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A proposito del Manifesto di Euston


Questo è il post sul “Manifesto di Euston” (qui la traduzione italiana, e in coda una scheda di Christian Rocca che mi risparmia la fatica di una presentazione sintetica) che era in incubazione da settimane. La prendo larga, ma alla fine il cerchio dovrebbe chiudersi.
 
No, non è facile. Non è facile mantenere politicamente la rotta di questi tempi. Certo, uno potrebbe seguire i propri compagni di viaggio abituali, quelli nei quali hai riposto di volta in volta fiducia, in cui ti sei riconosciuto e ai quali, nei momenti di incertezza—dovuti alla complessità e spesso alla contraddittorietà del reale—ti sei in qualche modo affidato, perché questo, in fondo, per chi non si ritiene infallibile e onnisciente, è ciò che significa “appartenere” a qualcosa come una visione del mondo, un credo politico e via discorrendo: sapere di poter contare sulla saggezza di qualcun altro quando la propria non è sufficiente, ed essere ragionevolmente sicuri che in questo modo manterrai la rotta che hai assegnato alla tua esistenza, alla tua “cittadinanza” in questo mondo.  
 
Ma che succede se i tuoi compagni non riesci più a riconoscerli, se ciò che fino a un determinato momento ti sembrava scontato da un certo punto in avanti ha finito per non esserlo più, se sistematicamente, e su quasi tutti i temi principali del dibattito politico, il tuo personale dissenso dalle loro posizioni risulta talmente profondo da rimettere in discussione tutto? Direi che prima di tutto un individuo dotato di una certa onestà intellettuale si domanda se per caso lui stesso non stia prendendo lucciole per lanterne. Ed è ciò che ho fatto anch’io. Mi sono chiesto se non fossi io fuori rotta. La seconda fase è ovviamente quella della verifica punto per punto, analizzando i presupposti condivisi, i fini contemplati e i mezzi proposti o adoperati nell’agire politico. Fatto anche questo, e spero di non aver trascurato nulla che meritasse attenzione e approfondita riflessione. Di questo percorso fanno fede alcune centinaia di post, un po’ troppi per riassumere il tutto in poche frasi. Mi limito solo alle conclusioni: rispetto all’idea di partenza—liberalsocialista, che del resto è tutt’altro che un’idea immobile o qualcosa di simile ad un dogma—mi sembra di non essermi spostato in maniera significativa, mentre non potrei dire altrettanto dei miei compagni di viaggio, vista tra l’altro la compagnia che si sono scelti e, più ancora, l’acquiescenza con la quale ci convivono, che sconfina con la subalternità in materie quali la lotta contro il terrorismo e la politica estera.
 
Ma tutto questo, si potrebbe obiettare, ha molto più a che fare con la sinistra democratica italiana che con quella europea. E’ vero, non lo nego: in Germania Schroeder ha rifiutato l’accordo con gli estremisti e in Gran Bretagna c’è Tony Blair, per quanto recentemente indebolito e in difficoltà nel suo stesso partito. In Italia, invece, la consistenza elettorale delle componenti massimalistiche è tanto imbarazzante quanto lo è l’esiguità dei riformisti di lungo corso (gli ex-socialisti), mentre incerta e per tanti versi improvvisata risulta essere l’acquisizione al riformismo degli  ex-comunisti del partito di D’Alema e Fassino, “convertitisi” tardivamente e soltanto dopo il crollo dei regimi comunisti dell’est europeo. E come se non bastasse, “il popolo della sinistra” nel suo complesso non perde occasione per offrire una rappresentazione di sé (vedere ad esempio qui, qui e qui) che non assomiglia affatto all’idea di moderazione, equilibrio e senso di responsabilità che i suoi dirigenti, talvolta in perfetta buona fede, cercano in tutti i modi di trasmettere all’opinione pubblica.
 
Dirò di più: capovolgendo il grido morettiano, forse il vero problema non sono questi dirigenti ma il popolo della sinistra, che del resto ha sempre preferito di gran lunga le politiche massimalistiche della vecchia dirigenza comunista a quelle riformiste dei socialisti di Nenni, Saragat e Craxi. Che si può pretendere da intere generazioni di militanti e semplici elettori “allevati” nel disprezzo e nell’odio per la socialdemocrazia? Forse a dei dirigenti politici abilissimi nell’arrampicarsi sugli specchi delle parole e dei concetti può riuscire facile cambiare idea e dimostrare nel contempo che avevano ragione anche quando avevano torto, ma per gente meno raffinata e molto più sanguigna certe ginnastiche intellettuali sono improponibili, o quanto meno richiedono un lungo e paziente lavoro di “rieducazione” (che è appena cominciato, sia pure timidamente).
 
Detto questo sull’Italia, bisogna dire che altrove non si respira un’aria molto più salubre. Paradossalmente si può dire che ne è la prova proprio “Il Manifesto di Euston,” nato per riportare sulla retta via una sinistra internazionale giudicata dagli estensori del documento bisognosa per l’appunto di un raddrizzamento. E di che tipo di raddrizzamento si debba trattare lo sanno bene i lettori meno distratti di WRH, ai quali, penso, non ho bisogno di ricordare i post (ad es. questo e questo) nei quali, avvalendomi di ottimi riferimenti nella blogosfera, ho affrontato la questione di cosa dovrebbe essere una sinistra degna di questo nome.
 
Devo dire che, per quanto mi riguarda, ho riflettuto a lungo se fosse il caso di firmare oppure no il manifesto. Alla fine lo firmerò, ma, lo confesso, con meno entusiasmo rispetto a un altro documento di matrice britannica, Unite Against Terror, cui ho contribuito anche traducendolo in italiano. Il perché di questa riluttanza, o meglio di una certa mancanza di entusiasmo, non va cercato sicuramente in un qualche dissenso sul taglio e sui contenuti specifici del testo, che invece condivido in larghissima parte e, nella sostanza, interamente. Il motivo, direi, è opposto: trovo che sia un documento tanto condivisibile da risultare persino troppo condivisibile. In che senso lo ha spiegato molto bene Christopher Hitchens sul Sunday Times:
 
 
This hectic collapse in the face of brutish irrationality and the most cynical realpolitik has taken far too long to produce antibodies on the left. However, a few old hands and some sharp and promising new ones have got together and produced a statement that is named after the especially unappealing (to me) area of London in which it was discussed and written.
The “Euston Manifesto” keeps it simple. It prefers democratic pluralism, at any price, to theocracy. It raises an eyebrow at the enslavement of the female half of the population and the burial alive of homosexuals. It has its reservations about the United States, but knows that if anything is ever done about (say) Darfur, it will be Washington that receives the UN mandate to do the heavy lifting.
It prefers those who vote in Iraq and Afghanistan to those who put bombs in mosques and schools and hospitals. It does not conceive of arguments that make excuses for suicide murderers. It affirms the right of democratic nations and open societies to defend themselves, both from theocratic states abroad and from theocratic gangsters at home.
I have been flattered by an invitation to sign it, and I probably will, but if I agree it will be the most conservative document that I have ever initialled. Even the obvious has now become revolutionary. So call me a neo-conservative if you must: anything is preferable to the rotten unprincipled alliance between the former fans of the one-party state and the hysterical zealots of the one-god one.
 
So call me a neo-conservative if you must, scrive Hitchens. Ma sì, secondo me uno può metterla anche in questi termini e la cosa non dovrebbe né meravigliare né scandalizzare nessuno. Quanti sono i “progressisti” convertitisi al verbo del neoconservatorismo? Tanti, lo sappiamo.
 
Ma se Christopher Hitchens è riuscito egregiamente a illustrare sul Sunday Times perché il manifesto è un’ovvietà per chi si sente ed è di sinistra, Daniel Finklestein ha spiegato altrettanto bene su The Times di qualche giorno fa perché questo documento, ben pensato, ben scritto e ottimamente argomentato, evocherà anche la grande storia della Sinistra, ma non il presente e, a suo avviso, neppure il futuro della medesima:
 
The principles outlined by the authors of the Euston Manifesto may draw on the great history of the Left, but they are not its present or its future. The group supporting it has impressive quality. But quantity? No. All the hours spent drafting such a clear statement of principles has been wasted on people who do not agree and never will.
 
Parole dure, che bruciano, ma, temo, non sprovviste di fondamento. Ed ecco la conclusione del ragionamento:
 
The task of persuading the Left is also unnecessary. For if the Euston Manifesto had been published by a group of rightwingers it might attract some right-wing opposition, but support would be overwhelming on the Right. This may not be a very attractive fact for a group of left-liberal authors to come to terms with, but it is the truth nevertheless.
I know how hard this is. I had to come to terms with it myself, after years of thinking myself part of the Left, and it was difficult to do and took me a long time. But it is now more than 15 years since I realised that the Left’s failure to treat all forms of totalitarianism as if they were the same was not going to change.
The Right has its failings, Lord knows that it does. But it is a better ally in the cause that the Euston Manifesto champions. It is as simple as that.
 
Ecco, si tratta appunto di stabilire chi siano gli alleati più affidabili nella causa perseguita dagli estensori di The Euston Manifesto. Quindi bisognerebbe dedicare la giusta attenzione al percorso personale di Daniel Finklestein. E vedere se per avventura il suo caso non somigli al nostro.
 
 
—–
 
 
Da quando, undici giorni fa, il Foglio ha scritto dell’Euston Manifesto pubblicato originariamente sulla rivista socialista britannica The New Statesman, i giornali anglosassoni, inglesi e americani, hanno dedicato ampio e autorevole spazio a questo gruppo di intellettuali liberal riunitosi dopo le elezioni inglesi dello scorso anno in un pub di Londra davanti alla fermata della metropolitana di Euston Station. I promotori – tra cui il giornalista e saggista Nick Cohen e il professore di politica all’Università di Manchester Norman Geras – hanno deciso di stilare le linee guida di una sinistra tosta, liberalsocialista e antifascista in risposta alla sfida del terrorismo islamista e alla politica democratizzatrice di George Bush e Tony Blair. Del Manifesto di Euston hanno scritto, elogiandolo o criticandolo, il Guardian, il Financial Times, il Times e ancora The New Statesman, mentre il Weekly Standard di questa settimana gli ha riservato l’editoriale principale firmato dal suo direttore Bill Kristol. Sui blog politici internazionali è oggetto di vivaci discussioni, come si legge sullo stesso sito del Manifesto (eustonmanifesto.org). Il testo che leggete in questa pagina è liberalsocialista sulle questioni economiche e sociali, ma il suo cuore è antitotalitario e di condanna senza se e senza ma nei confronti di quella sinistra antiamericana e antioccidentale che tradisce i valori fondanti dell’ideologia progressista fino al punto di difendere i dittatori e giustificare le stragi. I firmatari del Manifesto prendono inoltre le distanze dalla sinistra moderata, da quella fetta di sinistra internazionale che spacca il capello in quattro e finisce per scegliere una terza via tra chi vuole liberare il medio oriente dai tiranni e dall’ideologia totalitaria e i difensori dei jihadisti e dei cosiddetti resistenti. Al Manifesto hanno aderito il saggista Paul Berman, il filosofo della politica Michael Walzer, l’editorialista del Financial Times John Lloyd, il dissidente iracheno Kanan Makiya, il direttore del Journal of Human Rights Thomas Cushman, il giornalista di The Nation Marc Cooper, tre riviste come Dissent, Engage e Democratiya e decine di docenti universitari e bloggers di sinistra democratica, alcuni dei quali italiani. Il Manifesto è stato sottoscritto anche dal deputato della Margherita, e probabile sottosegretario agli Esteri, Gianni Vernetti, e dal radicale Daniele Capezzone.
Christian Rocca (Il Foglio, 26 aprile 2006)
 
 
  1. 2 maggio, 2006 alle 18:18

    Io ho firmato.
    Non vorrei lasciare alla destra il monopolito della cultura liberale.

  2. 2 maggio, 2006 alle 19:01

    E’ il ragionamento che ho fatto per anni. A questo punto mi interessa di più che la cultura liberale continui ad esistere. Ovunque.
    Ho firmato anch’io.

  3. 2 maggio, 2006 alle 22:38

    Di tanto in tanto qualcuno scrive un “Manifesto del Liberalsocialismo” come fece, ad esempio, Guido Calogero nel 1940. [ http://www.ossimoro.it/calogero.htm ]
    Proprio rispondendo a Guido Calogero, che nel novembre del ’45 lo invitava a collaborare alla sua nuova rivista “Liberalsocialismo”, Norberto Bobbio scriveva: “Mi interessa e mi piace il programma della tua rivista ( .. ) per quanto l’esperienza ci abbia insegnato che le premesse per una politica “liberalsocialista” in Italia non ci sono, o ci saranno tra due secoli. Faremo i predicatori nel deserto, come del resto “abbiamo sempre fatto…” [ http://www.ossimoro.it/calogero.htm ]

    Costretti, come siamo, tra libertà e necessità, conciliare liberalismo e socialismo è l’impresa più difficile che ci sia ed è sempre stato l’esercizio di minoranze.

    Riguardo a “Euston” ha probabilmente ragione Chrstopher Hitchens: «Even the obvious has now become revolutionary».

    Questa mattina mi è capitato sott’occhio una recensione (su “Panorama” del 4 maggio 2006) del libro di Giuliano Amato «Un altro mondo è possibile?».
    A prima vista, scrive Massimo Boffa, può dare l’impressione di un ecumenico sommario di buone intenzioni, anzi ottime.
    Sarebbe interessante fare un confronto col manifesto di Euston.

    Ad ogni modo (a proposito della strada da compiere e della meta da raggiungere) l’articolo si conclude così: «E da buon lettore del poeta Konstantinos Kavafis, Amato ci mostra che l’importante non è raggiungere Itaca ma, gonfiando le vele, viaggiare e viaggiare in mare aperto»

    Per il momento, anch’io navigo … nella blogosfera. E mi consola leggere i tuoi post.

  4. 3 maggio, 2006 alle 0:21

    Il poeta, tuttavia, probabilmente (purtroppo lo conosco troppo poco per poter essere più preciso) non si è mai occupato a fondo di politica. Una volta, poco più che ventenne, mi capitò di ascoltare il discorsetto politico ad uso interno di un leader locale (un deputato dc che arrivò a fare il sottosegretario o forse il ministro di qualcosa). Disse più o meno così:

    E’ inutile, cari amici, che ci diciamo balle tra di noi, la politica la si fa per vincere, non certo per perdere, e chi racconta altre storie, o vuol fare il furbo o non ha capito niente della politica.

    Era un tipo che aveva poco del democristiano, e infatti mi era simpatico, anche se non era del mio partito. Era intelligentissimo, ma alquanto rozzo nell’eloquio, senza fronzoli. Ho avuto molte occasioni per ripensare a quelle parole, e ho avuto modo di verificarne la giustezza. Per questo, io l’archetipo di Itaca lo relegherei nella sfera della psicologia e della ricerca della verità, dove ha un senso profondo e perfino sublime. La politica è un’altra cosa. Certo, Amato ha ragione a riconoscere l’importanza dell’utopia, ma non credo che egli ne sia mai stato contagiato …

    Comunque questi versi sono piuttosto belli:

    E se non puoi avere la vita che desideri
    cerca almeno questo
    per quanto puoi: non sciuparla nell’eccessivo commercio con la gente,
    nei traffici frenetici e nelle troppe ciance.
    Non sciuparla esibendola
    e portandola in giro esposta
    alla quotidiana insensatezza
    delle relazioni e degli incontri,
    fino a renderla una cosa estranea, fastidiosa.

    Konstantinos Kavafis

    Chissà se nella categoria dello spreco il poeta avrebbe incluso anche i manifesti …

    Il fatto è, però, che la politica, al di là del vincere o del perdere, ha molto in comune con ciò da cui Kavafis esortava a rifuggire. Senza le dispersioni, le ciance, i contatti, ecc., nessuno potrebbe conquistare consensi, e dunque non ci sarebbe democrazia. Del dialogo con la gente si nutre il vero politico, non certo gli intellettuali e i filosofi. Per questo è meglio tenere la politica alla larga da chi pretende o si illude di occuparsene armato soltanto di ottime letture. Ma i poeti servono anche ai politi, come i monaci e gli eremiti servono ai preti secolari: per recuperare di tanto in tanto ciò che la vita quotidiana ha quasi ucciso. Ma poi bisogna ritornare al lavoro, rituffarsi nella mischia. Per vincere, ovviamente (o per provarci sul serio).

    Grazie per le gentili parole. Cerco solo di tirare la carretta. Ciao

  5. 4 maggio, 2006 alle 19:57

    bene,così riaffermiamo e facciamo un salto in avanti anche rispetto a quanto scritto da john rawls in Una teoria della giustizia e Giustizia come equità e del…pluralismo come tratto persistente delle società democratiche.

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