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A sinistra della sinistra


La svolta di Fausto inquieta la sinistra? Beh, questo è il minimo. Bertinotti è intelligente, colto, provvisto di fair play, anticonformista, non-violento, un politico capace di far balenare davanti agli occhi del suo uditorio una “visione,” giusta o sbagliata che sia, condivisa o rifiutata. Avercene, nel campo riformista, di leaders così, fatta naturalmente la tara di tutto ciò che distingue e separa—in maniera a mio avviso “insanabile”—le due sinistre, quella radicale e quella liberalsocialista o socialdemocratica che dir si voglia. E’ ovvio che i suoi “colpi d’ala” imbarazzino, preoccupino, gettino nello sconforto chi è incapace di imprimere al dibattito politico delle accelerazioni impreviste e, soprattutto, indesiderate.
 
A latere di questo discorso c’è una notizia, sul Corriere di oggi, sulla quale mi sembra giusto richiamare l’attenzione, una cosa piccola piccola che sta succedendo a Quarto Oggiaro, ma un “indicatore” che, a ben vedere, è di estremo interesse (e onore al merito del giornale per averla data, con dovizia di particolari). Riporto generosamente i passaggi più significativi dell’articolo:
 
«Non c’è spazio per i comunisti». Suona così l’addio che una ventina di compagni di Rifondazione del circolo di Quarto Oggiaro a Milano ha dato al partito di Bertinotti. Sabato annunceranno la loro fuoriuscita dalla sezione e l’apertura di un’altra sotto l’egida del Pdci, il partito di Marco Rizzo e Oliviero Diliberto. La stessa anima della sinistra che si divide. Movimento versus partito, lavoratori versus disobbedienti, purezza versus contaminazione. Quella della sezione di Quarto Oggiaro, 37 iscritti e tanti simpatizzanti è una transumanza politica nel segno del «comunismo»
[…].
I «ribelli» non ci stanno alle ultime esternazioni di Bertinotti: «Dopo le ultime dichiarazioni del segretario – attacca Gianmario Pavan, già nella federazione di Rifondazione, uno di coloro che ha deciso di saltare il fosso – ci sono scarse speranze che i comunisti possano rimanere ancora a lungo con Rifondazione». La scintilla che ha portato alla fuga sono in realtà una miriade di scintille. L’inizio lo racconta Marco Rizzo che sabato sarà a Milano per tenere a battesimo la nuova sezione milanese del Pdci. Non sarà l’unica sorpresa, perché insieme a lui ci sarà anche Giulietto Chiesa, altro deluso da Bertinotti dopo l’avventura di Left. E non è difficile immaginarsi che proprio in quell’occasione il giornalista dichiarerà le sue simpatie per il Pdci. «Era il periodo della lotta sul simbolo – ricorda Rizzo -. Cossutta voleva togliere la falce e martello. Io mi sono opposto e con me tanti altro compagni. Un compagno di Milano, Massimo Zentile, mi ha detto che dei compagni volevano mettersi in contatto con me "perché ero l’unico a difendere il simbolo"». Rizzo prende l’aereo, sbarca a Milano e si ritrova a Quarto Oggiaro. In quell’occasione incontra due persone. Lo salutano così: «Tu sei uno dei pochi che parlano ancora di comunismo». L’abboccamento successivo è un mese e mezzo dopo. I compagni da due sono diventati venti. «Mi hanno detto che erano disponibili a venire con noi. Prima delle elezioni».
Il patto è sottoscritto. Il dado è tratto. Il messaggio politico è chiaro. E anche molto duro. «Bertinotti sta mettendo in liquidazione Rifondazione» commenta Rizzo. E quello che sta succedendo a Milano, continua il parlamentare del Pdci, sta succedendo in varie parti d’Italia. Piccoli smottamenti e piccoli cambi di campo. Non come a Milano per carità, dove l’esodo della pattuglia rifondarola è manifesto e visibile.
[…]
«Noi presentiamo lavoratori alle elezioni, pochi è vero – attacca Rizzo -. Ma Rifondazione chi presenta? Caruso. Quello che dice che bisogna lavorare per l’occupazione, ma non quella vera, l’occupazione degli spazi, l’occupazione abusiva. Hanno come capolista Vladimir Luxuria. Io ritengo che sia il conflitto di classe a muover il mondo, la lotta per i diritti borghesi viene dopo».
 
Che dire? Semplicemente che—per prendere a prestito espressioni di gran moda—c’è di che stropicciarsi gli occhi e le orecchie. E domandarsi se è peggio aver candidato Caruso o immaginare liste elettorali che dei Caruso farebbero a meno (un’ottima cosa, in sé e per sé), ma con le argomentazioni sopra evocate e in nome del «comunismo», del «conflitto di classe», del caro e vecchio simbolo …
 
Il dubbio atroce—non nuovo, d’accordo, ma sempre più suffragato da indizi inquietanti e sintomi nefasti—è che vi sia qualcosa di invincibile nell’«altra» sinistra, qualcosa di irriducibilmente «altro», per l’appunto, rispetto a quanto sta maturando, sia pure a fatica e con esasperante lentezza, nell’area riformista (il “Partito democratico” e annessi e connessi, per capirsi). Qualcosa che dovrebbe suggerire rotture clamorose e definitive, piuttosto che alleanze elettorali e programmatiche. Come si può progettare il futuro del Paese, pensare di poterlo governare, assieme ai Caruso e a chi lo contesta “da sinistra” nei modi e con gli argomenti di cui sopra? Quale credibile alternativa al «populismo» berlusconiano può rappresentare un’alleanza su cui pende la spada di Damocle di una sinistra per cui persino Bertinotti è troppo moderato e accomodante?
 
Come recita un editoriale del Riformista di oggi,
 
[s]e Bertinotti, dopo aver detto addio al comunismo e alla violenza, vuole gettare alle ortiche (mettere in soffitta, si diceva un tempo) anche la classe, allora si guardi bene le spalle.
 
Forse faremmo bene a guardarci le spalle anche noi, poveri elettori. E a gettare uno sguardo preoccupato, di tanto in tanto, anche ai fianchi.
Categorie:interni
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