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E saper vincere/perdere bisogna

Volendo essere giusti ed equilibrati, lo spettacolo è sconcertante su entrambi i fronti. Uno può dire che c’è chi non sa perdere (nel senso che fa finta di non saper perdere perché in fondo ha perso per finta, cioè ha vinto anche se ha perso) e c’è chi non sa vincere (nel senso che fa finta di credere di aver vinto e dunque deve darsi il contegno di chi non nutre il minimo dubbio circa la propria finta vittoria, altrimenti casca il palco). Ma questa è solo un’impressione personalissima e viziata dalle conseguenze nefaste di un lontano esame universitario sul pensiero di Siegmund Freud. Gian Antonio Stella, invece, è meno contorto e ha scritto un articolo documentato e ironico (come sempre) per dimostrare che i due fronti son proprio miserelli, nel senso che non sanno perdere e neanche vincere, punto e basta. Leggerlo, in ogni caso, può servire a sviluppare un’ottica bipartisan. Il che non è male, anzi, forse è l’unico modo per sottrarsi ad una rappresentazione forzata cui gli italiani, per altro, hanno già detto di no.


Trecento voti: 2.910.492 contro i 2.910.192 raccolti da Al Gore. Così, secondo i dati ufficiali della segreteria di Stato, George W. Bush conquistò la Florida e la Casa Bianca, anche se aveva preso in tutto 220 mila voti in meno del rivale. Eppure a Berlusconi non è mai passato per la testa, ci mancherebbe, che non fosse il legittimo presidente Usa. In grado, per quei 300 voti, di decidere due guerre. E mai si sarebbe sognato di dire, come ha fatto ieri nella lettera sul «Corriere» che, «sulla base del voto popolare, non ci sono né vincitori né vinti». Conosciamo l’obiezione: l’Italia non è l’America. Grazie. E neanche l’Inghilterra, se è vero che Tony Blair, il giorno che ricevette da John Major le chiavi di Downing Street, disse: «Voglio iniziare il mio lavoro riconoscendo al mio predecessore grande dignità e coraggio. Il suo comportamento di persona di grande probità riflette il tipo di uomo che ha governato finora e che io saluto con amicizia e cortesia. Mi rendo conto che la sua eredità richiede una colossale responsabilità». E così la sobrietà di Angela Merkel, che la sera della sua vittoria deludente (rispetto ai sondaggi) scelse di non rispondere a uno Schröder su di giri per la rimonta, fu assai diversa dalla liberatoria esultanza di Prodi la notte di lunedì quando, prima che emergesse la riconquista del Senato grazie agli emigrati, fu accusato dalla destra di essersi «autoproclamato vincitore». E bollato da Claudio Scajola addirittura come «golpista». Tensioni non smussate dalle parole usate dal Professore il giorno dopo: «Le elezioni le abbiamo vinte e come capita in tutte le democrazie moderne si vince di un soffio». Dubbi? Zero: «Posso governare cinque anni. La legge me lo permette».
Senza ricorrere alla citazione della sventurata Dacia Valent, l’ex deputata rifondarola che ha invocato «un sacco di leggi ad personam, fatte cioè sulla persona del premier», è fuori discussione che c’è modo e modo di conquistare la maggioranza. E a sinistra sono stati spesso usati toni che non hanno contribuito a gettar acqua sul fuoco. Se è vero che «bisogna saper perdere», è spesso ancora più difficile saper vincere. E se questa serenità istituzionale mancò nel 2001 (quando La Loggia maramaldeggiava sul 61 a 0 dicendo «in Sicilia fa caldo, ma alla sinistra abbiamo inferto un cappotto» e Bossi barriva «non abbiamo vinto per cinque anni: abbiamo vinto per venti!»), un po’ di continenza, visti i numeri, non avrebbe guastato a maggior ragione stavolta.
Detto questo, lo spettacolo offerto dalla Casa delle libertà non finisce di lasciar basiti. Nella scia del Cavaliere che, certo «un talento biologico per la vittoria», aveva attaccato tuonando che «nessuno può dire d’aver vinto» perché i dati non erano «affatto definitivi» e il risultato elettorale aveva «molti, molti, troppi lati oscuri» e il voto degli italiani all’estero «potrebbe non essere un voto valido», sta venendo giù di tutto.
«Ho visto schede contestate: tutte del Polo».Così
il Giornale
titola un pezzo in cui Paolo Guzzanti racconta di essere andato a vedere, tra nemici che lo guardavano «non storto, ma stortissimo», la riconta delle schede contestate: «Qualcuno dice che anche l’Unione ha visto schede contestate e riammesse, osservazione che non significa nulla: quelle riconosciute al centrodestra sono il 33 per cento di più». Quante sono, queste schede? Per la Camera 2.131 (invece di 43.028) e per il Senato 3.135 (invece di 39.822) preciserà dopo roventi polemiche Beppe Pisanu, spiegando che l’equivoco sulla enormità di voti da ricontare è stato dovuto a «un errore materiale».
Strano, perché a leggere Liberoormai era fatta: «La Cdl annuncia: recuperati 8 mila voti». Andrea Ronchi, il portavoce di An, concorda: «Dai conteggi che stanno facendo risulta che il vantaggio dell’Unione è già sceso a 18 mila voti». Un prodigio politico e matematico: un calo di 8 mila voti su un totale di 2.131, converrete, non si era mai visto al mondo. Ma non è finita. Tocca a Tremaglia, che dopo aver esaltato l’organizzazione del suo ministero («Sono iniziate con il primo volo delle 5.55 di venerdì 7 aprile proveniente da Kuala Lumpur in Malesia e si sono concluse ieri alle 18.00 con un aereo proveniente dall’Honduras, le operazioni per riportare le schede di voto degli italiani all’estero») sobbalza e denuncia «irregolarità»: il voto va rifatto.
Non si può? Sotto un altro. Letizia Moratti va in tivù a «Le invasioni barbariche» di Daria Bignardi e, non bastandole i proclami di Sandro Bondi che ha già triplicato (da 131.500 a 450 mila) i voti in più al senato della Cdl, quadruplica: «Abbiamo preso due milioni di voti in più». Massì, abbondiamo! Sono voti non buoni per la conta? Neanche quelli della Lega alleanza lombarda «che si è presentata con Prodi in una sola circoscrizione», salta su Roberto Calderoli. Sicuro? Certo, risponde: è o non è lui l’autore (parole sue) della «porcata»? «Il mio è un parere pro veritate». E tutti in coro: ecco, sì, bravo, non sono buoni quei voti…
E puntata dopo puntata il fumettone va avanti. Rischiando di somigliare sempre di più alle storiacce elettorali di certi Paesi lontani, come le Filippine di Marcos, che un dì disse al rivale: «Tu avrai anche vinto le elezioni, caro, ma io ho vinto la conta».
Gian Antonio Stella (dal Corriere della Sera del 16 aprile 2006).

Categorie:interni
  1. 20 aprile, 2006 alle 0:15

    Auguri ritardati Roby.
    Anto

  2. 20 aprile, 2006 alle 16:27

    Ma sempre graditi … Ciao!

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