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Perché Fassino e D'Alema hanno sbagliato


Riprendo in un nuovo post il commento di b.georg (Falso idillio) al post precedente. La risposta all’accusa di “politicismo” era una faccenda troppo lunga e impegnativa per un commento. C’erano anche altri rilievi critici, ma credo che questo sia quello che più si presta ad una discussione minimamente approfondita. Gli altri penso che possano essere ricondotti a questa dimensione e sussunti sotto la questione cui è orientata questa risposta. Del resto, quel che conta non è polemizzare ma cercare di capire e di capirsi.
 
Beh, che l’acccusa di “politicismo” accomuni il sottoscritto a Panebianco, da un lato mi solleva: ho un tale rifiuto di quel tipo di approccio alla politica che mi chiedo sempre se per caso io stesso ne sia contagiato quel tanto o quel poco, o ci sia tirato per i capelli da circostanze magari particolarmente insidiose da quel punto di vista, ma appunto, se pure Panebianco a te sembra zoppicare in quel senso, allora sono al sicuro, perché se c’è uno studioso di Scienza della politica che non è affetto da quel morbo, quello è proprio lui.
 
C’è un suo saggio di circa 500 pagine che mi ha convinto a considerare le sue analisi tra le più attendibili, serie, scrupolose: Modelli di partito. Organizzazione e potere nei partiti politici, Il Mulino, Bologna 1982. Alcune pgine e qualche capitolo del libro, in particolare, sono interessanti e, direi, imprescindibili, per capire come funzionano i partiti, a quali logiche (palesi e occulte) obbediscono, come reagiscono in certe circostanze e a determinate sollecitazioni esterne, ecc. Cioè per capire ciò di cui stiamo parlando. Perché stiamo parlando di partiti, dal momento che l’elezione del Capo dello Stato, in Italia, nel sistema politico italiano, è una faccenda di partiti prima che una questione politica nel senso più nobile del termine. Non che i partiti siano necessariamente ignobili, sia chiaro, è che la stessa forma-partito e i singoli partiti in cui essa si sostanzia, gli assetti interni, la storia e l’evoluzione che li contraddistinguono, sono il “filtro”, il canale, il veicolo grazie al quale e attraverso il quale la politica prende forma, innanzitutto nelle coscienze dei gruppi dirigenti, quindi dei militanti e poi negli elettori.
 
La questione di cui stiamo parlando è “partitica” prima ancora che politica: il (recente) riformismo della maggioranza dei ds paga un pesante tributo alla forma-partito, all’appartenenza, alla modalità in cui le politiche si incarnano nella realtà organizzativa che le deve portare avanti. Se, come dice la massima, “le idee camminano con le gambe degli uomini,” le idee politiche camminano con le gambe degli uomini e dei partiti nei quali essi si sono organizzati e dentro i quali hanno imparato che cos’è la politica.
 
Ora, ciò che Panebianco voleva dire, a mio avviso, è che, fatta la tara di quanto detto sopra, a volte i partiti (gli uomini che militano nei partiti) devono “darsi un colpo di reni” per non rimanere schiacciati dentro il loro contenitore. E’ questo colpo di reni che non c’è stato. Il veto ad Amato è l’espressione di quelle logiche di auto-conservazione degli apparati (di cui parla Panebianco nel libro citato) che, oltre certi limiti “fisiologici,” portano a non vedere ciò che pure è di per sé evidente ma contrasta drammaticamente o mette in radicalmente in discussione l’«apparato». Ma l’«apparato» in questione non è uno qualsiasi, è quello del vecchio Pci, che era espressione di una contrapposizione frontale al riformismo socialista. Il passaggio “catartico,” a questo punto, sarebbe il riconoscimento esplicito che quella contrapposizione è venuta meno non a causa di un appeasement tra vecchi compagni che pure, fino a non molto tempo fa, si sono aspramente combattuti, ma per la pura e semplice estinzione  dell’ideologia che si opponeva alla visione riformista. Cioè: il riformismo ha vinto e il comunismo (e anche l’«eurocomunismo») ha perso. Questo dato di fatto è stato “coraggiosamente” riconosciuto in astratto da D’Alema e Fassino, ma in concreto ci si rifiuta di fornire quei riscontri che renderebbero credibile il processo di revisione storica e politica. Far eleggere Amato sarebbe stato un segnale chiaro e inequivocabile. Averlo stoppato è stato un gesto di segno esattamente contrario. In questo senso parlavo di “nemici del riformismo:” amici a parole, nemici nei fatti, in nome dell’auto-conservazione di un apparato.
 
Ciò non toglie, naturalmente, che Giorgio Napolitano, per la sua cifra politica, sia quanto di meglio la vecchia nomenklatura comunista potesse proporre per la più alta carica dello Stato. Anche se «socialdemocratico» o «liberalsocialista», ancorché accasato in un partito che si fregiava del nome di «comunista», non credo che lo si possa definire. Egli è stato, piuttosto, un fautore convinto di quello che fu chiamato l’«eurocomunismo», cioè di una terra di confine tra socialdemocrazia e comunismo, e, questo sì, uomo del dialogo con i socialisti dell’era Craxi. Una cosa un po’ diversa.
 
In politica i simboli sono importanti, soprattutto quando attraverso questi si possono lanciare messaggi che hanno valenze storiche e politiche sostanziali, comunicando tanto alla base quanto ai vertici di un partito il significato autentico—e non solo retorico e/o strumentale—di  una svolta che voglia apparire, e soprattutto essere, esplicita e definitiva.
 
Far finta di non vedere l’enormità del sacrificio che è stato consumato—quello dell’uomo più rappresentativo del liberalsocialismo italiano—non serve, o meglio, serve solo a perpetuare un’ambiguità che ha il solo scopo di tenere insieme una nomenklatura cui è venuta meno la ragion d’essere ideale (il comunismo) ma non ancora o non del tutto il consenso elettorale, e dunque sopravvive a se stessa come meglio può e sa, guardandosi bene dal fare alcunché possa turbare questo precario equilibrio.  
 
Questo intendevo. Ma se le cose stanno così, a me, e non solo a me, non resta che prendere atto e chiamarsi fuori da quello che non è più un processo evolutivo, sia pure con tutte le sue battute d’arresto e le sue incertezze, ma la conservazione dell’esistente, variamente e fantasiosamente camuffato.
 
Comunque, e per concludere, se Fassino e D’Alema possono fare a meno di Amato, mi auguro vivamente che a questo punto Amato possa fare a meno di D’Alema e di Fassino. Dell’eredità di Craxi, in fondo, quei due hanno già Bobo. Penso che possa bastare.
Categorie:interni
  1. 11 maggio, 2006 alle 11:53

    rispondo sinteticamente

    – Amato è stato bruciato perversamente – o stupidamente, dipende dalle versioni – dalla cdl (qualcuno si chiede come mai proprio quella “rosa”?).

    – tuttavia considerare perduto uno che tra poco farà il ministro mi pare singolare.

    – i “miglioristi” del pci erano una roba un pochino diversa dagli eurocomunisti berlingueriani. Solo un pochino, va là.🙂

    – di nuovo: cos’è la politica? occorre credere ai propri fantasmi per non vedere che il tatticismo è fondamentale se funzionale, sennò è un gioco a somma zero. Funzionale alla direzione. Ripongo la questione: in quali punti di programma le posizioni di Amato e quelle, chessò, di Bersani o di Letta – o di fassino e d’alema se ci capissero qualcosa – sono drasticamente diverse?
    Queste si chiamano tempeste in un bicchiere d’acqua.

  2. 11 maggio, 2006 alle 17:37

    Anch’io sono convinto che i DS avrebbero dovuto proporre Amato. Ma è dal congresso di Firenze (quello del passaggio da PDS a DS con la cooptazione di un gruppetto di socialisti) che D’Alema elude la questione. Anche al congresso di Pesaro Amato poteva essere riconosciuto come il leader del nuovo riformismo socialista italiano, ma D’Alema preferì fare eleggere se stesso presidente e Fassino si fece incoronare segretario richiamandosi all’eredità di Amendola e Napolitano. Poi è venuta l’ipotesi del partito democratico e ad Amato non è stato offerto alcun ruolo. E’ la vecchia storia dell’identità, che può essere utile per avere qualche preferenza più degli altri alleati nei momenti elettorali, ma è la palla al piede di ogni evoluzione della situazione politica a sinistra. Per quanto riguarda noi riformisti che veniamo dal Pci – ti prego di credermi – nel nostro partito siamo considerati solo degli ospiti. E questo dura dal 1980, da quando Berlinguer abbandonò il compromesso storico ed avviò la linea della diversità comunista in chiave anticraxiana. Da allora diciamo che non siamo diversi e che bisogna insieme ai socialisti, che già l’avevano incominciato a fare con Amato, rifondare il riformismo socialista italiano ed europeo.

  3. 11 maggio, 2006 alle 19:49

    b.georg, I miglioristi, a sentire gli storici—l’ultimo che mi è capitato di ascoltare sull’argomento, l’altra sera a Otto e mezzo, è Silvio Pons—erano l’ala destra dell’eurocomunismo, quelli che sostenevano la necessità di dialogare con il Psi e che manifestavano particolare disponibilità ad accogliere la tradizione socialdemocratica come un patrimonio importante della sinistra europea. Un’altra questione importante—sempre a detta dello storico summenzionato, ma ne ero al corrente anch’io, che pure non sono un esperto della storiua del Pci—è che Napolitano, nonostante il dissenso con Berlinguer, non assunse mai l’iniziativa di un’opposizione interna decisa e tenace, e dunque le sue posizioni non sortirono mai effetti significativi. Ma questo è dovuto probabilmente ad un tratto caratteriale dell’uomo, quindi fargliene una colpa sarebbe ingeneroso, anche se il giudizio politico non può essere totalmente assolutorio.

    Quanto alla tua domanda, intanto bisogna dire che una cosa sono i dl, un’altra i ds (anche a causa della corposa minoranza del partito, che è allergica anche soltanto alla parola riformismo). In secondo luogo, come ho cercato (inutilmente, a quanto pare) di chiarire nel post, una cosa sono le affermazioni e i “programmi” (di cui Giovanni Sartori giustamente diffida, e come dargli torto data la “vastità” onnicomprensiva, ad esempio, del programma dell’Unione?) un’altra i comportamenti concreti, e tra questi quello nei confronti di Amato. Se a te certe storie paiono “tempeste in un bicchier d’acqua” buon per te. Ma il commento successivo, del carissimo Lo Struscio—che parla non per sentito dire ma per una lunga e, oserei dire, dolorosa esperienza personale—la dice lunga sulla differenza che corre tra chi blatera di riformismo e chi cerca di affermarlo con l’azione e il pensiero politico. Dalla vicenda Amato emerge un dato fondamentale, quello che Lo…

  4. 11 maggio, 2006 alle 19:52

    [parle saltate nel commento di prima] … quello che Lo Struscio ha ben compreso e che ha raccontato sinteticamente ma efficacemente.

  5. 11 maggio, 2006 alle 19:55

    Caro Lo Struscio, ti ringrazio di questa testimonianza, che, provenendo da uno con la tua storia personale di militanza politica, di lotta da posizioni minoritarie, che per chi fa politica, come è noto, non è come andare in vacanza e neppure come pontificare dai blogs, ha per me un valore straordinario. Una delle ragioni per cui mi dispiace essere costretto ad estraniarmi sempre di più dalla sinistra è che così facendo non posso ritrovarmi al fianco di persone come te.

  6. 11 maggio, 2006 alle 21:56

    Ho letto un post e un commento (quello de Lo Struscio) che non dimenticherò facilmente. Grazie per la passione politica (totalmente aliena da settarismi) che sapete trasmettere. Quando sembrano trionfare gli interessi di bottega, la politica, inaspettatamente, fa capolino, ed è sempre un piacere rivederla.
    Grazie

    Walter

  7. 12 maggio, 2006 alle 10:26

    Grazie a te, Walter. Ciao

  8. 12 maggio, 2006 alle 11:17

    cioè, estremizzo i programmi – intesi come specifiche scelte di governo – e i progetti politici strategici (e di quello dei ds, Amato è parte integrante: certo non lo dirige, ma non risulta nemmeno che sia iscritto: difficile dirigere una cosa cui non ti iscrivi) queste cose non contano, secondo l’intelligentissimo Sartori sono robetta: ciò che conta veramente lo si arguisce da chi si mette sulla poltrona più inutile d’italia.🙂
    Sommessamente e con la massima amicizia faccio notare che forse la lucidità del ragionamento politico è un pochino fuorviata da, immagino, qualche rancore pregresso🙂

    mi spiace, ma pensare che si possa fare politica rubricando le vicende di partito – e delle strategie e tattiche per far diventare un partito qualsivoglia più forte – sotto il capitolo “errori e resistenze della nomenklatura burocratica, intoppi posti al libero dispiegarsi dell’innovazione” significa starne sideralmente lontani.
    Le maggioranze che di volta in volta governano i partiti sono tali perché regolarmente votate dagli organismi interni e regolarmente votate dagli elettori alle elezioni. Se queste due cose non avvengono, le leadership cambiano giocoforza, i progetti politici anche.
    Non si tratta di far altro che di presentarsi e farsi votare. Conoscete altri modi?
    Se la destra del pci, quando si è cominciato a capire che le sue idee avrebbero ricevuto l’approvazione della storia, non è stata in grado di esprimere posizioni e leader efficaci e di prendersi il partito, mi spiace ma un po’ deve prendersela anche con se stessa. Altrove è andata diversamente. E non ci sono Moggi che governano i mercati.
    Se la battaglia è stata tra occhettismo-veltronismo vs d’alemismo, questo ha una sua logica, che sta tutta nel consenso che queste persone avevano, e Napolitano – o Ingrao, dall’altra parte – no (si tratta di capacità di intercettare interessi, ovviamente, non di persone. Nessuno nega che certi…

  9. 12 maggio, 2006 alle 11:19

    continua
    Nessuno nega che certi interessi “sociali” possano avere aspetti “regressivi”, ma il punto è se si riesce a renderli spendibili politicamente, non se si riesce a evitare di farsene sporcare la camicia.
    E faccio notare che già la svoltina occhettiana è costata un 10% di voti persi verso sinistra e congelati nella confuzione mentale rifondante o simili. Forse un dirigente di un partito che vuole determinare qualcosa, non ha solo il dovere di andare nella direzione giusta, ma anche quella di non andarci nobilmente da solo. Meglio scrivere libri, in quel caso.

    Ora, Amato non è all’opposizione della maggioranza ds. Anzi, il progetto, la prospettiva politica – quella cosa irrilevante – ormai, dopo mille peripezie, tende a convergere: il socialismo democratico e liberale di Amato, e il criptotogliattismo di D’Alema, diventeranno, se tutto va bene, pezzi di un tentativo di sintesi con altro (il riformismo cattolico). Non ci convergono con la pistola alla tempia, ma consenzienti. Si può pensare che sia una cosa buona o una minchiata colossale, ma è il fatto all’ordine del giorno (e l’ordine del giorno difficilmente sbaglia). E guarda la coincidenza, il leader che ha scommesso per primo su questa prospettiva, Veltroni, non viene incoronato leader del democraticismo italiano, ma se ne sta a fare il sindaco. E la cosa non è strana.

    L’idea che Amato possa essere riconosciuto “leader del nuovo socialismo italiano” è ovvia se si parla di importanza delle idee (e del resto così è), ma è assurda se si parla di ruoli di potere nella struttura di partito o di dirigenza politica: questi Amato non li avrà mai, ed è abbastanza ovvio perché. E le due cose non sono nemmeno in contraddizione.

  10. 12 maggio, 2006 alle 13:45

    a scanso di equivoci: non ho mai votato pci, mai pds, e ho votato ds una sola volta, con sofferenza. Quindi non sto difendendo nessuno, mi preoccupa solo che si perda di vista il quadro generale in cui le cose avvengono🙂

  11. 12 maggio, 2006 alle 23:41

    b.georg, penso che le nostre posizioni siano emerse chiaramente dalla discussione, quindi, mi limito a dirti che non dubitavo che il tuo ragionamento potesse essere “interessato,” come del resto non lo è il mio, non fosse altro che per il fatto che da Amato mi è capitato di prendere recentemente le distanze pubblicamente (cioè qui) su questioni piuttosto rilevanti. E senza contare che non aderisco a nessuna formazione politica e, last but not least, che non ho neppure votato per l’Unione.

    Ma con questo–ci tengo a sottolinearlo–non voglio neppure dire che essere schierati sia una specie di «limite» e tanto meno di «peccato». Al contrario: capisco, stimo e rispetto chi lo è, e chi per questa ragione prende le difese dei “suoi.” Questa è una forma di lealtà che non va affatto demonizzata. Oltretutto il militante vero è una persona che rinuncia a molte cose, che dedica energie e tempo libero alla causa in cui crede. Quando c’è, ed è aperto e non paludato, il “settarismo” di queste persone ha una sua giustificazione razionale (e in qualche misura anche morale), al contrario, certamente, di quello di chi è settario per calcolo e convenienza personale. E, forse, anche di quello di chi lo è per forma mentis, cioè, ad esempio, per spirito di branco.

    Tuttavia credo che sia un disperato bisogno anche di osservatori sganciati da qualsiasi cordata, immuni (per quanto possibile) da settarismi. Dal dialogo tra “settari” e non penso che scaturiscano i risultati migliori, naturalmente se il fine ultimo è la ricerca della verità.

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