Archivio

Archive for maggio 2006

Perché il Papa ha bisogno di interpreti

31 maggio, 2006 10 commenti

Enzo Reale, su 1972, fa riferimento al mio post sulle parole del Papa ad Auschwitz e muove una contestazione che trovo interessante. In sostanza si dice questo: sarà pure come sostengono i difensori del Pontefice, e cioè che il messaggio è stato frainteso, ma si può sapere perché mai il Papa abbia bisogno di “interpreti” per essere compreso? Non poteva essere più chiaro, soprattutto in considerazione del fatto che parlava di quel che parlava e per giunta in un luogo come quello in cui aveva la ventura di trovarsi?
 
Bene, il ragionamento, dicevo, è interessante perché in qualche modo sfugge all’idem sentire dei tanti che si sono scandalizzati per portarsi su un terreno decisamente “pratico,” quale appunto è quello della chiarezza e, possibilmente, dell’univocità che le parole dei personaggi pubblici, soprattutto quando si tratta di quel personaggio pubblico, dovrebbero avere.
 
In linea di principio sono d’accordo: quanto più importante è la funzione, e quanto più estesa è l’audience, tanto maggiore dev’essere la prudenza delle parole. Dove non sono d’accordo, invece, è sul presupposto che il discorso del Papa non fosse sufficientemente chiaro, infatti, a mio avviso, lo era eccome, e se per qualcuno (tanti o pochi che fossero) non lo era la responsabilità non è da attribuirsi al Papa ma all’abitudine che un po’ tutti abbiamo fatto—quando vengono affrontati certi argomenti—ad ascoltare “sempre lo stesso discorso,” variamente rielaborato e rivisitato ma sostanzialmente sempre identico. Benedetto XVI, invece, non ha contraddetto nulla che fosse “vietato” (dalla verità storica, dal buon gusto, dal buon senso, dalla teologia, ecc.) contraddire, ma ha impostato il ragionamento in modo tale da mettere in evidenza qualcosa che in precedenza non era mai stato preso adeguatamente in considerazione.

In sostanza, dunque, va bene che chi parla ha il dovere di essere chiaro, ma chi ascolta avrebbe il dovere di non essere pigro, altrimenti per forza c’è bisogno degli interpreti.
 
 
Categorie:culture autoctone

E l'Uomo non c'era ad Auschwitz

31 maggio, 2006 6 commenti

Norman Geras propone una “risposta” interessante al discorso di Benedetto XVI, quella di una lettrice del Times che, nella rubrica Letters to the Editor, argomenta in questo modo il suo garbato “dissenso” (uso le virgolette perché in realtà non è tale, come dirò più avanti):
 
Sir, The late Metropolitan Anthony — a monk and later head of the Russian Orthodox Church in Europe, a member of the French Resistance, a surgeon who also worked with survivors of concentration camps — was in a better position than Oliver Kamm to pinpoint the true question which must be asked of those camps, their perpetrators and their sufferers (Comment, May 30). The question was not, he said, “Where was God?” in all this. God, as always, was there suffering with the victims. The question was, and will be for all time, “Where was Man? Man as he is meant to be, in fullness as God intended and as Jesus made clear in the Beatitudes.”
It is Man who failed at Auschwitz, and the absence of what he really is meant to be, in communion with his Creator, explains such man-made horrors.
Katherine Barlow
Vienna
 
Dicevo che non si tratta di un vero dissenso, e il motivo è che il Papa sa benissimo dove stava Dio quando succedeva quel che succedeva nei campi di sterminio nazisti: come scrive la lettrice, era là, accanto ai sofferenti, come sempre. Ma per esprimere l’inesprimibile il Pontefice ha proposto una parafrasi della formula biblica già adoperata da Gesù stesso sulla croce: quella del Salmo 21 (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”), che poi è tutto meno che un salmo “disperato,” come si può evincere facilmente leggendolo per intero.
 
Ma, a parte questo, penso che Katherine Barlow abbia ragione: non era Dio, era l’Uomo che mancava ad Auschwitz. E questo, davvero, penso che possa mettere d’accordo tutti (vabbè,  quasi), laici e credenti, ebrei e cristiani … Sentite cosa dice Norman Geras:
 
I don’t subscribe to the theology here, unless in a secularized version – such that God is a name for the best aspirations of humankind, for a world in which people are by and large secure and protected against the worst forms of injustice. But Katherine Barlow speaks the truth. The failure is humanity’s – at Auschwitz then, in Darfur now.
 

Quel male primigenio dietro la croce uncinata …

30 maggio, 2006 17 commenti

Nessuno può dire, penso, per quale strano automatismo, “riflesso condizionato” e cose del genere, a volte ascolti o leggi qualcosa e improvvisamente fa capolino nell’anticamera del tuo cervello un pensiero, una citazione letti/ascoltati chissà dove, chissà quando e che, almeno apparentemente, non c’entrano niente con ciò di cui ti stai occupando. Salvo poi, dopo, qualche istante di spaesamento, realizzare che sì, c’entrano, anche se in una maniera un po’ “obliqua” e, se vogliamo, anche piuttosto subdola.
 
La stessa cosa mi è capitata leggendo le critiche al discorso di Benedetto XVI al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Lo strano è che la citazione sembra un po’ troppo severa in rapporto a ciò che l’ha subdolamente provocata. Anche perché le critiche non sono campate in aria, o almeno non lo sono i rilievi mossi, ad esempio, da Giovanni De Luna su La Stampa di oggi. Utilizzo proprio la riflessione di De Luna per rendere il tono e la sostanza dei rilievi critici mossi al Papa:
 
Benedetto XVI è rimasto significativamente impigliato in due «nodi» su cui si è soffermato il dibattito storiografico di questi anni: le responsabilità del popolo tedesco nello sterminio degli ebrei e il rapporto tra la Shoah e il presunto disegno hitleriano di attaccare le radici cristiane della nostra civiltà. Rispetto al primo, l’affermazione del Papa tesa a circoscrivere le colpe a «un gruppo di criminali» che «usò e abusò» del popolo tedesco, rendendolo «strumento della loro smania distruzione e di dominio», entra in rotta di collisione con tutta l’impressionante mole di ricerche storiche che hanno invece insistito sulla «normalità del male»; è un filone al cui interno (sulla scia di Hannah Arendt) l’enormità della Shoah è racchiusa proprio nella «normalità» dei carnefici, fedeli servitori dello Stato e delle sue regole.
[…]
Ancora maggiori perplessità suscita poi la sua seconda affermazione sui «nazisti che volevano distruggere il popolo ebraico per strappare la radice su cui si fonda il cristianesimo». Il progetto di sterminio si sviluppò in realtà lungo una direzione che francamente fa apparire il cristianesimo un bersaglio trascurabile, quasi inesistente. Quel progetto, irrinunciabile e totalitario, rivelò soprattutto l’essenza compiutamente biopolitica del nazismo (la vita traducibile immediatamente in politica e, viceversa, la politica segnata da una caratterizzazione intrinsecamente biologica); il regime di Hitler spinse la «biologizzazione» della politica a estremi mai raggiunti in precedenza, e il popolo tedesco diventò una sorta di corpo organico, da curare e proteggere, amputandone violentemente le parti infette, quelle «spiritualmente già morte»: la soppressione del nemico, in particolare degli ebrei, era necessaria per garantire la vita del popolo, lo Stato con lo sterminio di massa garantiva il benessere e la felicità dei suoi sudditi. Sia nell’eutanasia praticata su larga scala sui malati di mente, sia soprattutto ad Auschwitz e dintorni, questa forma di esercizio del potere fece del nazionalsocialismo la sintesi perfetta tra politica, Politik (la lotta contro i nemici interni e esterni dello Stato fino alla loro morte e all’annientamento) e polizia, Polizei (la cura per la vita dei cittadini in tutte le sue estensioni). Come ha scritto Giorgio Agamben, «la polizia diventa politica e la cura della vita coincide con la lotta contro il nemico».

 
Ebbene, che dire? Che semplicemente il ragionamento sta in piedi. La prima delle due obiezioni, in particolare, mi sembra inconfutabile e, direi, persino fuori discussione. Credo che, in linea di principio, si possa convenire anche con la seconda, sebbene sostenere tout court che il cristianesimo fosse per i nazisti “un bersaglio trascurabile, quasi inesistente” mi sembra una tesi un po’ troppo netta: forse necessiterebbe di qualche supplemento di riflessione e di argomentazioni meno sbrigative. Ma, insomma, come dicevo, il discorso regge.
 
E allora? Cosa c’è che non va? C’è che, fermo restando quanto detto sopra, bisognerebbe non sottrarsi, come suggerisce Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera di oggi, ad una constatazione piuttosto ovvia e alla domanda che ne deriva: in un discorso pubblico del genere, pronunciato in quel luogo e per giunta da un Papa tedesco, Benedetto XVI avrebbe facilmente potuto ricalcare gli schemi consueti e ripetere i giudizi, le attribuzioni di colpe, le deprecazioni e le evocazioni che tutti sappiamo (giustamente) a memoria, e invece non l’ha fatto: perché? Direi che Galli Della Loggia lo ha spiegato molto bene, cogliendo alcuni risvolti del discorso di Papa Benedetto che ai critici sembrano essere sfuggiti (e lasciando intendere che quelle obiezioni sono un po’ troppo facili). Se il Pontefice ha preferito battere un’altra strada rispetto a quella più “facile” e scontata, ciò si spiega in due modi:
 
Per un verso [Benedetto XVI] ha scelto di volare più basso, ma insieme, per un altro verso, di muoversi ad altezze inconsuete per il discorso pubblico ufficiale.
L’autenticità umana, l’originalità intellettualee l’ispirazione dell’uomo di Dio, si sono così intrecciate e confuse davanti ai tetri edifici di Auschwitz in una meditazione ampia e nervosa, dall’andamento quasi spezzato. L’accento dimesso è risuonato in quel presentarsi semplicemente come «figlio del popolo tedesco» (un’espressione ripetuta ben tre volte in poche righe), ma proprio ciò ha conferito un senso estremo all’inevitabile questione della colpa collettiva.
Molti hanno osservato che l’analisi di Ratzinger sull’ascesa del nazismo è stata troppo indulgente verso i suoi compatrioti […]. [M]a il senso del richiamo del Pontefice al ruolo della leadership nazista sta nel voler porre l’accento su un elemento troppo spesso cancellato quando si parla del nazionalsocialismo, e cioè il nichilismo radicale, la smisuratezza antiumana, insomma il demoniaco che si stagliava dietro la croce uncinata e che ne faceva il simbolo di un vero e proprio risorgente paganesimo, spesso nelle forme ancora più agghiaccianti di una disciplinata burocrazia. [Il corsivo è mio]
 
Mi sembra che il percorso “anomalo” seguito da Galli Della Loggia—naturalmente sulla scia di un Papa davvero anticonformista—lo abbia condotto fino a quello che a me sembra essere il cuore della faccenda. Seguiamo ancora l’editoriale:
 
Vi fu insomma nel nazismo l’affiorare comedi un male primigenio che per venire alla luce non si affidò certo al «popolo », ai «tedeschi», ma ebbe per l’appunto bisogno della mediazione di «capi», di cupe figure di despoti di cui Hitler rappresentò un paradigma esemplare. Con la mente rivolta a questo demoniaco in certo senso prepolitico, anche se micidialmente calato nella storia, ha parlato Benedetto XVI: dunque trascurando di evocare (è permesso dirlo a tanti suoi critici che invece avrebbero voluto proprio questo?) i precisi excursus fattuali, le responsabilità delle Chiese cristiane (quella di Roma fu solo una tra le tante), le specificità ideologiche (a cominciare dall’antisemitismo, non nominato, d’accordo, ma se si dice Ebrei e Shoah di cosa si sta mai parlando?). Un discorso, forse, troppo teologicamente ispirato e troppo poco politico, troppo lontano dalle convenienze del senso comune. Forse. Ma solo evocando il male assoluto, solo scorgendo tra i fumi infernali dei camini di Auschwitz il volto di Satana, solo così acquista senso il grido supremo della disperazione umana che Joseph Ratzinger ha rivolto al cielo. [Corsivi miei anche stavolta]
 
Ebbene, direi che quest’uomo ha capito tutto, anche se, a mio sommesso parere, non ci voleva precisamente un genio per arrivarci—il che non significa affatto che Galli Della Loggia non lo sia, dal momento che probabilmente lo è davvero! Più difficile, semmai, era spiegarlo in maniera tanto succinta e nel contempo così efficace. Ma forse, se a qualcuno è risultato così difficile capire quale fosse il “messaggio” sotteso dal discorso Pontefice, una ragione profonda c’è (di sicuro non si tratta di “dura cervice” e cose di questo genere). E a questo punto, vedi un po’, torna in ballo la citazione di cui parlavo all’inizio, e di cui magari qualcuno pensava che mi fossi dimenticato. Neanche per sogno. Eccola (ma a ripensarci è dura, dura assai …):
 
Egli disse: "Va’ e riferisci a questo popolo: Ascoltate pure, ma senza comprendere, osservate pure, ma senza conoscere. Rendi insensibile il cuore di questo popolo, fallo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da esser guarito".
Isaia  6, 9-11 

Categorie:culture autoctone

The most remarkable comment

30 maggio, 2006 6 commenti

(UPDATED)

 English Pope Benedict’s prayer at the Auschwitz-Birkenau concentration camp on May 28th, 2006 (full text).

 Italiano Il miglior commento alle parole del Papa al campo di Birkenau, Auschwitz, il 28 maggio 2006. Qui il testo integrale.

 Una regia sapiente ha dato una mano anche da lassu'

 English UPDATE (May 30, 2006, 2:20 pm)

From Sandro Magister’s WWW.CHIESA website:
 
According to his critics’ expectations, Benedict XVI should have asked for forgiveness for the faults of the German nation – to which he belongs – and denounced the anti-Semitism of yesterday and today, especially that of many Christians.

But it didn’t happen. Benedict XVI didn’t talk speak of these two matters.

Nor did he repeat the usual interpretations of the Holocaust.

On the contrary, he made an interpretation of the slaughter of the Jewish people that no pope had ever made before him.

By annihilating that people – Benedict XVI asserted – the architects of the slaughter “wanted to kill God.” The God of Abraham, and of Jesus Christ. The God of the Jews and of the Christians, but also of all humanity, for whose sake “on Sinai he laid down principles to serve as a guide, principles that are eternally valid.” By destroying Israel, the authors of this extermination “ultimately wanted to tear up the taproot of the Christian faith and to replace it with a faith of their own invention: faith in the rule of man, the rule of the powerful.”

 
See also the attached full text of the speech and an anthology of the salient passages from Benedict XVI’s other speeches and homilies delivered during his visit to Poland.

…..

 Italiano AGGIORNAMENTO (ore 12:00 del 30 maggio 2006-05-30)
Come scrive Sandro Magister,  molti si aspettavano che il Papa chiedesse perdono per le colpe della “sua” Germania e che non perdesse l’occasione per denunciare l’antisemitismo di ieri e di oggi, ivi compreso quello di tanti cristiani. Ma Benedetto XVI si è regolato diversamente, e “neppure ha ripetuto della Shoah le interpretazioni usuali.”  Al contrario: ha finito per dare dello sterminio del popolo ebraico “un’interpretazione che nessun papa prima di lui aveva dato.”
Eccola:
 
Annientando quel popolo – ha affermato Benedetto XVI – gli autori dello sterminio “intendevano uccidere Dio”. Il Dio di Abramo e di Gesù Cristo. Il Dio degli ebrei e dei cristiani ma anche di tutta l’umanità alla quale “parlando sul Sinai egli stabilì i criteri orientativi che restano validi in eterno”. Cancellando Israele, gli autori dello sterminio “volevano strappare anche la radice su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell’uomo, del forte”.

È questo il passaggio chiave del discorso pronunciato da Benedetto XVI domenica 28 maggio ad Auschwitz e Birkenau.

Il vaticanista dell’Espresso ha sottolineato anche “altri passaggi innovativi, rispetto ai canoni politicamente corretti” del discorso del Papa:
 
La solidarietà di ebrei e cristiani, ad esempio, non è stata evocata da papa Ratzinger come richiesta di perdono dei secondi ai primi, ma come comune sorte di vittime, come comune volontà di resistenza al male, come prossimità nella preghiera. Facendo ciò, il papa non ha avuto paura di toccare questioni controverse. Ha ricordato tra le “luci in una notte buia” l’ebrea e cristiana Edith Stein, anch’essa uccisa nella Shoah ma invisa a molti ebrei perchè convertita e beatificata. Ha apprezzato il convento delle carmelitane sorto presso Auschwitz, criticato da molti ebrei come appropriazione indebita della memoria del luogo.

Segnalo, infine, che Sandro Magister riporta nel sito WWW.CHIESA il testo integrale del discorso di Birkenau e un’antologia di brani particolarmente significativi tratti dagli altri discorsi e omelie pronunciati da Benedetto XVI durante il suo viaggio in Polonia.

Risposte su Veltroni

29 maggio, 2006 3 commenti

Veltroni è migliorato ed è tornato a casa dall’ospedale dopo che, la settimana scorsa, era stato ricoverato per una colica renale. Ne sono lieto e gli faccio i miei più sentiti auguri di pronto e completo ristabilimento. Questo, oltretutto, mi pare il minimo, avendo rilanciato martedì scorso—prima del suo ricovero—un articoletto piuttosto cattivo nei suoi confronti … 
 
Ora che è tornato a casa, posso finalmente rispondere—prima non me la sono sentita—al commento di Return  a quel post “inconsapevolmente assassino” (e maramaldesco … in anticipo!), cogliendo anche l’occasione per commentare quanto ha scritto Luca Sofri sabato scorso, in difesa del sindaco di Roma.
 
Dunque, il problema non è, a mio avviso, la capacità di mettere d’accordo (quasi) tutti, che è, con ogni evidenza, una qualità politica tanto rara quanto preziosa. Un problema, però, sorge inevitabilmente quando il compromesso, in linea di principio e come attitudine mentale, viene cercato e realizzato prima e non dopo il confronto con le altre parti. Nel perfido quadretto di Magna Carta—che è giocato molto sul paradosso e va preso per quello che è, vale a dire per una presa per i fondelli a partire da una certa intuizione su Veltroni, ovvero da quella che a taluni antipatizzanti sembra essere la cifra del “veltronismo”—le perplessità suscitate dal fenomeno politico in questione si possono riassumere nell’espressione “il pluralismo in un uomo solo,” che è appunto una cosa un po’ diversa dalla ricerca del massimo consenso come frutto di un attento ascolto degli “altri.”
 
Quella certa attitudine mentale di cui parlavo prima, a volersi avventurare in una “psicologia pratica” molto fai-da-te e senza alcuna pretesa di scientificità, mi pare assomigli più al solipsismo che ad un’autentica capacità dialogica, laddove quest’ultima si sostanzia più in una chiara ed onesta individuazione delle differenze che non nel tentativo di superarle prima ancora di averle ben enucleate e messe sul tappeto.
 
Qui il ragionamento mi suggerisce un singolare parallelismo tra l’accusa di “veltronismo” e un aspetto oggettivo della “veltronità”—se posso cedere alla tentazione di coniare un termine che, licenza letteraria a parte, mi sembra un po’ più onesto intellettualmente dell’altro—, cioè un dato biografico estremamente significativo dell’uomo Veltroni: il suo continuare a proclamarsi (mi hanno riferito che lo ha ripetuto anche recentemente nel corso del programma televisivo Le invasioni barbariche)  uno che “non è mai stato comunista” pur essendosi iscritto giovanissimo e avendo militato per lunghi anni in un partito che rispondeva al nome di Partito comunista italiano. Che cos’è questo? E’ appunto, a mio modo di vedere, una manifestazione di quel “pluralismo in un uomo solo” che consiste nel conciliare l’inconciliabile, e non a posteriori, bensì a priori, non come risultato di una crisi, nel senso etimologico di «separazione», «rottura», di un doloroso e drammatico ripensamento, ma della negazione della crisi medesima in quanto tale, postulando l’inesistenza di qualsiasi contraddizione iniziale.
 
Ora, ciascuno avrà pure i propri vezzi, le proprie civetterie e furberie, ma ci sono atteggiamenti che rivelano molto più che vezzi, civetterie e furberie: indicano appunto un’attitudine mentale che diventa visione del mondo, modo di concepire i rapporti tra gli esseri umani, la dialettica politica e sociale, la storia, l’economia, ecc. Qualcosa che assomiglia poco, come appunto adombrava l’”Uovo di giornata” di Magna Carta, ad una visione democratica e autenticamente pluralista, “così come generalmente la intendono i liberali.” Semmai, aggiungo io, assomiglia di più a una religione, e perfino, sotto qualche riguardo, ad una dottrina politica “totalizzante” di cui preferisco non fare il nome.

Categorie:interni

Promuovere la democrazia


Ieri sono stato off-line quasi tutto il giorno e quindi non ho potuto rilanciare l’annuncio—dato dal Foglio—di un evento (un incontro-dibattito) che mi sembra importante e utile. Importante per le ragioni che saranno subito chiare un attimo dopo aver preso coscienza di ciò di cui si tratta (e cioè: tema dell’incontro e ospiti). Utile, anzi utilissimo, per due motivi: il primo è di tipo culturale ed è in relazione diretta con l’importanza della cosa in sé; il secondo è di tipo economico, nel duplice senso di un risparmio di tempo e di denaro, in quanto andando al convegno—e ascoltando attentamente tutti gli interventi senza perdere una sola virgola—si può fare a meno a) di comprare e b) di impegnare parecchie  ore del proprio tempo per leggere il libro di Christian Rocca la cui uscita è precisamente l’occasione dell’evento.
 
Io lo dico così, e sembra quasi che stia scherzando, ma se ci pensate un attimo il ragionamento è molto serio. Comunque, ecco le coordinate:
 
camillo      (tema del dibattito) PROMUOVERE LA DEMOCRAZIA. Una politica estera per la sinistra e per la destra.
      (data e luogo del convegno) Giovedì 1 giugno 2006, ore 10:00-13:00, cinema Capranichetta, piazza Monte Citorio, Roma.
      (intervengono) Piero Fassino, Adriano Sofri, Christopher Hitchens, Paul Berman, John Lloyd.
      (libro) Christian Rocca, Cambiare Regime – La sinistra e gli ultimi 45 dittatori, Einaudi, pp. 254, Euro 14,50. Qui, ad ogni buon conto, i links alle recensioni uscite finora.
 
Per ulteriori dettagli rinvio all’articolo del Foglio. Sfortunatamente, abitando lontanuccio, non potrò essere presente all’incontro. Ma chi può, a mio modestissimo avviso, farebbe bene ad andare. E se non ci va—che poi sono esclusivamente affari suoi—poi non dica che non  gliel’avevo detto.

Categorie:culture autoctone

Salva per miracolo sulle intercettazioni

Le intercettazioni telefoniche, in Italia come nel resto del mondo, sono “una conseguenza quasi obbligata della nuova società tecnologica” e il “semplice adeguamento elettronico degli antichi pedinamenti dei sospetti da parte della polizia.” Su questo non ci piove, ci mancherebbe altro.  Da noi si intercetta per far emergere gli squallidi “commerci” del mondo calcistico, o le inconfessabili liaisons tra ambienti politici e finanziari, fuori si lavora essenzialmente—e quasi sempre in maniera silenziosa—allo scopo di portare avanti quanto più efficacemente è possibile la guerra alla criminalità e al terrorismo.

Di fronte a questa “novità” l’opinione pubblica, ovviamente, si interroga: E’ giusto? E’ sempre inevitabile? Ci sono dei limiti? Lucia Annunziata—che quando vuole sa praticare un giornalismo pro-civil society, cioè non volgarmente di parte e neppure odiosamente moralistico—ripropone questi interrogativi in un editoriale che compare su La Stampa di oggi. Interessante, in particolare, la sottolineatura della “peculiarità” del caso-Italia:
Negli Stati Uniti, di recente, è stata denunciata una vasta rete di controllo del governo sui telefoni di migliaia di cittadini americani. Scoperta che ha provocato scandalo e proteste. Come del resto è successo in tutti i Paesi quando si è saputo del progetto Echelon. Contro le intercettazioni si sono schierate soprattutto le aree democratiche delle opinioni pubbliche, in nome del pericolo di un subdolo insinuarsi del potere dentro la sfera dei diritti fondamentali dell’individuo.

In Italia invece c’è stato un totale rovesciamento delle parti. Essendo state strumento di denuncia di scandali che altrimenti non sarebbero mai venuti a galla (e quello del calcio ne è la puntuale conferma), le intercettazioni sono state sempre difese dalla sinistra, e attaccate dalla destra. Con la paradossale conclusione che la sinistra ha lasciato alla destra una sua tradizionale e fondamentale battaglia: quella del «garantismo», cioè della difesa dei cittadini da uno strapotere dello Stato. L’eccezione italiana spiega sicuramente la differenza: la natura particolarmente opaca e serrata del potere italiano ha reso probabilmente necessario l’uso dell’ascia. Ma ora? Ora che la politica si trova di fronte a scandali non strettamente politici, ora che al governo ci sono forze che sostengono che la moralità pubblica è il fondamento del loro operato, non si sono forse create le condizioni per poter riflettere, oltre che sulla bontà, anche sui limiti dell’uso delle intercettazioni?

 
Indubbiamente, la “paradossale conclusione” di cui sopra, imbarazzi a parte, può essere in qualche misura motivata dalla peculiarità del contesto (“l’”eccezione italiana”), tuttavia L’Annunziata sembra pensare che, adesso, questa eccezionalità sia oramai poco più che un ricordo. Il che, se devo essere sincero, mi suona un po’ male. Fortunatamente, però, nell’editoriale si parla di “forze che sostengono che la moralità pubblica è il fondamento del loro operato,”  non già di forze a fondamento del cui operato c’è la moralità pubblica. Sarà un eccesso di pignoleria, ma a volte sono proprio certi "eccessi" che fanno la differenza tra moralismo e moralità, tra ipocrisia e amore per la verità. Diciamo che stavolta la Lucia è salva per miracolo.

Categorie:interni

And to make an end is to make a beginning

26 maggio, 2006 2 commenti
 
By one of those coincidences that don’t mean anything, 70 years ago today – and I mean to the very day – the poet T.S. Eliot paid a visit to a small hamlet in Cambridgeshire. He took the name of this place as the title for the fourth of his Four Quartets – ‘Little Gidding’. What has that got to do with the Euston Manifesto? Nothing, really.
 
But in the way of these things, I went back to the poem just to have a look, in case (you never know) I might find some other connection than merely the date. What I came back to there were these lines:
 

And to make an end is to make a beginning.
The end is where we start from…

 
There you go – that gives me somewhere to start from this evening. Because I want to talk about ends and beginnings in both a public and a personal sense.
 
The first of these: 9/11 – September 11, 2001. It is a day imprinted on the public memory – indelibly – because the crime committed in New York and Washington DC announced a terrible willingness, of which few previously had been aware: a willingness to use terror without limit for political ends; a terrorism, that is to say, unconstrained by any concern about the numbers of the innocent dead. That day was both an end and a beginning because it showed, and to many of us in an instant, that the world was now different, dangerously so, and in a way not amenable to simple-minded responses.
 
This brings me to a second end and beginning, and if I may get your indulgence for this, I will frame it in more personal terms. It happened in the days immediately following 9/11. Not just simple-minded, but cold, shameful, appalling responses to the crime that had been perpetrated, parading across the pages of the liberal and left press. You know the terms of it: blowback; comeuppance; yes, a crime of course but… But what? But a crime to be contextualized immediately, just in case you might be unaware that it wasn’t the first or the worst crime in human history.
 
This kind of stuff, I regret to say, was coming principally from a part of the left. And in those few days, 12, 13, 14 September 2001, it became clear to me that this part of the left wasn’t a part one should have anything – or anything more, depending on where you were at the time – to do with if the left was to have a worthwhile future and merit anybody’s support.
 
Anyone who’s ever belonged to anything, as we all have – a family, a group, a club, a movement – will know that this involves having some quarrels. If you’re part of the left then you have your quarrels; and having been a part of the left all my adult life, I’ve had my share. But some things you quarrel about. About other things you draw a line.
 
Over 9/11 I decided the time had come to draw a line. A left truly committed to democratic values doesn’t make excuses for terrorism, not at all, not ever. Terrorism is murder. There is no context that makes it OK. This is a simple principle – that you do not want only kill the innocent – embodied in the most basic moral codes of civilized existence, embodied in the rules of warfare and in international humanitarian law.
[…]
One has to draw a line. This is not the authentic voice of the left, and it is not a voice which any self-respecting liberal should be willing to own. It is a disgrace to the best aspirations of the progressive and democratic tradition.
[…]
We need to insist that there is a different tradition which socialists and democrats and liberals can speak out for. There’s been quite a chorus of voices these past few weeks saying that the Euston Manifesto is of no account – though a lot of those saying so seem rather animated about it. Well, we make no extravagant claims. It’s a beginning, that’s all.

Categorie:anglosphere

E Montezemolo volava alto …

26 maggio, 2006 2 commenti

Chiudendo con il suo intervento l’Assemblea Annuale di Confindustria, Prodi ha provato a tendere una mano agli industriali, ma non sembra che abbia riscosso molto successo. Tutt’altro, a quanto pare. E, sempre a quanto sembra, non poteva che andare così. Il perché lo ha spiegato molto efficacemente non un nostalgico del presidente del Consiglio uscente, non un fan del centrodestra, tipo un giornalista di Libero, del Foglio o del Giornale, no, lo ha scritto Alberto Statera sulla prima pagina di Repubblica, commentando l’intervento che Montezemolo ha tenuto ieri, all’apertura dei lavori. “Questione settentrionale—ha esordito Statera—o, tout court, questione industriale?” Il seguito merita di esser letto e meditato con la massima attenzione:
 
Montezemolo ce la mette tutta per dimenticare e far dimenticare Vicenza, vola alto, etica, politica, gli interessi mediati in una cornice non corporativa, perché «è urgente pensare all´Italia, prima che a noi stessi» in un nuovo empito di «solidarietà nazionale». Espressione perfettamente adeguata rispetto a «progetti condivisi», ma che la platea equivoca, fatica a capire, ricollega forse a un´esperienza politica che non viene ricordata per la lotta al terrorismo che insanguinava il paese, ma per lo statalismo montante, per il cattocomunismo, per il consociativismo.
 
Basta un minuto e mezzo, all´inizio, per credere di poter psicanalizzare la maggioranza dei duemila che riempiono l´Auditorium, intervallati, come sempre, da qualche bellezza, accompagnatrici fasciate in passerella. Non vale più la distinzione vicentina tra la prima fila dei grandi e potenti, gli esecrati «poteri forti», e le trenta file successive dell´ex popolo della partita Iva. Il test lo compie coraggiosamente Montezemolo stesso. Onore al nuovo presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: applauso di maniera. Gratitudine all´ex presidente Carlo Azeglio Ciampi: niente di più. Saluto ai neopresidenti della Camera e del Senato, senza neanche citarne il nome, a scanso di rischi per Bertinotti: applauso pigro. Saluto al presidente del Consiglio Romano Prodi, presente in sala: applauso indolente. E´ al nome di Gianni Letta che esplode la standing ovation. Truppe cammellate del riservato ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio?
 
Figuriamoci, neanche a pensarci. Sincera ammirazione. Ma perché mai? Letta è persona squisita, grande mediatore e intelligente navigatore della politica, ma nessuno più di lui incarna l´Italia democristiana statalista, della politica politicante, del potere forte ma dei toni pacati, quasi gesuitici. Se è questo che gli imprenditori rimpiangono, perché mai allora restano freddi freddi quando Montezemolo ripete, con un´implicita critica all´ex premier, di aver assistito alla campagna elettorale più brutta della storia repubblicana per i toni e l´asprezza dello scontro? A meno che il dolce Letta non abbia, paradossalmente, lucrato applausi in realtà destinati al suo furioso leader Silvio Berlusconi, che, nello stesso momento, a Napoli continuava a minacciare sfracelli.
 
Statera prosegue impietosamente la sua disamina domandandosi “cos´è che fibrilla nelle viscere profonde degli imprenditori prima ancora di aver visto all´opera il nuovo governo.” Probabilmente, suggerisce Statera, la risposta, “non è dentro questo Auditorium.”
 
E´ piuttosto sulle pagine dei giornali, nelle comparsate televisive senza sosta dei ministri del nuovo governo, a dispetto degli inviti alla cautela e, possibilmente, al silenzio lanciato dal presidente del Consiglio. Di che cosa credete si parlasse ieri mattina nell´Auditorium di Renzo Piano mentre Montezemolo cercava di ricucire lo strappo di Vicenza e Prodi e Bersani faticosamente vellicavano una platea se non ostile sicuramente sospettosa? Si parlava del ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi, che sull´Alta Velocità prende tempo, pur non nascondendo la sua ostilità, ma corre a dichiarare che Fidel Castro lo «emoziona».
 
E del ministro dell´Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, che annuncia modifiche al Codice Ambientale, con norme più onerose rispetto a quelle degli altri paesi. O del sottosegretario all´Economia Paolo Cento, che la legge Biagi vorrebbe riscriverla tutta, ben oltre l´introduzione dei necessari ammortizzatori sociali.

La conclusione dell’editoriale non è meno impietosa di tutto il resto:

Come fa questo popolo ad esaltarsi per i richiami etici del suo presidente, per lo «scatto morale» invocato da Bersani, per la pace sociale promessa da Prodi, se vede rimettere in discussione, in un continuo gioco dell´oca, anche quel poco di positivo che ritiene di aver ottenuto in questi anni da uno Stato che vive come ostile? Così Vicenza, la città che tanti anni fa fischiò Agnelli e Marzotto quando i poteri forti esistevano ancora davvero, il luogo epitome di un «capitalismo» nuovo, arrabbiato e sempre più esigente, oggi è ancora qui nell´Auditorium tra attesa e scetticismo. E´ come se alcuni di loro volessero ribaltare il motto montezemoliano: «E´ urgente pensare prima a noi stessi che all´Italia». Prodi, Bersani, Enrico Letta, Padoa Schioppa, hanno perciò ben poco tempo per disinnescare la questione settentrionale e non farla dilagare oltre i confini del Nord. Senza dimenticare l´Italia.

Categorie:interni

Ritorno a Tocque-Ville

24 maggio, 2006 41 commenti

Non è che sia cambiata
Tocque-Ville, e non è neppure in questione che sia cambiato io, in verità. E’ che si è spento quel barlume di speranza, quella ostinata (e forse irragionevole) fiducia che una sinistra come quella che volevo potesse esistere da qualche parte, in qualche luogo fisico e non solo nella mia immaginazione. Era—e lo sapevo bene—più uno scherzo della nostalgia per la sinistra che fu, per quanto minoritaria, e una questione di puntiglio: perché lasciare il campo libero agli avversari di sempre? 
 
E’ venuto il tempo di prenderne atto: «se» esiste una sia pur piccola possibilità che qualcosa di vagamente somigliante a ciò che cercavo—purtroppo nel posto sbagliato e nel tempo sbagliato—ci sia davvero, e «se», soprattutto, può avere ancora senso cercare, allora è molto probabile che, analogamente a ciò che è già successo in America, non sia tra le file dei falsi liberals che una ricerca siffatta possa dare qualche frutto. Per questo, alla maniera di Christopher Hitchens, posso oggi dire: "So call me a neo-conservative if you must."
 
Dunque, uscito una volta, da amico, per via delle mie “ostinazioni,” ora penso sia venuto il tempo di rientrare, e di riprendere la mia ricerca—stavolta, però, nel posto giusto, nel tempo giusto—da dove l’avevo interrotta, cioè dove vivono i miei simili, in quella Città dei Liberi a far nascere la quale ho avuto il privilegio di dare un piccolo contributo.   

Categorie:blogosfera