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Con questo popolo …


E finalmente Angelo Panebianco, sul Corriere di oggi, ha detto quello che ci si aspettava che un politologo del suo calibro dicesse sul risultato elettorale. Lo ha fatto in un editoriale breve, con un linguaggio semplice e diretto. Lo riproduco per intero, perché non saprei su quale parte del ragionamento richiamare particolarmente l’attenzione e su quale  sorvolare. Non toglierei neanche una virgola, né mi permetterei di sintetizzare o rielaborare. Aggiungere qualcosa, invece, si può sempre, ma in questo caso solo per confermare e, se è possibile, portare ulteriori argomentazioni a sostegno di un approccio che, a mio modestissimo avviso, ha già conseguito il massimo risultato in termini di chiarezza e correttezza metodologica. Ed è quello che proverò a fare subito dopo aver riprodotto l’articolo.
 
Più ancora che i pochi seggi di scarto al Senato, ciò che rende fragile la vittoria del centrosinistra è il suo fallimento nel Nord d’Italia, ossia nella parte più moderna, ricca e produttiva del Paese, la quale si conferma feudo del centrodestra. Quel fallimento, che nessun sondaggio aveva colto, è stato certo dovuto, in primo luogo, all’energia e all’incredibile capacità di combattente di un Silvio Berlusconi che quasi tutti, ormai, davano (davamo) per politicamente al tramonto. Ma è dovuto anche a un’evidente incapacità, da parte del centrosinistra, di leggere la realtà italiana, di comprendere cosa si agiti in quella metà del Paese che non si riconosce nello schieramento guidato da Romano Prodi. Senza quell’incapacità non ci sarebbe stato, ad esempio, l’incredibile pasticcio sulle tasse (un autogol da premio Nobel, lo ha giustamente definito Claudio Magris) che ha finito per gettare nel panico una buona parte del ceto medio. I Ds, che, pur contenti della vittoria della coalizione, accusano il colpo del mediocre risultato elettorale del loro partito, e che possiedono un’antica sapienza e molto realismo (è la parte migliore dell’eredità del vecchio Pci), hanno cominciato a fare subito una cauta autocritica, a riconoscere che c’è un’Italia che essi non avevano capito, e che è ubicata certo anche al Centro-Sud dove pure c’è stata, in molte regioni, un’imprevista rimonta del centrodestra, ma soprattutto al Nord.
Ma se nella classe politica del centrosinistra la consapevolezza che occorre cambiare, o quanto meno aggiornare, i propri schemi di lettura del Paese è presente, la stessa urgenza non compare nella pubblicistica più militante. In essa continuano a riproporsi tutti gli stereotipi negativi che sull’Italia del centrodestra, l’Italia detta «berlusconiana», sono stati ossessivamente coltivati dal 1994 in poi. Ma sul serio si può credere di poter liquidare l’Italia del centrodestra come un aggregato di ceti illiberali, l’Italia del «particulare» contrapposta all’Italia delle grandi idealità (quella di sinistra), continuare a descrivere un’Italia antropologicamente e moralmente inferiore? Come pensare, con un simile armamentario, con cotanta spocchia e con simili pseudo-argomenti, di poter parlare all’Italia che non si è riconosciuta in Prodi? Come pensare, soprattutto, di parlare al Nord?
La geografia del voto ha rispettato certe costanti. C’è un Nord ove è più densa la presenza dei «ceti produttivi» (come li definiva un tempo la sociologia marxista) e che può essere deluso da Berlusconi, dalla sua fallita «rivoluzione liberale», ma che comunque non crede che la propria domanda di libertà economica possa essere soddisfatta da uno schieramento in cui è così forte la sinistra massimalista. C’è una zona centrale che corrisponde all’insediamento della vecchia subcultura comunista e che è anche ormai l’unica vera roccaforte dei Ds. C’è infine un Sud che, come è tradizione, oscilla fra i due schieramenti.
Non è solo questione di maggioranza risicata al Senato. Il centrosinistra che si appresta a formare un esecutivo ha di fronte a sé un terribile dilemma: non potrà governare contro il Nord (nessuno può farlo), dovrà per forza tenere conto delle esigenze dell’altra Italia. Al tempo stesso, lo spostamento a sinistra dell’asse della coalizione, con la forte affermazione della sinistra massimalista, renderà quest’impresa difficilissima. Il lavoro che aspetta Romano Prodi è davvero tale da far tremare i polsi.
 
Dunque, è la «questione settentrionale» il cuore del problema, come ha colto ed espresso efficacemente anche Luca Ricolfi nell’articolo di cui ho parlato nel post precedente. Certamente ci sono molti altri temi, molti altri spunti di riflessione critica e auto-critica sui quali discutere e confrontarsi: quelli che lo stesso Panebianco cita en passant ed altri ancora, quali l’impostazione della campagna elettorale, il fallimento dei sondaggi, il flop pazzesco degli exit polls, la disfatta della Rosa nel Pugno (ne ha scritto molto polemicamente Christian Rocca sul Foglio di ieri), ecc. Ma il tema principe di questo dopo-voto è la porta sbattuta in faccia a Prodi dal Nord del Paese. Un esito che, a mio avviso, è umiliante per una coalizione che dovrà tentare di governare l’Italia.
 
Dice benissimo Panebianco che “se nella classe politica del centrosinistra la consapevolezza che occorre cambiare, o quanto meno aggiornare, i propri schemi di lettura del Paese è presente, la stessa urgenza non compare nella pubblicistica più militante.” Ed io aggiungerei che quell’urgenza non è avvertita, se non in minima parte, non solo dalla pubblicistica ma neppure dalla «base militante» del centrosinistra. E non mi riferisco tanto o soltanto alle componenti della sinistra radicale—il che, purtroppo, è evidentemente scontato. No, parlo anche degli altri. Parlo anche di quella voglia di “Piazzale Loreto” che serpeggia nel popolo della sinistra e che si manifesta nei toni, nelle espressioni, negli atteggiamenti di tanti militanti e ai quali si dà voce, ad esempio, nei blogs di sinistra, che spesso offrono una rappresentazione perfetta degli stati d’animo più intimi e incontrollabili di quella parte dell’opinione pubblica.
 
Ed ecco, forse, il problema maggiore: il popolo della sinistra. Ho sentito, ad esempio, Massimo Cacciari esprimere un concetto molto semplice e illuminante al riguardo. Era durante la non-stop di lunedì sera condotta da Giuliano Ferrara. C’era il professor Sartori che perorava la causa della Grosse Koalition, a fronte del risultato che si stava profilando, come l’unica soluzione sensata e responsabile (è anche il mio parere, ma questo ha poca importanza). Ebbene, Cacciari—che, tra l’altro, è uno dei pochi che nel suo schieramento sembra avere contezza della gravità della questione settentrionale—ha rigettato visibilmente infastidito l’ipotesi, ma attenzione, sapete con quale motivazione? Con questa: (riassumo a memoria) Ma non diciamo sciocchezze! Come si fa a pensare una cosa del genere? Sartori fa il professore, ma un politico, un dirigente dei Ds, non può ignorare che il giorno dopo che avesse proposto un’alleanza con l’odiato Berlusconi si ritroverebbe dietro soltanto il cinque percento del partito!
 
Questo, direi, è un sano realismo partitico (se anche politico non saprei). Ha ragione Cacciari: la Grosse Koalition è improponibile al popolo della sinistra. Ed è per questo che Berlusconi (che sempre più dimostra di avere un’intelligenza politica “diabolica”) l’ha proposta: l’ipotesi, palesemente, non gli conviene, ma nessuno gli potrà rinfacciare di non aver offerto il ramo d’ulivo, e nel contempo lui sa benissimo di non aver corso alcun rischio nel porgerlo. Fantastico. Ma lasciamo perdere, il problema è appunto l’indisponibilità della base militante del centrosinistra a rivedere il proprio modo d’essere e di sentire. Moretti gridava: Con questi dirigenti non vinceremo mai! Io, più sommessamente, deduco: Con il popolo che si ritrova, la sinistra può forse vincere un’elezione ma quanto a governare …
Categorie:interni
  1. 13 aprile, 2006 alle 13:03

    Un saluto, complimenti per il blog ^_^

    Anne

  2. 13 aprile, 2006 alle 14:21

    Grazie, Anne, buona giornata.

  3. anonimo
    13 aprile, 2006 alle 14:23

    Sarò un ingenuo, ma ho sempre pensato che se i politici sono i rappresentanti degli elettori, allora devono tenere conto di cosa questi ultimi pensano, nelle loro scelte.

  4. 13 aprile, 2006 alle 14:35

    Infatti, Anonimo. Su questo siamo d’accordo. Almeno fino a un certo punto, perché poi si tratta anche di dare qualche orientamento, altrimenti la classe politica che ci sta a fare? Tuttavia i dirigenti non possono mettersi “contro” il proprio elettorato.

    Ma allora, appunto, il problema è quello che pensa e sente l’elettoratoi di sinistra. Il che, dal mio punto di vista, è il colpo mortale a qualsiasi speranza di rinnovamento del centrosinistra. Magari ci fosse solo un problema di classe dirigente!

  5. anonimo
    13 aprile, 2006 alle 16:43

    [nb. sono l’Anonimo di sopra — ma non c’è un modo per firmarsi ???]

    Per come vedo le cose io (da un punto nella sinistra moderata, più o meno a metà strada fra DS e Margherita), le cose stanno così: sono stati presentati due programmi, gli elettori in base a quelli hanno votato.
    La parte che aveva presentato uno dei programmi ha vinto (si può discutere sulle distorsioni dovute alla legge elettorale).
    Se a questo punto si facesse una Grosse Koalition — basata su che programma ?? — questo sarebbe un tradimento degli elettori. E non solo di quelli di sinistra, ma anche di quelli di destra, dato che necessariamente la grande coalizione attuerebbe un programma diverso da quello della CDL (es. tassare le rendite fiscali, non eliminare l’ICI).
    Non ricordo bene, ma mi pare che il termine “inciucio”, per indicare i governi di solidarietà nazionale della “prima repubblica” l’ha inventato il centro-dx. Adesso vogliono inciuciarsi pure loro ??

  6. 13 aprile, 2006 alle 16:57

    Per firmarsi le cose sono due: o ci si registra su Splinder oppure, semplicemente, si scrive un nome (anche inventato) sotto il messaggio.

    Il problema è se sia possibile governare con una maggioranza così risicata al Senato. In linea di principio sarei anch’io del parere che Prodi ci provasse (a governare con i numeri che ha), ma questa, molto probabilmente, è una convinzione vagamente “punitiva.”

    Se il centrodestra giocasse al tanto peggio tanto meglio dovrebbe incrociare le dita e sperare che Prodi e i suoi continuino a rifiutare l’offerta del Berlusca.

    Comunque, come scrivevo nel post, Berlusconi ha giocato d’astuzia: sicuramente non vuole la Grosse Koalition. Se mi sbaglio vuol dire che non ho capito niente. Il che è sempre possibile. L’importante, però, è sforzarsi di capire …

  7. anonimo
    1 maggio, 2006 alle 7:39

    complimenti vivissimi, siete grandi.
    Roger

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