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Florilegio della sinistra 'etica'


Proseguo con quei contributi alla comprensione del delicato momento storico della sinistra—lo dico senza ironia, dacché la congiuntura è davvero dannatamente importante e cruciale—che sono mossi non da preconcetta ostilità, ma semplicemente da un onesto desiderio di trasparenza. Avevo cominciato con l’editoriale del Riformista, ora è il momento di altre tre riflessioni molto pacate e, appunto, per niente ispirate da sentimenti ostili: quelle di Gianni Riotta (Corsera),
Gianfranco Pasquino (L’Unità) e Mario Pirani (la Repubblica).
 
Dunque, Riotta  svolge un ragionamento che, nella sua semplicità, potrebbe persino risultare banale, ma non lo è, o meglio, lo è, ma soltanto perché una buona dose di banalità è insita nella situazione di cui ci si occupa:
 
Coniugare politica ed economia non è facile, come sanno bene gli americani alle prese con lo scandalo Abramoff. Ma certo non è querelando i giornali che il rapporto con l’opinione pubblica si riequilibra.
 
“Sono in tanti a porre domande ai Ds,” prosegue Riotta, e qui una pacca sulla spalla a chi al momento è sulla graticola: “e pochissimi lo fanno con innocenza angelica ( …).” Sembra di capire che l’editorialista si riferisca a quelli del centro-destra, il che non costituirebbe, a dire il vero, un’intuizione particolarmente brillante da parte sua: che altro dovrebbero fare degli avversari politici in simili frangenti, gettare scialuppe di salvataggio? Comunque, Riotta riprende subito il filo del discorso:
 
ma le domande non possono restare inevase, né essere azzittite con gli avvocati, solo perché l’interlocutore irrita. Si chiamino Giuliano Ferrara, direttore del Foglio (minacciato di querela perché, a suo giudizio, i fondi di Consorte possono celare tangenti), Barbara Spinelli che accusa D’Alema di «disincanto etico» e Fassino di «inebetita ignoranza», Rina Gagliardi di Liberazione amareggiata perché la sinistra (gulp!) deve «vivere dentro il capitalismo», Valentino Parlato persuaso che i Ds abbiano commesso «Non reati ma errori», gli osservatori vanno considerati con attenzione, giudicandone le domande non per gli interessi o la malizia del caso, ma per le questioni che pongono. […]
 
La conclusione del ragionamento è un’apertura di credito, ma ad un paio di condizioni: finirla con la storia della «diversità» e decidersi a fare, una buona volta, il partito democratico.
 
Tutti i leader riformisti possono vedere nel caos di oggi l’occasione per imbalsamare le sirene della «diversità» e del «come eravamo», realizzando che «governare il mondo moderno» non è un «tradimento», è la sfida più autentica per una forza politica progressista, a garanzia di chi vuole sviluppo. Un partito democratico comune che declini nel XXI secolo le parole e gli ideali antichi di libertà e giustizia non è la morte della sinistra: è la possibile resurrezione di una nuova sinistra. Il resto sono cabale, meschinità e antiquariato, poche idee, molti tarli.
 
La seconda riflessione è quella di Gianfranco Pasquino (L’Unità, cercate il testo qui). Il primo colpo è per la controparte, ma poi il cerchio si stringe (sebbene con un certo garbo):
 
Il difficile non è difendersi dagli attacchi di avversari politici immersi in clamorosi e strutturali conflitti di interessi. Semmai, è più difficile difendersi dalle «benevole» critiche di non del tutto irreprensibili alleati. Il difficile non è spiegare l’esistenza di telefonate con le quali, probabilmente in modo incauto, alcuni dirigenti di partito chiedevano informazioni. Più difficile è spiegare il tono delle conversazioni e il tifo per le operazioni.
Infatti, emerge un legittimo dubbio.
Che in quelle telefonate, nelle varie dichiarazioni, in qualche comportamento facciano la loro comparsa ingenuità e incompetenza che dirigenti politici di alto livello e di lungo corso non dovrebbero proprio avere.
 
Incauti, ingenui, incompetenti. Mi sembra il minimo, ma, di per sé, non sono neanche accuse troppo lievi per dei dirigenti nazionali (non dei militanti qualsiasi, dei veri e propri professionisti della politica). Poi, anche Pasquino ha qualcosa da dire sulla «diversità»
 
La diversità, che bisogna esigere, esibire e esaltare, non sta in una presunta originaria e perdurante superiorità etica, che sarebbe comunque da dimostrare quotidianamente, e, in special modo, nei momenti in cui viene sfidata, ma nella capacità di tenere la politica separata dall’economia (dalla finanza e dal mondo dei mass media) e di sanzionare rapidamente e duramente chi varchi, grazie a privilegi, sotterfugi, protezioni e corruzione, quei confini, in un senso o nell’altro.
 
Segue una doverosa (ma abbastanza ovvia) distinzione tra comportamenti eticamente censurabili e comportamenti “giuridicamente, prima ancora che politicamente,” sanzionabili. Ci mancherebbe altro, verrebbe da dire. La conclusione è condivisibile al punto tale che non metterebbe neppure conto di riportarla, ma dato che ce l’ho pronta su pulsante destro del mouse eccola qua:
 
Mi pare opportuno andare contro la logica mediatica dello scoop che trascura la struttura dei fenomeni, e, come ha indicato Fassino nella sua intervista a la Repubblica, stabilire con ostinazione e con durezza l’ordine delle priorità e delle responsabilità.
 
 
E veniamo a Mario Pirani (la Repubblica), che difende le intercettazioni e, così facendo, mostra un aspetto non irrilevante della questione:
 
Un «bravo!» a Valentino Parlato che sul "manifesto" ha inneggiato alle intercettazioni affermando che «la privacy è una forma di difesa per i cittadini comuni ma non per i protagonisti della cosa pubblica». Quando l´ho letto avevo già deciso di sostenere una analoga tesi nella odierna rubrica.
 
Seguono argomentazioni che mi sembrano persuasive e condivisili non soltanto da parte di
“quanti, come Parlato e il sottoscritto, non reputano incombente la restaurazione dell´assolutismo borbonico,” insomma mi metto anch’io tra coloro che pensano che
 
la trasparenza della politica, assicurata dalla libertà di stampa – compresa la pubblicazione delle telefonate delle personalità pubbliche – costituisca oggi una indispensabile garanzia per impedire il trionfo dei Fiorani e dei Consorte.
 
 
Una coda sulla scia delle ultime agenzie: mentre Bertinotti ci dà dentro brandendo la spada dell’ideale («È fondamentale che la sinistra riacquisti il senso profondo delle sue origini, il suo legame al mondo del lavoro e all’idea di uguaglianza»), un D’Alema più “morbido,” nel corso della registrazione di Porta a Porta, fa questa rivelazione:

«Ho vissuto la scoperta di conti esteri, non so se leciti o illeciti, questo lo appurerà la magistratura, con profondo stupore e amarezza personale anche perché stimo Consorte, è un manager di grande valore.» (Apcom)
 
Ci stiamo avviando verso il grande disgelo?

Categorie:interni
  1. avy
    9 gennaio, 2006 alle 19:34

    caro windrose, ot, “sei stato scelto”: ti ho coinvolto nella catena di san maniaco. %-)

  2. 9 gennaio, 2006 alle 20:50

    Un’autentica “mascalzonata,” caro Avy …

  3. 9 gennaio, 2006 alle 22:20

    Un’osservazione su questa complessa vicenda da un’angolatura, credo, diversa rispetto a quella in cui è trattata di solito.
    Nell’intervista di oggi sul Corriere a Flores D’Arcais, l’ultima domanda metteva l’uomo di fronte a un grave quesito: cos’è quest’uso e abuso di parole come etica e morale? Questa non è una faccenda politica?
    D’Arcais, bontà sua, replicava che questa non c’è contraddizione. Realismo politico innanzitutto.
    Ecco: dopo aver citato Machiavelli a proposito e a sproposito, dopo aver predicato che etica e politica sono corpi separati non correlati, dopo aver descritto la democrazia come “neutralità da tutti i valori”, qualcuno scopre che senza etica la società tracolla.
    Era ora.
    Come sai già, WRH, a me il relativismo non va proprio giù. Buon anno 🙂

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