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'Outing politico di un settuagenario'


Stamane ho letto questo outing politico di un settuagenario e mi sono ripromesso di segnalarlo ai lettori di WRH. Perché si tratta di un excursus storico-politico e autobiografico che ha il grande merito di ricordarci che ognuno di noi ha una storia, e non soltanto delle opinioni e delle preferenze. E che quelle storie non sono acqua fresca.

Lasciamo stare le conclusioni, che sono sempre "contingenti" e personali, e possono concordare come no, l’importante è stabilire il principio che non si può prendere a calci la propria storia. Siamo chiamati ad un minimo di coerenza.

Certo, si può e a volte si deve cambiare idea, ma non fino al punto di venir meno a delle scelte di fondo che sono il risultato di esperienze fondamentali, di lunghe riflessioni, di incompatibilità e di vicinanze che non sono soltanto e soprattutto "di pelle," perché affondano le proprie radici, appunto, in ciò su cui uno ha edificato, mattone dopo mattone, la propria esistenza, il senso della propria "cittadinanza."

 
Questo qua sopra è, parola più o parola meno, il commento che ho lasciato sul blog del nostro settuagenario.

Categorie:blogosfera, interni
  1. egine
    10 aprile, 2006 alle 1:01

    wrh grazie per la segnalazione del post
    il tuo commento ha sottolineato il
    valore di una storia e di un minimo di coerenza, con molto meno finezza io ho
    commentato sopratutto le conclusioni, proprio per la coerenza mi domando come possano stare insieme un uomo che
    sembra avere sempre pagato di persona,
    con quella bella gioventù (LC o PO)che oggi scrive sul Foglio,e che di conti non ne ha mai pagati, tranne due che spero possano uscire presto dalla loro
    condizione.

  2. 10 aprile, 2006 alle 13:38

    Quando si tratta di coerenza, ognuno, secondo me, deve guardare soprattutto al proprio orto. Se ci guardiamo incontro temo che lo spettacolo non sia dei più esaltanti. Non è per infierire, ma quando sento veltroni dire che lui non è mai stato comunista il sangue mi ribolle: anch’io non sono mai stato comunista, e proprio per questo non ero iscritto al Pci.

    Ero riformista quando a “Filosofia” esserlo era praticamente l’anticamera dell’emarginazione. Mi sono chiesto mille volte: perché non aderisci al pci o, meglio ancora, a qualche formazione extra-parlamentare? In fondo sei di sinistra, perché ti ostini a essere minoranza, e una minoranza irrisa, bersagliata, insultata? E mille volte mi sono risposto: perché non posso fare altrimenti. Non posso, e basta.

    E in effetti non potevo. Essere liberalsocialisti è qualcosa che dista anni-luce dall’essere comunisti (e anche euro-comunisti, come si diceva allora.

  3. egine
    10 aprile, 2006 alle 13:49

    mai messa in dubbio la tua coerenza
    nel mio piccolo nella mia libreria
    De Felice, Prezzolini, Fortebraccio,
    Amendola, alla ricerca di una sintesi
    probabilmente “liberalsocialista”

  4. 10 aprile, 2006 alle 14:32

    Lo avevo capito, Egine, parlavo in generale. Anche quando parlavo di me (solo a titolo esemplificativo).

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