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Caso Calderoli: come passare dalla ragione al torto e viceversa


Si apprende da Reuters e Corriere.it (e probabilmente anche da altre agenzie ed edizioni online di quotidiani) che l’ex ministro delle Riforme Roberto Calderoli è indagato dalla Procura di Roma per l’ipotesi di reato di "offesa della confessione religiosa mediante vilipendio." Benché si tratti di un reato depenalizzato che prevede soltanto una multa da 1.000 a 5.000 euro, la notizia è di quelle che fanno un po’ girare le scatole. Almeno al sottoscritto. Come se non bastasse, Reuters, riprendendo non meglio precisate “fonti giudiziarie,” aggiunge che i
l Calderoli medesimo è stato denunciato da un avvocato (un certo Tommaso  Mancini) per il reato di "atti ostili verso uno Stato estero che espongono lo Stato italiano al pericolo di guerra." Non ci siamo, non ci siamo proprio.
 
Lungi da me, sia ben chiaro, qualsiasi intenzione di “difendere” un ministro e dei comportamenti indifendibili, e indifendibili perché irresponsabili. Anzi, posso dire che quanto mi è capitato di leggere ieri su Libero in difesa di Calderoli mi è sembrato francamente incomprensibile. Parlo dell’editoriale di Vittorio Feltri e della riflessione di Antonio Socci, ai quali qui non posso fare a meno di far riferimento, sia pur fugacemente, per il valore “emblematico” che i due scritti rivestono in questa fase del dibattito politico-culturale. Questo è l’incipit vergato dalla penna del direttore:
 
Berlusconi ottiene le dimissioni di Calderoli e fa pace con Gheddafi. Fini domanda scusa agli islamici e va in visita alla moschea. E l’ex ministro leghista si sacrifica. Ma non si piega. Costatiamo amaramente che hanno già vinto loro, i musulmani fondamentalisti, i violenti.
 
Segue una “facile” dimostrazione dell’assunto che lascio al giudizio dei lettori (a me sembra un po’ troppo facile). Personalmente mi limito a osservare che sì, è vero, hanno vinto loro, ma semplicemente perché un ministro della Repubblica in carica ne ha dato loro l’opportunità: un autentico autogol. E “insistere” sarebbe equivalso ad un secondo autogol.
 
Antonio Socci, poi, ha rasentato il sublime sostenendo una tesi che, mi pare, si commenta da sola, persino più dell’editoriale di Feltri. Anche qui l’incipit è memorabile:
 
Penso, come tanti, che le trovate e i modi del ministro Calderoli siano simpatici come una rettoscopia. Insomma il tipo non mi piace per niente. Ma ciò detto mi chiedo: che differenza c’è fra la sua vicenda e il "caso Rushdie"? La domanda potrà stupire, ma riflettiamoci con la mente libera.
 
In effetti, così a bruciapelo, la domanda lascia perplessi. Malheureusement, ragionando a mente fredda, il risultato cui sono pervenuto non è quello auspicato da Socci, anzi, diciamo pure che è esattamente l’opposto.  Come si può, mi domando, trascurare il fatto che un ministro è un ministro e uno scrittore è uno scrittore (o un vignettista è un vignettista), e che quando il ministro si permette delle invasioni di campo si crea inevitabilmente un cortocircuito?  E tralascio l’ovvia constatazione che il romanzo di Rushdie è una cosa e la maglietta del Calderoli un’altra—anche se ad indossarla non fosse stato Calderoli ma, nella più azzardata delle ipotesi, Umberto Eco, saggista e scrittore, nonché amico di Rushdie. 
 
Lungi da me, dicevo, la malsana idea di prendere le difese dell’ex ministro. Ma ora, penso, sarebbe il caso evitare di dar ragione a posteriori agli editorialisti di Libero, trasformando la sacrosanta declassazione di un uomo che ha sbagliato, e ha pagato per il proprio errore, nel classico “codardo oltraggio” che finisce col riabilitare il reo anche per sottrarlo a un indegno linciaggio.
 
C’è a mio avviso, in questa vicenda, una perdita di senso della misura che lascia senza parole, un passare dalla ragione al torto e dal torto alla ragione per l’incapacità di “stare ai fatti” senza  valicare in continuazione il confine tra senso di responsabilità istituzionale e senso dell’opportunità politica, civile, culturale e morale, tra dignità nazionale e resa incondizionata a pressioni interne ed esterne, entrambe indebite e inaccettabili.
 
Così, per concludere, si è riusciti a passare dalla ragione al torto nella storia delle vignette: per difendere il sacrosanto diritto alla libertà di espressione e di stampa ci si è ritrovati, per colpa di Calderoli, a passare per un Paese incapace di rispettare l’islam e i suoi seguaci, trasformando le pulsioni islamofasciste (che dovremmo combattere) in parte lesa, naturalmente con buona pace della libertà di stampa e di espressione. E adesso, per colpa di chi non riesce a resistere alla tentazione di far pagare a Calderoli, oltre ogni senso del limite, la sua appartenenza alla Lega o la sua “esuberanza,” si riesce a passare ancora una volta dalla ragione al torto facendo diventare il reo un martire.

Categorie:interni
  1. 20 febbraio, 2006 alle 21:17

    COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

    Oggi postare su Splinder è stata un’impresa. Questo post ha dovuto attendere un paio d’ore prima fare la sua comparsa. Quasi altrettanto difficile è stato correggere una cosa nel finale che rendeva poco chiare le conclusioni. Spero che i “lavori di manutenzione” siano a buon punto. Qui c’è una certa irritazione …

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