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La Giustizia di Prodi


Fa niente che il «divo Giulio» sia stato battuto nella corsa alla presidenza del Senato dal suo rivale Marini—sul nome di battesimo del neo-presidente non mi pronuncio, preferendo mantenermi neutrale tra le due celeberrime scuole di pensiero, e del resto “Franco” sembra un po’ troppo confidenziale, mentre “Francesco” fa troppo poverello d’Assisi per un vecchio e navigato sindacalista. Fa niente, dicevo, perché tanto Andreotti resta sempre Andreotti, e, per dirne una, niente e nessuno potrà mai scalfire la sua fama di insuperabile coniatore di massime ad uso e consumo della politica nazionale. Quindi, onore all’intramontabile Giulio.
 
Oggi, tuttavia, a rendergli omaggio non c’è soltanto la direzione di questo modestissimo Hotel nella persona dello scrivente, infatti se ne fa carico, anche e soprattutto, il columnist del Corriere della Sera Piero Ostellino, che nel suo «Dubbio» ne cita (liberamente) il più celebre degli aforismi: “A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca sempre.” E mai citazione fu più appropriata a un evento politico, che in questo caso riguarda Prodi e il futuro ministro della Giustizia:
 
[A]pprendo con raccapriccio dalle stesse pagine del Corriere che Romano Prodi, il futuro presidente del Consiglio, sta consultando le varie correnti della magistratura in vista della nomina del nuovo ministro della Giustizia. Qui, non siamo neppure nella logica del classico concetto di «concertazione» (sindacati, imprenditori, governo), che pur tanti danni ha prodotto al bilancio dello Stato, al mercato e al nostro capitalismo, in nome di una supposta «stabilità sociale». Qui siamo a uno stadio che, in nome di un’apparente operazione di potere, sta riducendo, di fatto, il prossimo Parlamento a una Camera delle corporazioni e il ministero della Giustizia a un’appendice della magistratura. Siamo allo stravolgimento della nostra Costituzione, del principio della separazione dei poteri di ogni democrazia liberale, al grottesco tentativo, complice il capo del Governo, di occupazione e manomissione dello Stato da parte dell’ordine giudiziario, che una maggioranza parlamentare unicamente preoccupata della divisione delle spoglie e aggrappata al potere appena raggiunto, un’opposizione in stato confusionale, un sistema informativo incapace di autonomo discernimento, sembrano non vedere.
 
E la massima andreottiana che c’entra con tutto questo? C’entra perché ad Ostellino, come lui stesso racconta, è capitato di fare la Cassandra:
 
Non ricordo più neppure quanto tempo fa avevo scritto in un mio «Dubbio» che le possibilità di riformare il nostro pessimo sistema giudiziario sarebbero definitivamente tramontate e la corporazione dei magistrati l’avrebbe avuta definitivamente vinta il giorno in cui fosse andata al potere la sinistra (allora giustizialista).
 
Evidentemente c’è materia per riconoscere che se anche “il mestiere di Cassandra è un gran brutto mestiere […] spesso ci si azzecca.” Ma con questo non intendo affatto dire che Ostellino ha ragione su tutto il fronte. Qualche particolare, a mio avviso, lo ha trascurato. Ad esempio, limitandosi a cogliere gli aspetti giustizialisti e sinistristi della questione, non ha fatto menzione del “fattore umano,” che anche in politica a volte ha il suo peso. Che ne sa lui, ad esempio, dei sentimenti di pura e semplice gratitudine che anche un politico può coltivare nel suo intimo per un’istituzione come la Magistratura? Ha forse tenuto conto del fatto che, nella vita, a qualcuno (non dico a tutti, questo no) può essere capitato di trovare magistrati sensibili e attenti, rispettosi non solo della Legge ma anche delle persone, e disposti, che so io, ad astenersi dal giudicare con inflessibile severità qualche innocente debolezza umana, e perfino a chiudere un occhio su certi imbarazzanti “non ricordo,” e questo per un sacrosanto rispetto della personalità e della funzione pubblica di un indagato?
 
Ecco, allora, quello che vorrei dire a Piero Ostellino: condivido la preoccupazione per le sorti dell’italica Giustizia e la disapprovazione per una prassi a dir poco piuttosto singolare, ma, per citare Pascal, le cose umane—e la politica è a tutti gli effetti una di queste—più che dall’esprit de géométrie sono comprese dall’esprit de finesse. Il ragionamento, in altre parole, arriva fino a un certo punto. Dunque, siamo un po’ più indulgenti con Prodi, che dopotutto, e senza ombra di dubbio, è pur sempre un uomo d’onore.

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