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Un pinco pallino qualunque

26 aprile, 2006 3 commenti

Sulle “celebrazioni” milanesi del 25 aprile—le virgolette sono praticamente d’obbligo—mi sembra che quanto ha scritto Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere di oggi sia più che sufficiente a rendere l’idea del tipo di reazione e di commento che tali eventi meritano. Soprattutto per il fatto che l’editorialista, giustamente, se la prende più con la tiepidezza delle reazioni nell’ambito del centrosinistra che con il comportamento di quegli sciagurati che le hanno provocate. Infatti, sulla debolezza culturale, politica e morale dei nostri eroi ben poche persone dotate di discernimento avrebbero potuto nutrire qualche dubbio. Mentre qualche speranza su taluni esponenti della coalizione che ha vinto (si fa per dire) le elezioni poteva sembrare a molti quasi un atto dovuto.
In particolare, spicca il commento di Prodi sui fischi alla Moratti e a suo padre (medaglia d’argento della Resistenza):
 
«Il 25 aprile è una festa comune ed è anche un festa rivolta al futuro per costruire una nuova fase del nostro Paese. Sono felice di questa grande celebrazione di Milano, anche perchè l’Italia ha bisogno del traino di Milano. […] E’ sbagliato fischiare i politici di centrodestra che sono presenti alla manifestazione, se sono qui vuole dire che riconoscono l’importanza del 25 aprile. Questa festa infatti, è di tutti gli italiani, non solo di una parte, ed è soprattutto una festa dei giovani che allora furono decisivi, senza di loro non ci sarebbe stata una nuova Italia»
 
 E’ stato più netto Bruno Ferrante, candidato sindaco del centrosinistra:
 
«Avevo rivolto un invito a dimostrare in maniera pacifica e civile, senza dare luogo a contestazioni sgradevoli. Questo non è accaduto e quindi questi attacchi che sono stati rivolti a Letizia Moratti sono una cosa da condannare».
 
Ciò che il nostro futuro presidente del Consiglio ha evitato di dire, “pur avendo l’occasione di parlare nel comizio a conclusione del corteo,” ha scritto Galli della Loggia, è che
 
la democrazia italiana non sa che farsene dell’antifascismo dei faziosi e dei violenti; che la nostra democrazia non sa che farsene di quell’antifascismo che — come ha scritto coraggiosamente il direttore di Liberazione Piero Sansonetti — non capisce che «una cosa è cacciare i nazisti e un’altra è cacciare Berlusconi», che la democrazia italiana non sa che farsene — e non vuole avere niente a che fare — con l’antifascismo che non esita a strumentalizzare le grandi, drammatiche pagine della storia nazionale e i valori più alti del nostro patto costituzionale per sfogare i suoi poveri livori politici, per celare le sue pochezze, all’occasione per maramaldeggiare.
 

Lo ha detto, in sua vece, l’editorialista del Corriere, e qui malinconicamente ci associamo alla protesta e al grido di dolore. Peccato che Prodi non sia un pinco pallino qualunque, come forse sarebbe logico che fosse, ma, appunto, il presidente del Consiglio in pectore. E tuttavia, dobbiamo abituarci all’idea che le due condizioni in oggetto possano benissimo convivere. Per non dire che potrebbero essere diventate nel frattempo l’una la conseguenza dell’altra, beninteso senza far torto a nessuna delle due, soprattutto alla prima.