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Se Umberto Eco fugge all'estero

C’è una notizia clamorosa sul Corriere di oggi, una di quelle che lasciano sgomenti e inducono il lettore a un rapido esame di coscienza. Riguarda Umberto Eco, il quale “avrebbe detto”—il  condizionale ce lo metto io perché non si sa mai, e poi per una questione di rispetto, da parte mia, per un intellettuale al quale sono debitore di alcune delle più piacevoli esperienze di lettura della mia lunga carriera di fruitore di letteratura saggistica e narrativa—che, nel caso le prossime elezioni le vincesse Berlusconi, lui se va all’estero. Ecco le parole che gli vengono attribuite:
 
«Altri cinque anni di Silvio Berlusconi e siamo fottuti. Ci giochiamo tutto, stavolta. Quanto a me, nel caso, vado in pensione e mi trasferisco all’estero».
 
Dicevo che da certe notizie uno è indotto a farsi un esame di coscienza. Il mio consiste nel tentare disperatamente di rispondere a questa domanda: “E se invece le elezioni le vince Diliberto, io che fo?” Ma si sa come sono certi processi mentali: si passa di palo in frasca e si seguono fili invisibili e improbabili, che portano lontano mille miglia dal seminato e finiscono col confonderti le idee oltre il limite del plausibile. Ed ecco, ad esempio, affacciarsi un altro dubbio: e se vince Diliberto, anche grazie al voto del grande saggista e romanziere, che fa l’Umberto? Continua a farsi invitare negli States e a tenere conferenze nelle principali università, e a stringere “bleeding hands,” come ha fatto il Presidente del Consiglio? O magari negli States ci si trasferisce proprio, così non è costretto a continue trasvolate (che oltretutto sono sempre un po’ a rischio, grazie a quelli che l’”impresentabile” considera persone molto più frequentabili degli odiosi “figli di Marte”)?
 
Ma, come dicevo, a seguire certi fili si va fuori dal seminato. Dunque, meglio che mi fermi alla domanda iniziale. Che però mette veramente a dura prova la mia immaginazione, anche se, a dire il vero, il dubbio è puramente teorico, dal momento che un eventuale espatrio, per ragioni logistiche e molto poco soggettive, sarebbe piuttosto impraticabile. Il che, come si suol dire, taglia la testa al toro, anche se il dilemma, per quanto astratto, inevitabilmente rimane.
 
L’articolo del Corriere, comunque, fornisce altre utili informazioni, tipo che pure il vignettista Vauro sta meditando la fuga. Con interessanti considerazioni:
 
«Ci mancherebbe altro, così magari ci fanno anche uno sconto comitiva in caso di trasferimento all’estero. Vivaddio, finalmente un intellettuale che prende posizione… Hanno fatto melina fino ad ora. Beh, sono contento che Eco dica così e metta in discussione quello che sta succedendo e minando la nostra democrazia».

Ecco appunto, mi stavo proprio chiedendo il perché di un altro assordante silenzio degli intellettuali, quello sul caso delle mani insanguinate di Diliberto—sì, insomma, ci siamo capiti, le bleeding hands non sono le sue, e men che meno quelle dei suoi amici (tutti, tutti uomini d’onore, occorre ripeterlo?) ma quelle degli americani, of course. Ma che c’entra questo con Vauro? Niente, è ovvio, ma come ricordavo prima sono i processi mentali meno controllabili il vero problema …
 
Last but not least, l’articolo riferisce anche quel che ha detto in proposito Travaglio Marco, che come è noto ai lettori di WRH è uno dei miei pallini fissi. Eco «sbaglia», dice il noto intellettuale di destra che, al pari di quell’altro intellettuale, ma di sinistra, che risponde al nome di Beppe Grillo, odia i riformisti, e per questo predilige i girotondini à la Pancho Pardi:
 
«Bisogna rimanere qua e continuare a fare il nostro lavoro finché ce lo faranno fare. È tempo che stavolta ci vengano a prendere a casa».
 
I corsivi, ovviamente, sono miei, e denotano, per chi non l’avesse ancora capito, quanto sia grave il momento storico che stiamo vivendo. Tristissima alternativa, quella che ci lascia il discepolo che Montanelli amava: scegliere tra Diliberto e chi vuole andare a prendere a casa il Travaglio (a che scopo non è dato sapere, ma deve trattarsi di qualcosa di orribile). La tentazione, lo confesso, è quella di scegliere la solzione meno foriera di guai per la collettività. Ma per sua (di Travaglio) e mia fortuna c’è anche una terza possibilità: espatriare pro tempore, e giusto un giorno prima del voto, quindi vedere come va a finire. Sarà anche un calcolo vagamente opportunistico (per via dei problemi logistici cui accennavo sopra), ma guai se nelle nostre scelte di fondo non ci fosse posto anche per il «particulare» guicciardiniano. De resto ce lo insegna anche il Nostro, preoccupandosi giustamente per gli innominabili scenari che, horribile dictu, come in una tragedia greca, ineluttabilmente si spalancherebbero—con inesorabile (e svizzera) puntualità—dinanzi a lui e ad altri eroici paladini della libertà d’informazione quallora le forze del Male dovessero prevalere.
 
Ed ecco—lo noto en passant—risolto alla radice il dubbio di partenza. Vuoi vedere che anche le vie del blogging, oltre a quelle del Signore, sono infinite? Certo, a volte i sentieri possono essere molto tortuosi. Mai come quelli della mente di Oliviero Diliberto, però. Chi avesse dei dubbi si vada a leggere questo esercizio di stile di Gian Antonio Stella (sul Corriere di ieri, copiato e incollato  per vostra edificazione).

Categorie:honourable men, interni
  1. 5 marzo, 2006 alle 18:43

    come ho già avuto modo di dirti in un
    precedente commento, “c’è qualcosa di
    comico e osceno….” ciò non riguarda
    solo la politica ma inevitalbimente finisce per coinvolgere il pensiero in
    genrale, ora io non mi meraviglio del comico e dell’osceno che ci hanno sempre accompagnato dall’origine dei tempi, ma dispiace che non ci sia al
    momento uno sceneggiatore, suso cecchi d’amico, per citarne una e un regista,monicelli, risi,scola scegli tu, che sappiano trasformare
    ciò che sembra disgustarci in qualcosa
    di più accettabile.

  2. 5 marzo, 2006 alle 19:05

    Parole sante! E ci vorrebbero un Alberto Sordi, un Vittorio Gassmann e un Ugo Tognazzi che sapessero intrepretare i ruoli in commedia mantenendosi all’altezza del copione.

  3. anonimo
    5 marzo, 2006 alle 23:13

    Se Eco andasse in esilio si potrebbe sempre affidare il DAMS alla guida di Pier Luigi Pingitore.

  4. anonimo
    6 marzo, 2006 alle 1:54

    Argh! Ti leggo solo ora 😦 Rimedio lesta 🙂

  5. 6 marzo, 2006 alle 11:20

    Figurati, Rolli, già il fatto che tu mi legga onora e lusinga il qui presente … 😉
    E grazie per il link. Ciao

  6. 6 marzo, 2006 alle 11:33

    Ho dovuto fare una ricerca su Google per capire chi diavolo è Pier Luigi Pingitore …

    Vabbé, comunque, adesso non esageriamo, Eco è e resta un grande.

    Nell’articolo del Corriere di ieri (quello che citavo nel post) si capisce perché “ha dovuto” dire ‘sta cosa. Pancho Pardi ha detto: “Era ora! Meglio tardi che mai, ma perché è stato zitto fino ad ora?” e cose del genere. Se non lo diceva lo facevano nero. E quelli non scherzano (tanto amano la libertà di espressione, di stampa, di satira, ecc., ecc.).

  7. 8 marzo, 2006 alle 16:27

    eco, biagi, camilleri, ma non sarà che più invecchiano e più se “rincojioniscono”?

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