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La tentazione di dire 'sono contento'


La tentazione di dire “sono contento (ma poteva andar meglio)” è forte, ma ricacciarla indietro è, credo, una specie di dovere civico. Meglio, allora, dedicarsi ad un puro esercizio intellettuale: elencare ed argomentare sui motivi per cui dovrei essere soddisfatto (ma non troppo) che le cose, nella corsa al Quirinale, stiano andando nella maniera seguente:
a) forte probabilità che domani Giorgio Napolitano venga eletto presidente con i soli voti dell’Unione; b) veto più o meno esplicito opposto dai ds ad Amato, che pure era stato inserito nella rosa di nomi proposta dalla CdL.
 
Ma come, tra un post e l’altro qui si ribalta tutto? Sì e no. Il fatto è che prima il ragionamento era dal punto di vista dell’interesse generale, del bene comune, mentre ora si discute—in astratto, come dicevo—cambiando prospettiva, cioè osservando le cose dal punto di vista del bene di una parte, la mia, cioè del mio modo di intendere il riformismo. C’è un conflitto di interessi? Certamente, ma la politica—in un senso moderno, liberaldemocratico, laico e antitotalitario—è appunto questo conflitto, e il problema è semmai riuscire di volta in volta a trovare la quadratura del cerchio (o che il cerchio, come è più probabile, trovi da sé la sua quadratura, togliendoci dall’imbarazzo).
 
Insomma, si può sempre sperare che il bene di una parte sia il bene di un tutto, ma siccome questa speranza, come il suo inverso, è sempre appesa a un filo, è meglio, in linea di principio, confidare e sperare vivamente che il bene comune sia anche il bene della mia parte. Ma siccome quale sia il bene comune lo sa Iddio, e Lui solo, mentre a noi è dato soltanto fare congetture, la cosa migliore è darsi da fare per far prevalere la nostra parte, sperando nel contempo che ciò che è meglio per il tutto si riveli almeno accettabile anche per la parte che ci sta a cuore.
 
Detto questo—e mica è colpa mia se la vita è complicata e ciò che ci fa comodo pensare è quasi sempre una furbata—si può ragionare come una parte che, per il bene del tutto, spera di aver ragione, pur sapendo che è possibilissimo che sia vero, piuttosto, il contrario, cioè che si abbia torto e magari torto marcio.
 
Perché, allora, da partigiano del riformismo (quello vero, alla Amato) dovrei essere contento? Perché l’Unione—che non ho votato—mi ha alla fine dato ragione: di riformista, da quelle parti, c’è poco o nulla. I diesse hanno avuto la possibilità di dare una chiara dimostrazione di coerenza con ciò che dicono di essere convergendo su Amato, che è il maggiore riformista italiano, il precursore nientemeno che di Tony Blair (la stampa britannica lo ha definito tale), l’ispiratore della svolta riformista del Psi di Craxi e il vicepresidente del Partito socialista europeo. Non l’hanno colta. E adesso andate a spiegare alla metà degli italiani che non hanno votato per voi che, da domani (se le cose vanno come sembra che debbano andare) in Italia non ci sarà un “regime”—ex, post, tuttora comunista, o chiamatelo come diavolo vi pare, ché non me ne può importare di meno. Altro che riformisti (penseranno i vostri non-elettori): tutto si sono pappati, governo, presidenza della Camera, del Senato e della Repubblica. Tutto. Con 25.000 voti in più da una parte e qualche centinaio di migliaia in meno dall’altra. Come in America—obietterete—dove the winner takes all. Mica vero, vi risponderanno. Negli States, è vero, si può vincere o perdere per una manciata di voti e chi vince (o perde) vince (o perde) l’intera posta, ma noi non siamo americani, da noi chi teorizza (non, si badi, chi mette in atto: nessuno ha mai osato tanto) il principio che il vincitore si becca tutto è come minimo “un pericolo per la democrazia,”  espressione per altro assai cara proprio a voi, cari ex, post, tuttora. Andateglielo a spiegare a chi ha votato per la Casa delle Libertà, e anche a qualcuno degli altri, che è tutto regolare, tutto normale. Neanche la possibilità di ragionare su una rosa di nomi: prendere o lasciare, qui da oggi si comanda noi. Sì, andateglielo a spiegare ai non ex, post, tuttora,  cercando di essere convincenti—non troppo “persuasivi” però: ehi, le cattive maniere sono ancora deprecabili, giusto?—e poi raccontateci come ve la siete cavata.
 
E perché—sempre dal punto di vista di un partigiano del riformismo—poteva andar meglio?  Beh, qui devo dar ragione a quel volpone di Giuliano Ferrara, che voleva D’Alema. Oggi Antonio Socci (su Libero) e altri gridavano al tradimento: ecco, vedete? Semel heres (comunista) semper heres (comunista)! E invece Giulianone faceva soltanto il suo gioco: D’Alema sul Colle sarebbe stato perfetto per distruggere “i rossi” e non farli riprendere mai più, mica come quell’anziano signore, pacato, moderato prima ancora di nascere (politicamente), l’antitesi del rivoluzionario persino nei tratti del viso, nello sguardo, nel timbro di voce. Giorgio Napolitano è non dico il Prodi della situazione, ma quasi: un’astuta “copertura” che nasconde un problema antico, quello di cui ha parlato Panebianco nell’editoriale di oggi
 
lo stesso irrisolto problema che i Ds si trascinano dietro da un quindicennio, quello della loro identità. Un problema che non è stato risolto fino in fondo in quattordici anni (e sono tanti) di appartenenza all’Internazionale socialista. Un problema che rischia di affossare anche il progetto del partito democratico. Non è questa, sia chiaro, la solita, ormai ridicola, richiesta di nuove abiure. […] È invece questione di avere uno scatto di reni, abbandonare vecchi codici, non contare più solo su solidarietà personali nate in un’altra stagione politica. Senza di che, la questione dell’identità dei Ds rimarrà irrisolta danneggiando loro e noi tutti.
 
Ecco, D’Alema sul colle più alto di Roma sarebbe stato il capolavoro di Berlusconi: Ferrara ha ragione da vendere. E per me, che al riformismo diessino non credo più (da oggi, se mai ci ho creduto) ma mi riconosco ancora nel liberalsocialismo di Amato, sarebbe stato una vittoria morale senza eguali: il “nemico” umiliato a causa del suo stesso orgoglio, l’odioso comunista (e finto riformista per tornaconto), il carnefice del Dottor Sottile, finalmente smascherato nel suo sviscerato amore per il potere. Altro che interviste a Fassino sponsorizzate dal machiavellico direttore del Foglio—che deve aver toccato il cielo con un dito a fare il dalemiano e a fingere di seguire il segretario diessino nel suo delirante disegno presidenzialista (alla francese) alla faccia della Costituzione (italiana), una sciocchezza tale che ieri Michele Salvati si è arrampicato sugli specchi per non sbertucciarla apertis verbis, ricorrendo a tutte le risorse della diplomazia e di un’ironia sottile e rarefatta:
 
Personalmente condivido tutti gli orientamenti di «politica presidenziale» che Fassino attribuisce al candidato da lui preferito [D’Alema, in quel momento, ndr]. Il segretario Ds sa però benissimo che un programma presidenziale esplicito è impossibile (è il candidato stesso, la sua personalità, la sua storia politica, a essere il programma); sa altrettanto bene che alcuni degli orientamenti che egli elenca sono facilmente condivisibili e uno solo è veramente scottante: l’impegno a non ricercare attivamente altre soluzioni parlamentari in caso di crisi e a sciogliere il Parlamento. E sa infine che questo impegno non può essere fatto oggetto di una promessa formale, di un «contratto con l’opposizione».

Sì, forte anche il Salvati, non c’è che dire. D’accordo con Fassino sulla «politica presidenziale», ma un po’ più su dichiara di aver apprezzato oltremodo il commento di Sergio Romano a quell’intervista. E chi l’ha letto, il commento dell’ex ambasciatore, capisce subito che nel discorso del professore dev’esserci un qualche cortocircuito, visto che vi si parla di “tentazione presidenzialista” in termini che neanche con tutta la buona volontà di questo mondo potrebbero essere definiti entusiastici. Forte Salvati, come Ferrara: il messaggio c’è, ma non è quello che sembra.
 
Ora basta, comunque. Sarei un po’ stanco sia di incartarmi nelle mie elucubrazioni mentali sia di inseguire le arrampicate in solitaria di Salvati e le perfidie di Ferrara. Dicevo all’inizio che c’è un dovere civico da ottemperare e dunque devo ricacciare indietro una tentazione diabolica. Diciamo allora che non sono contento affatto. E che oggi è stata una giornataccia.  
Categorie:interni
  1. 10 maggio, 2006 alle 14:11

    Con una scelta così scialba, i resti di quello che fu, nel bene e nel male, un grande partito, il Pci, hanno malinconicamente imboccato la via del declino, tagliandosi dietro le spalle tuttii ponti con il socialismo riformista. Hai ragione, però, quando dici che D’Alema sarebbe stata una scelta preferibile (dal punto di vista dal quale hai ottimamente affrontato la questione).
    In realtà, comunque, solo chi li ha votati può avere ragione di intristirsi.
    Gli altri possono limitarsi a prendere atto e, come nel mio caso (e mi pare di capire anche nel tuo), chiudere definitivamente con un equivoco durato troppo a lungo: i riformisti sono altrove. Ciao.
    Walter

  2. anonimo
    10 maggio, 2006 alle 14:19

    Non sono un grande ammiratore di Giuliano Amato, ma certo che tra lui e Napolitano ce ne corre. Però almeno adesso, come dici tu, le cose sono più chiare.

    ps: complimenti per questo post, che è di una profondità incredibile e nello stesso tempo, a leggerlo attentamente (io l’ho letto due volte …), di una chiarezza cristallina.

  3. 10 maggio, 2006 alle 16:49

    La vita è complcata, come dici giustamente, e la politica italiana non ne parliamo, ma certi eventi sarebbe meglio far finta di non vederli.
    La tua analisi, invece, è impietosa: non sfugge nulla … alla tua capacità di guardare dentro alle miserie di una sinistra in decomposizione. Hai un bel “coraggio intellettuale”, se ne potessi prestare un decimo agli interessati forse qualche speranza ci sarebbe … Ciao
    Alex

  4. 10 maggio, 2006 alle 17:50

    boh
    mi pare che a fare continuo politicismo, come panebianco, si finisce per non capire più la politica.

    sarebbe interessante capire, in termini di programmi economico-sociali reali, in che modo le posizioni della maggioranza ds – ma potrei anche dire della margherita – sono nemiche del riformismo (dato che si discostano da quelle di Amato per alcuni micron). Sempre ammesso che si concordi sul fatto che si sta parlando di processi politici reali, fatti da forze politiche reali in situazioni reali, e non di scrivere qualche libro sull’ipse dixit.
    O come uno come Napolitano, liberalsocialista quando Amato suggeriva a Craxi l’importanza della proprietà pubblica, possa passare per simbolo dell’abbandono del riformismo.
    O la sua elezione – cui una destra meno rincretinita dall’egemonia calderoliana avrebbe intelligentemente contribuito; ma evidentemente amano perdere forte – “un regime” (faccio notare che le due camere erano della maggioranza anche prima, e che il quirinale non lo è stato solo perché eletto troppo presto).
    Taccio su cose come “finto riformista per tornaconto” o “carnefice del dottor sottile” (che hanno lavorato assieme fino all’altro ieri…), degne di un flores d’arcais qualunque, o sulle sciocchezze panebianchiane sui ds (che ben altri problemi hanno).

    scommetto che se tra 7 anni qualcuno proporrà di fare presidente Fini, nessuno si straccerà le vesti. Sarà un paese normale, come si usa dire.

    ps
    il nome di amato inserito esplicitamente nella rosa della cdl è stata una completa sciocchezza, frutto di un inutile calcolo di gente confusa, quasi al livello della comica teoria del presidente “terzo” quando si è in pieno bipolarismo (e chi eleggi di “terzo”, il mago zurlì? Vladimir Luxuria? Un tecnico, tipo il mio idraulico? Su…)

  5. 10 maggio, 2006 alle 20:31

    b.georg, il tuo commento richiede una risposta un po’ articolata, perciò ho pensato di scrivere un post ad hoc. In questo modo penso che riuscirò anche a spiegare meglio il mio punto di vista.

    Dopo Otto e mezzo vedo di assemblare qualche appunto che ho già preso. Ciao

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