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Programmi o libri dei sogni?


Avvenire è entrato ufficialmente nella campagna elettorale con un editoriale che non deve essere piaciuto agli stati maggiori dei due schieramenti. Il tono, in effetti, non è quello di chi sembra disposto a tenere un atteggiamento accomodante verso i contendenti. In compenso, l’approccio è quanto di più vicino a un’idea di civil society vigile e attenta, senza pregiudizi e non interessata a fare sconti a chicchessia, preoccupata solo ed esclusivamente di tutelare il pubblico interesse. 

Finalmente, ha preso atto Marco Tarquinio, si parla di programmi. In effetti—e questo l’avevamo notato un po’ tutti—la campagna sta assumendo i caratteri di un confronto di proposte e di visioni concrete circa il da farsi, il che, in sé e per sé, è molto positivo. Ma il giornale della Cei, giustamente, non si accontenta, e muove una fondatissima obiezione:
 
Ciò che ci lascia ancora perplessi e ci allarma è il modo con cui si sta parlando di programmi. E il punto non sono le diatribe tra politici, che immancabilmente si scatenano su ogni singolo capitolo indicato dall’uno o dall’altro schieramento.
[…]
Vorremmo essere certi di trovarci di fronte a offerte pubbliche di acquisto (del consenso) lanciate secondo tutte le regole, con piena consapevolezza dei problemi dell’Italia e degli italiani, con assoluta credibilità economico-finanziaria e con autentico rispetto per i cittadini. Vorremmo, insomma, essere sicuri che quelle che ascoltiamo sono proposte indirizzate alla nostra intelligenza e non ammiccamenti rivolti alla nostra fantasia.
 
Ciò significa una cosa sola, e cioè che
 
sarebbe oltremodo giusto – o, se si vuole, semplicemente onesto – che CdL e Unione spiegassero non soltanto che cosa intendono fare, ma come ritengono di farlo davvero. Investendo – ovvio – quali risorse, e ricorrendo anche a quali tagli, recuperando quali sprechi, senza però voli pindarici, ottimistici oggi quanto insostenibili domani.

Infatti, conclude l’editoriale, c’è forse qualcuno che pensa che
 
governare il Paese imponga doveri politici di "solvibilità" meno forti di quelli imposti a chi fa andare avanti una casa o un’azienda?
 
Un editoriale dalla parte del cittadino, un approccio bipartisan. Non sarebbe il caso che tutta la stampa nazionale—e magari (perché no?) anche la blogosfera—si attestasse su questa linea del Piave, a difesa del comune diritto a non essere gabbati?

Categorie:interni
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