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Il cortocircuito di Hamas


La vittoria di Hamas sta provocando parecchi cortocircuiti politici, come si poteva facilmente immaginare. Parlarne o scriverne è una specie di sfida all’OK Corral per le intelligenze che decidono di cimentarsi, sia che ci si consideri (a torto o a ragione) in qualche modo “esperti” di questioni mediorientali sia che ci si riconosca “inadeguati,” e pur tuttavia strattonati dalla realtà e provocati senza misericordia a interrogarsi e a rispondersi pubblicamente sul significato degli eventi e sulle possibili conseguenze. Nello stesso tempo, paradossalmente, questa volta la questione sul tappeto sembra quasi “semplice” nella sua brutale evidenza: insomma, c’è poco da girarci intorno, qui hanno vinto i terroristi, punto e basta. E allora? Allora, delle due l’una: o siamo tutti, palestinesi compresi, “colpiti e affondati” oppure, per qualche misterioso motivo, da questo male può nascere un bene.
 
Ieri Christian Rocca propendeva per una visione ottimistica—e tra i blogs che leggo abitualmente se ne individuavano alcuni sulla stessa lunghezza d’onda: 1972, JimMomo, Foglie d’Erba. Oggi non ho avuto il tempo di andare in giro per la blogosfera (lo farò più tardi, spero), ma sono riuscito a leggere un bel po’ di editoriali, commenti, interviste, ecc.. Le riflessioni che citerò in questo post sono evidentemente quelle che mi hanno colpito di più, anzi, sono quelle che, a turno, mi sembrano aver colto aspetti essenziali ed espresso concetti particolarmente convincenti.
 
Piuttosto equilibrato mi è sembrato l’editoriale del Foglio, più prudente della dichiarazione di fede a oltranza nella democrazia di Christian Rocca. Si comincia col mettere dei paletti:
 
La democrazia ha il proprio fondamento fuori di sé: prima nascono le costituzioni, che fissano quel fondamento e formalizzano lo stato di diritto, poi le democrazie. Alle elezioni dovrebbero concorrere soltanto i partiti che quel fondamento riconoscono e rispettano. Nella parte di mondo in cui trionfano l’odio teologico islamista e la violenza indiscriminata come disconoscimento dell’esistenza dell’altro, e questo è Hamas, il nocciolo di valore che legittima la democrazia non esiste.
 
Ma subito dopo si aggiusta il tiro:
 
Tuttavia c’è anche un valore in sé della democrazia, come tecnica di convivenza fondata sul diritto eguale al voto popolare. Anche in una democrazia solo elettorale, selvaggia, istituita in condizioni di emergenza e di dubbia statualità, un elemento di valore resta intatto.
 
La conclusione del ragionamento è, appunto, un esercizio di alta scuola circense (nel senso migliore dell’espressione, ovvio), un salto mortale sul filo dell’equilibrista (e senza rete):
 
Di fronte al governo degli shahid, in via di formazione e dotato di una larga maggioranza, l’occidente non può che fissare il confine: non si tratta con i terroristi, con chi vuole l’annientamento del popolo e dello stato nemico e la loro cancellazione dalla carta geografica. Poi può e deve pragmaticamente favorire, ma senza pericolose illusioni e indulgenze, la possibilità di una laicizzazione di Hamas e di una sua riduzione allo stato di organizzazione civile, che rinnega il terrorismo.
 
A me sembra un approccio solo apparentemente contraddittorio, in realtà un modo realistico di presentare la posta in gioco.
 
E veniamo adesso all’intervista di Amato al Corriere della Sera. Un altro esercizio di flessibilità ed equilibrio. Ma anche precisi addebiti per quanto riguarda le responsabilità dell’Autorità palestinese, di Israele, degli Stati Uniti, dell’Europa, della sinistra. Quasi una requisitoria che non risparmia praticamente nessuno, ma, a mio modo di vedere, molto lucida e pienamente giustificata. Anche Amato sottolinea un aspetto che non è sfuggito all’editorialista del Foglio: la democrazia non è soltanto «procedura». E si spiega così: 
                  
«Un grande orientale come Amartya Sen ha messo in dubbio che la democrazia coincida con un processo elettorale. Credo abbia ragione. Dovremmo saperlo bene, visto che ce lo ha ripetuto più volte Norberto Bobbio. Una democrazia si identifica certo con un sistema elettivo dei dirigenti e con il principio di maggioranza, ma anche con le garanzie delle minoranze, il radicamento delle libertà fondamentali e il rispetto della persona, che implica la scelta della pace in luogo della violenza. Esistono quindi requisiti sostanziali e non solo processuali. Noi, che vorremmo che la democrazia prendesse piede ovunque, dobbiamo chiederci se facciamo abbastanza per garantirne i fondamenti; altrimenti se ha senso, quando dipende da noi, far avanzare le procedure elettorali in mancanza delle altre condizioni. Perché in tal caso andremmo incontro ad altre amare sorprese».
 
 
Infine, l’intervistatore (Aldo Cazzullo) riporta Amato alle cose di casa nostra, e la risposta mi sembra molto interessante:
 
[D] A sinistra è in corso un dibattito sulla dottrina dell’esportazione della democrazia. Già un anno fa al congresso Ds D’Alema spiegava di preferirla all’appoggio alle dittature militari, come negli anni 70.
[R] «Questo è giusto. Il paradosso è che sia stata l’amministrazione Bush a farcelo ricordare. Ma l’autodeterminazione dei popoli è da sempre un tema caro alla sinistra; penso a una personalità come Lelio Basso e al suo tribunale Russell. Un conto però è sostenere l’autodeterminazione dei popoli, un altro imporla dall’esterno con un intervento militare. Questo non ci deve impedire di riconoscere che noi tutti abbiamo sonnecchiato a lungo, mentre perduravano regimi autoritari sotto cui soffiava la crescita dei fratelli musulmani e di altri estremisti. Il lavoro che persone come Emma Bonino facevano, e suggerivano di fare, andava e va preso molto sul serio».

 
E vengo, infine, a quella che mi è sembrata la riflessione più provocatoria, sostenuta per altro da un’analisi puntuale della situazione e delle prospettive che si aprono (o che potrebbero aprirsi). L’ha firmata Emanuele Ottolenghi sul Riformista. La tesi è chiarissima:
 
Contrariamente alle inquiete e ansiose reazioni ufficiali alla vittoria di Hamas nel parlamento palestinese, il risultato del voto di mercoledì è positivo. Non nel senso datogli dai difensori di Hamas, secondo cui la prossimità col potere favorirà senz’altro un processo di cooptazione del movimento islamista alla logica parlamentare, rafforzandone per conseguenza l’ala moderata. Non esiste un’ala moderata di Hamas e le differenze esistenti nel movimento – tra l’ala armata e quella politica, tra la leadership palestinese e quella in esilio a Damasco – sono differenze tattiche, non strategiche. No, la ragione è che, per dirla con Lenin, «peggio è meglio».
[…]
In opposizione – o come partner minore in un governo di coalizione guidato da Fatah se Hamas avesse vinto il previsto 35% dei consensi – Hamas poteva permettersi, anche grazie all’ipocrisia morale e intellettuale di coloro che nel mondo occidentale sminuivano la sua retorica come mera tattica, di influenzare la politica palestinese senza dover abbandonare la strada della lotta armata e disarmare la propria milizia. Ma ora quel gioco ambiguo è finito. Vincendo, ora Hamas deve mostrare al mondo il suo vero volto: niente più maschere, niente più veli, niente più doppiezza.
 
Ottolenghi spiega e argomenta doviziosamente la sua tesi. Se ha ragione o torto lo diranno le prossime settimane, o al massimo i prossimi mesi. Io spero che abbia visto giusto, e penso di non essere il solo. Più in là non mi spingo, ma sarei tentato di dire che, nella sfida delle intelligenze di cui parlavo all’inizio, se l’audacia fosse il criterio di giudizio, la vittoria ai punti sarebbe proprio la sua. Di Emanuele Ottolenghi (qui il suo profilo biografico).
 
 
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Categorie:esteri
  1. anonimo
    27 gennaio, 2006 alle 23:20

    Se ho ben capito la tesi di Ottolenghi, essendo il vero volto di Hamas impresentabile, il mostrarlo gli alienerà l’appoggio fin qui avuto dall’Occidente. Sarà perciò molto difficile, se non impossibile, dare ai palestinesi quel “buon governo” che essi si aspettano. Se Hamas continuerà ad usare l’arma del terrorismo integralista non potrà governare bene, ma se vi rinunciasse rinuncerebbe alla propria identità. Entrambe le strade dovrebbero portare a un ridimensionamento di Hamas. Speriamo sia così.

    Minerva

  2. 28 gennaio, 2006 alle 0:06

    Sì, Minerva, speriamo, ma forse (secondo me …), è più che una speranza: c’è qualche probabilità che gli eventi si sviluppio secondo lo schema di Ottolenghi. Ciao

  3. 28 gennaio, 2006 alle 16:57

    “Peggio è meglio” mi ha fatto venire in mente la critica al marxismo che Ratzinger fa nella sua nuova enciclica, quando rammenta che al marxista la carità non va bene perché frena il processo rivoluzionario. Va bene, ora Hamas rivelerà il suo vero volto, ma i palestinesi il volto di Hamas lo conoscono già. Si ribelleranno? O finirà che fra qualche anno si dovrà intevenire in forze in Palestina? O magari Hamas si trasformerà lentamente in una specie di Fatah mentre altri gruppi più estremisti occuperanno la sua nicchia sociale? Non è dato di saperlo.

  4. 28 gennaio, 2006 alle 17:04

    La tesi di Ottolenghi, sposata dall’ottimo WRH, mi sembra la più pensata e la meno superficiale. Credere che possa succedere in Palestina quanto è accaduto nell’Irlanda del Nord (o altrove), è ingenuo. Hamas non ha un volto moderato da mostrare: è questo che molti palestinesi hanno votato: il volto cattivo, il mitra, il Corano.
    Il voto è stato indubbiamente anche un gesto di ribellione: a Fatah, alla corruzione, all’eredità (no, non i dollari imboscati!) di Arafat… ma è un voto che presto rivelerà molte contraddizioni. Hamas non è in grado di farsi forza di Governo, ovvero di superare il momento rivoluzionario. Questo ci colloca sul bordo dell’abisso, temo.

    Saluti

  5. 29 gennaio, 2006 alle 0:40

    Anche io, con Allam e altri, non vedo il bicchiere pieno delle elezioni. No davvero: le elezioni a cui partecipano gli hitler, gli ahmadinejad, i saddam, etc etc. NON sono un passo avanti, ma un passo indietro per la democrazia. Occorre PRIMA seminare la cultura della democrazia, POI appoggiare il pluralismo e la formazione di più partiti democratici, INFINE ridurre di importanza (e non finanziare come ha fatto quel “delinquente” di ex Capo della Commissione Europea) i partiti violenti… Insomma serve un processo democratico, e non una farsa. Ne sono assolutamente convinto e dissento su questo tema da Enzo, JimMomo, Christian e anche da Ottolenghi (non a caso intervistato su RadioTre Mondo, trasmissione bella ma su asset RaiNews24 o quasi), pur apprezzandoli tutti quanti IN TOTO. Aggiungo: spero di sbagliarmi…

  6. 29 gennaio, 2006 alle 17:02

    ottimo, Rob..e condivido le tue valutazioni finali. Un abbraccio. Alain

  7. 30 gennaio, 2006 alle 10:40

    per fortuna hanno la maggioranza assoluto: il governo logora.

  8. avy
    30 gennaio, 2006 alle 16:03

    caro windrose, mi era sfuggita l’analisi di ottolenghi ma mi rallegro di averla inconsapevolmente esposta fra le prime righe del mio postino del 27 gennaio… %-)

    il caro giuliano amato, però, pare che abbia amareggiato con una parte della sua intervista il portavoce della comunità ebraica milanese… ho appena postinato nel mio cestino la lettera aperta che gli ha scritto.

  9. 30 gennaio, 2006 alle 19:30

    Grazie a chi ha commentato questo post. Mi scuso se non ho dato segni di vita finora … ma sono stato assorbito completamente dall’upgrade del sistema operativo (dal caro vecchio Windows 98 a Windows XP), resosi oramai improrobabile. Ho dovuto tribolare un bel po’ coi drivers, ma ora è quasi tutto a posto.

    Caro Avy, la protesta cui alludi–che ignoravo–non mi sorprende. Ora vado a leggere. Comunque, penso che sia difficile escludere a priori che anche Israele abbia la sua parte di responsabilità. Che in ogni caso, a mio avviso, è infinitamente meno pesante di quella di altri “attori” sulla scena internazionale. Nel merito, poi, ovviamente bisogna vedere e distinguere accuratamente.

    Ciao a tutti.

  10. 31 gennaio, 2006 alle 0:21

    Riprendo il commento di Avy e metto qui il link al post con la lettera aperta di Yasha Reibman, portavoce della comunità ebraica di Milano, pubblicata sul Foglio del 28 gennaio.
    C’è anche un mio commento sui rilievi ad Amato.

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