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A proposito di mandarini


Di ritorno da una quattro giorni di turismo culturale—di cui a un prossimo post—per abbazie e musei, con ancora addosso la polvere della strada, più che altro per scrupolo volevo dare una rapida occhiata a quella porzione di blogosfera dalla quale solitamente comincio le mie esplorazioni quotidiane. Nessuna intenzione di postare alcunché. E invece eccomi qua. Quel giretto, poi, si è interrotto quasi subito: bloccato qui. E subito rinviato alla prosa di Alessandro Baricco, che su la Repubblica di oggi si è prodotto in una vibrata, seppur civilissima, protesta contro due microscopiche (nel senso di “brevi,” sia ben chiaro) stroncature ai suoi danni da parte di due “mandarini” (definizione sua) della critica letteraria italiana. 

L’articolo, a mio sommesso parere, è molto bello anche da un punto di vista letterario, ma io l’ho trovato impagabile soprattutto per la lezione di stile. E’ una lettura che consiglio e caldeggio con convinzione, anche a prescindere dalla circostanza cui si fa riferimento. Insomma, da leggere, se così si può dire, sub specie aeternitatis. 

A me, poi, il pezzo ha fatto tornare in mente un’altra stroncatura, celeberrima, quella che Ulrich von Wilamowitz-Moellendorf—maestro della scienza filologica dell’antichità—riservò a La nascita della tragedia dallo spirito della musica (1872), di un certo Friedrich Nietzsche. Non ricordo più chi scrisse che, dopo quella recensione, se a questo mondo ci fosse giustizia, al Wilamowitz sarebbe stato vietato per legge di scrivere di antichità e di miti, cosa che puntualmente non accadde. Un momento: non sto paragonando Baricco a Nietzsche, sia ben chiaro. Né è mia intenzione accostare Piero Citati o Giulio Ferroni al Wilamowitz. Anche se, a voler essere precisini e pure un po’ obiettivi, non credo si possa dire che la stroncatura riservata a suo tempo da Citati a Il Nome della Rosa mi lasci del tutto indifferente. E tuttavia, anche in questo caso non è un accostamento quel che mi preme: il più famoso intellettuale italiano (in patria e all’estero) non c’entra col vecchio Fritz. L’ombra del dubbio semmai, e a questo punto, potrebbe sfiorare Piero Citati. Ma non mi spingo così in là, anche perché mi sembrerebbe ingiusto prendermela solo con lui e trascurare Ferroni, al quale non potrei imputare nulla—se più per suo merito o per mio demerito, onestamente parlando, è una questione cui non saprei rispondere e che preferirei lasciare al libero arbitrio dei futuri critici e stroncatori di questo umile blog.

P.S.:  Con riferimento al commento di Wittgenstein, proporrei di sostituire al «sii te stesso», formulazione che ha certamente qualcosa di equivoco, il nietzscheano-emersoniano «diventa ciò che sei». Tutta un’altra cosa.

 

Categorie:culture autoctone
  1. 2 marzo, 2006 alle 12:10

    aggiungerei “diventa cio che sei e poi
    pentiti”

  2. 2 marzo, 2006 alle 14:14

    Qual era la stroncatura di Citati al Nome della Rosa?
    (che trovo, nonostante il suo nominalismo spinto, un bel libro, anche se l’apice è il Pendolo di Foucault)

  3. 2 marzo, 2006 alle 15:02

    Egine : Ma pentirsi nonsalva dall’equivoco cui il suggerimento voleva porre rimedio.

    ClaudioLXXXI : La lessi, credo, su la Repubblica quando uscì il libro. Fece scalpore, ovviamente. Quanto al contenuto della stroncatura non sono sicuro. Quanto meno–se non ricordo male–Citati sosteneva che letterariamente il romanzo faceva pietà. Ma mi sembra che il giudizio negativo fosse ancor più “onnicomprensivo.” insomma, quel che si dice una stroncatura con tutti i crismi.

  4. 2 marzo, 2006 alle 19:23

    in tutto ciò come si colloca la canzone
    “my way” va cantata a squarciagola o no? ti invidio perchè potrai ripescare
    nell’iride le immagini che non si sono
    ancora perse.
    ps.scusa se non mi interesso delle stroncature ma tutto si svolge sulla battigia mai nessuno che si butti in mare.

  5. 2 marzo, 2006 alle 20:03

    L’articolo di Baricco è effettivamente impareggiabile per stile, davvero ne uccide più la penna che la spada.
    Mi hanno segnalato anche la risposta di Ferroni, che si difende bene:

    http://www.repubblica.it/2006/c/sezioni/spettacoli_e_cultura/baricco/critic/critic.html

    La tenzone continuerà?

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