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Ricolfi: una doppia disfatta


Non è che ne abbia letti tanti di commenti illuminanti, in questi giorni, sulla stampa nazionale. Parlo per me, naturalmente, magari qualcun altro può aver avuto un’impressione diversa e avere validi motivi a supporto. Comunque, a parte la riflessione di Ludovico Festa di cui ho già riferito in un altro post, ho trovato interessante ciò che ha scritto Luca Ricolfi su La Stampa di oggi (cioè di ieri, data l’ora).
 
Ricolfi dà un giudizio severo sulla coalizione vincente—qui sarebbero d’obbligo le virgolette, ma non voglio fare il pignolo—e parla apertamente di un risultato addomesticato dalla dea bendata, che a suo avviso un po’ comunista deve esserlo. Ecco i rilievi mossi ai capi dell’Unione: 
 
Sapevano che Prodi non era il loro leader più popolare, eppure hanno imposto lui. Sapevano che in tanti avrebbero voluto veder nascere il Partito democratico, eppure ne hanno ancora una volta rimandato la nascita. Sapevano che quattro regioni erano in bilico, e nondimeno hanno bloccato ogni tentativo di farvi nascere liste civiche. Sapevano che l’elettorato rimprovera al centrosinistra soprattutto l’assenza di concretezza, eppure hanno scritto il programma più lungo e astratto che la storia repubblicana ricordi. Sapevano che gli italiani sono preoccupati per l’economia, eppure li hanno spaventati con ogni sorta di annuncio e contro-annuncio sulle tasse. Sapevano che sul fisco, sullo Stato sociale, sulla legge Biagi, sui Pacs, agli italiani sarebbe piaciuto conoscere le vere intenzioni del futuro governo prima del voto, eppure hanno preferito rimandare tutto a dopo, tenendosi le mani libere. Sapevano che a molti elettori piacerebbe conoscere in anticipo il nome del futuro ministro dell’Economia, e invece l’unica cosa che hanno fatto intendere è che sul nome di Mario Monti ci sono veti e perplessità di ogni specie. Sapevano che in tanti aspettavamo un grande motivo per votarli, eppure l’unico motivo che hanno saputo indicarci è il fumoso slogan della «serietà al governo».
E se oggi di tutto questo si parla poco è solo perché, alla Camera, la dea bendata […] ha assegnato all’Unione lo 0,07% di seggi in più. Ma che cosa faremmo e penseremmo oggi se quel pugno di voti fosse cascato dall’altra parte, o se una verifica delle schede dimostrasse che ha vinto la Casa delle Libertà?
 
Il giudizio su Berlusconi è più indulgente, ma neanche lui si sottrae a quella che Ricolfi considera “una doppia disfatta.” Praticamente, se il leader della CdL non è stato spazzato via dal voto, ciò lo si deve “anche” agli errori dell’avversario.  
 
Berlusconi è stato sicuramente bravo a recuperare, a rimobilitare il suo elettorato, ma se ce l’ha fatta è anche perché il volto dell’Unione, specie da quando ha cominciato a parlare di tasse, è stato così inquietante e foriero di incertezza da convincere molti a tornare alle urne nonostante la delusione per il quinquennio berlusconiano.
 
Di conseguenza, ha ragione Piero Ostellino a sostenere che
 
la realtà è che il Nord produttivo e antistatalista ha preferito tenersi Berlusconi piuttosto che rischiare con Prodi, mentre il Sud assistenziale e statalista ha preferito puntare sul Professore, e sulla sua promessa di nuove e maggiori tutele, piuttosto che rischiare con la devolution e il federalismo fiscale. In questo senso il voto del 10 aprile, con la riconquista del Nord da parte della Casa delle Libertà, è stato anche la riscoperta della «questione settentrionale».
 
E con la «questione settentrionale» si chiude il cerchio. Se qualcuno dubita che quella della coalizione guidata da Prodi non sia stata una disfatta, pensi a questa conclusione e si metta una mano sulla coscienza.

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Categorie:interni
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