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Amato e l'utopia riformista


Il diritto-dovere all’«utopia» non è prerogativa esclusiva dei radicals, come qualcuno potrebbe pensare. Anche i riformisti, anche le persone abituate a ragionare e a discutere sulla base di solidi dati di fatto e ad affidarsi a “fredde” argomentazioni razionali possono e devono tener presente un’ipotesi di lavoro che, a prima vista, sembrerebbe contrastare con quel tipo di approccio. L’ipotesi è che «cambiare il mondo è possibile», anzi, necessario.
 
A sostenerlo non è, come scriveva Luigi La Spina su La Stampa di ieri, qualcuno di cui si possano intravedere le sembianze “dietro la barba di Carlo Marx,” o almeno “dietro quella che apparteneva a Tiziano Terzani, oggi maggiormente in auge nella moda culturale,” in altre parole “un carismatico agitatore di folle, o almeno, un febbrile filosofo sociale, pronipote di Platone, nipotino di Tommaso Moro e dell’altro Tommaso, il nostrano Campanella.” Infatti si tratta “di uno dei politici italiani più razionali e apparentemente freddi, professore di diritto costituzionale comparato, addirittura noto come «il dottor sottile»: Giuliano Amato.”
 
Tutto questo in un libro che sta per uscire, per i tipi della Mondatori, e di cui non si anticipa il titolo, bensì alcuni brani (vedi qui). Quella dell’utopia possibile è la tesi di fondo del libro. E il resto? La Spina sintetizza così:
 
Con l’aiuto della giornalista del Messaggero Lucia Pozzi, l’autore si cimenta in una curiosa impresa. Quella di individuare, in una sorta di «glossario del futuro», una trentina di parole che frullano nella testa di ciascuno di noi, rimbalzando dai giornali alle tv, dalle aule parlamentari ai salotti, in una confusa marmellata di speranze e di minacce, soprattutto nei pensieri dei nostri giovani. L’intenzione è quella di capire e far capire, l’ambizione è quella di sostenere, appunto, che il giusto sospetto per le ideologie non possa ridurre la politica a puro pragmatismo, ad accorto bordeggio tra la rappresentazione degli interessi e la loro mediazione. L’eresia, perciò, che Amato propone si può riassumere con uno slogan: basta parlare solo di «programmi», ci vuole anche «un progetto».
 
Il ragionamento, per la verità, non è nuovo a chi conosce o ha letto ciò che il «Dottor Sottile» è andato scrivendo—qui mi permetto di rinviare alle mie recensioni di Tornare al futuro (2002) e Noi in bilico (2005)—e dicendo negli ultimi anni.
 
Naturalmente si tratta di vedere quanto i semi di questa ispirazione abbiano attecchito nel terreno in cui sono stati lanciati dalla mano del seminatore.  
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