accertare reati connessi esattamente ai contenuti delle conversazioni […].
 
[…]
 
Anziché «abbiamo una banca», Willy Brandt, Olof Palme, Tony Blair preferivano dire «abbiamo una legge bancaria». E’ il modo migliore per regolare i rapporti tra affari e politica che sono sempre instabili e tendono per loro natura a farsi promiscui in qualsiasi latitudine (non siamo certo degli idealisti ingenui). Sembra quasi che in questi anni di opposizione dura, di traversata nel deserto, asperrima anche perché l’Italia è governata da Berlusconi che è uomo d’affari e politico a un tempo, i Ds e il centrosinistra in generale siano rimasti colpiti da una sindrome minoritaria, dimenticando di aver governato per cinque anni. Hanno pensato di conquistare piazzeforti e casematte, una sorta di post-togliattiana marcia dentro il capitalismo. E’ qui, forse, la radice profonda degli errori. Anzi, l’errore politico principale.
[I corsivi sono miei]
 
Alla direzione Ds della prossima settimana si spera che si discuta soprattutto di queste cose, e soltanto in seconda battuta, se avanza un po’ di tempo, di complotti e di «campagne a comando»—ipotesi di lavoro che, sia ben chiaro, in questo Paese non è mai molto saggio escludere a priori.

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Categorie:interni
  1. 8 gennaio, 2006 alle 16:45

    Dici bene, con un certo fair play si possono dire cose anche molto “antipatiche”, ad esempio questa: “i rapporti tra affari e politica che sono sempre instabili e tendono per loro natura a farsi promiscui…”
    Un editoriale molto onesto ed anche piuttosto esplicito. Ciao
    w.

  2. 8 gennaio, 2006 alle 18:42

    Chi vuol capire capisce, questo è certo. Ciao

  3. 9 gennaio, 2006 alle 12:48

    “Si vergognino, sono riusciti a fare qualcosa di peggio di quello che aveva fatto Craxi” (Occhetto. Occhetto, non Bondi).

  4. 9 gennaio, 2006 alle 16:13

    Infatti è stato querelato …, anzi no, confondevo con Giuliano Ferrara …

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