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Benigni: incantato da Gesù

Una cosa che ci tengo a dire, qui e una volta per tutte, è che io ve l’avevo detto, anzi, ve l’ho sempre detto, che Avvenire non è un giornale qualunque, ancorché ben fatto e molto spesso più ricco e interessante della media, che non è semplicemente il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, cioè un organo ufficiale con tutti i timbri a posto che racconta—sia pure con grandissima professionalità—una verità di parte, sebbene di una parte che vuol essere un po’ super partes, come la Chiesa cattolica di questo Paese.
 
No, Avvenire è piuttosto l’unico giornale sul quale si possono leggere due articoli come quelli che nel numero di oggi parlano di Roberto Benigni e della sua performance di lunedì scorso al teatro Verdi di Terni, città dei fidanzati e dell’amore, in forza della circostanza che San Valentino ne è il santo protettore. Invitato dal vescovo di Terni-Narni-Amelia, monsignor Vincenzo Paglia, per leggere—ovviamente alla sua maniera—il “Cantico dei Cantici” ai giovani cattolici della diocesi.
 
E allora, ecco il resoconto di una fede che “è di una semplicità candida e disarmante,” il racconto del racconto di un incipit che è lirico ed epico allo stesso tempo:
 
a Firenze durante l’alluvione – racconta – quando con le ginocchia nel fango si vide davanti la Crocifissione di Masaccio, dove Gesù non è ancora Risorto, dove il Cristo è ancora uomo. Uomo sofferente, la testa sembra staccata e poggiata sulle spalle in modo innaturale. Benigni ha un sussulto. Ha la fede che gli avevano insegnato i suoi, prima dell’incontro del Masaccio, gli sfugge ancora il senso del Cristo che segna la storia. Ma lo guarda in faccia e pensa: «Dio bono, ma questo Gesù è uguale a zio Peppino che fa il contadino ad Arezzo».
 
Già, le vie del Signore sono infinite, questo è certo. Ma quel che conta—mi permetto di aggiungere sommessamente—è il senso che diamo ai nostri zio Peppino, o alle rughe, alle mani nodose e bellissime di Madre Teresa di Calcutta. Benigni è lo sguardo di chi semplicemente ha visto e contemplato ciò che egli esprime con queste parole:
 
«L’amore è tutto, è la risposta ad ogni domanda. Per questo il Papa, quando si è trovato di fronte a tanti problemi del mondo, ha deciso di scrivere un’enciclica sull’amore».

Benigni è quello che “parla di Cristo, e ne è incantato:”
 
Gesù è l’uomo (anzi l’omo: alla toscana) che non poteva peccare, «ma si è preso i peccati di tutti», è l’uomo che non poteva morire ed è «morto per l’amore di tutti». «È stato lui a inventare l’amore disinteressato – continua Benigni -. Voi direte che l’amore c’era già. Certo! Anche le onde radio e l’elettricità ci sono sempre state, ma se non c’era qualcuno che le inventasse, non lo sapevano. È lui che ha chiarito davvero cos’è l’amore»
 
Benigni è quello che, sulla Madonna, annota diligentemente che
 
prima dell’entrata della Madre di Gesù nella storia, la donna era considerata o "riposo del guerriero" o una schiava. Alla Madonna va l’ultimo pensiero quando ritorna in scena richiamato dal vescovo Paglia che gli consegna una statua della Vergine. Lui tira fuori il suo smagliante Dante e con gli occhi che gli luccicano comincia a dire: «Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio…» e potrebbe arrivare alla fine.
 
Categorie:culture autoctone
  1. 16 febbraio, 2006 alle 14:41

    Mah! I toscani son birbanti. Fidati. A me piaceva il Benigni prima maniera, quello di “Berlinguer ti voglio bene”, tutto bestemmie e insolenze. Una bestemmia a Livorno equivale a un fioretto a Bergamo. Il Benigni che ci inebria col Cantico dei Cantici, come se noi fossimo una banda di cialtroni che s’è letto solo Diabolik e Andersen, mi puzza. Meglio Benignaccio che San Benigno.
    Salutone.
    e

  2. 16 febbraio, 2006 alle 16:09

    Le cose possono cambiare, caro Ernie, anche se posso capire che qualcuno preferisca il Benignaccio.

    A me, in ogni caso, onestamente non pare che Benigni “ci faccia” …, vabbè che io non sono toscano e quindi certe birbonate non riesco neanche a concepirle, ma c’è un limite a tutto! O no?

    Ciao

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