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Elogio dell'anticlericale


Fantastico elogio dell’anticlericale sul Foglio di oggi. Questa voce del “Dizionario laico”  l’ha scritta Angiolo Bandinelli per rendere giustizia a un termine prima ancora che a delle persone precise, ancorché benemerite e in tutto degne di questa riabilitazione. Innanzitutto una precisazione doverosa: «anticlericale» e «laicista» non sono sinonimi:
 
Nel suo nocciolo, l’anticlericale è un credente che, per rispetto al proprio credere, fa le bucce a un clero ammantato di orpelli, tiara, ori o porpora e non umile e severo innanzitutto con se stesso, come dovrebbe essere chi è posto a guida della mistica “ecclesia”. Anticlericali furono Dante e Lutero. Ricchi di fede, avendo per guide san Tommaso, san Bernardo o sant’Agostino, scagliarono le loro invettive contro la “puttana sciolta” romana quasi trascrivendole dagli articoli di Ernesto Rossi (o viceversa, fate voi). Spinto dal generoso sdegno e da una pessimistica diffidenza verso l’istituzione, l’anticlericale può diventare acido, scorbutico ed eccessivo degenerando fino alla volgarità, dove purtroppo è raggiunto da piccoli opportunisti che dell’anticlericalismo scopiazzano l’apparenza. A lui è sempre fraternamente vicino ed amico il laico, che ne condivide, pur se da altra sponda, le scelte rigorose: un pensiero, un gesto, una iniziativa laica possono essere opera di un credente come di un ateo: la laicità è un costume difficile, ma aperto a tutti.
 
L’anticlericale e il laico sono fraterni amici, dunque. Il che mi sembra francamente sacrosanto. E il laicista? Tutta un’altra cosa:
 
Il laicista è di tutt’altra pasta, e non soffre certo di pessimismo. Infatti non crede. Ama ripetere continuamente: “Io sono laico”, senza insabbiarsi in inutili quisquilie di filologia, ma guarda con sufficienza all’anticlericale da cui tiene a distinguersi. Si sente superiore ai creduloni che sbaciucchiano il piede del san Pietro di bronzo in Vaticano e non si farà vedere in chiesa neppure per ammirarvi la Conversione di san Paolo del Caravaggio (del resto, lui confonde quell’immensa figura con la beghina inginocchiata lì sotto a recitare un paziente rosario). E’ però indulgente fautore del “dialogo tra liberali e cattolici” – noiosa mistificazione, roba da rivistine intellettuali – e invita anche cardinali alle sue tavole rotonde. In questo suo supponente e multiforme scetticismo il laicista esprime, alla fin fine, la quintessenza del più spudorato secolarismo borghese, quello che adorava il dio progresso, i suoi comandamenti, dogmi e anche (ohibò) scientismi, ma fu già battuto in breccia, senza remissione, da Benedetto Croce alla fine del Diciannovesimo secolo. Fa snobistica professione di dubbio, assicura che egli è pensosamente dubbioso, che il dubbio è la fede di cui nutre la vita. Il suo dubbio non investe, come quello di Cartesio, l’architettura dell’universo o, come quello di Pascal, il senso del timore e tremore dell’esistere dell’uomo, misera canna al vento: non comprendendo questi problemi, lui li irride. Del dubbio fa però mondana professione e se ne serve come grimaldello sociale, perché il suo laicismo è ricco di prudenza e di rispetti umani. Gratta gratta, anche se non se ne accorge il laicista mangia infatti nello stesso piatto dello spregiato tradizionalista (il termine “neotradizionalista” è una sua trovata nominalistica) nel senso che l’uno vive e prospera esaltando e l’altro aggredendo la storia europea dall’illuminismo in su, tutt’assieme con il relativismo, l’assolutismo e il progressismo scientista; tanto che se l’illuminismo e quelle sue appendici non ci fossero mai stati il laicista come il tradizionalista non avrebbero nulla da fare né ragione di esistere. Ma è anche strettamente, e questa volta consapevolmente, in saldo connubio con il teocon, fratello minore del falso laico. Tutti ugualmente non credenti, si affacciano insieme al proscenio per giocarvi le rispettive parti in commedia, in realtà scambiandosi favori, inchini, strizzate d’occhio e recensioni. Socialmente sodali, si frequentano intimamente irridendo in comunella il solitario anticlericale, il credente in “altro” che si batte, in coscienza, per l’abrogazione del Concordato.
 
Morale della favola:
 
Povero anticlericale: lui, nella sua rigorosa e conseguente laicità, è considerato pericoloso o almeno fastidioso e rischia continuamente l’isolamento sociale; l’altro, il laicista, si sa che è del tutto inoffensivo, che non muoverà mai un dito per quella causa e dunque può starsene a suo agio in ogni salotto perbene.
 
Giustizia è fatta. E personalmente non posso che esultare, perché anticlericale, a dire il vero, lo sarei anch’io—anche se l’abrogazione del Concordato, al momento, non è il mio primo obiettivo.

Categorie:culture autoctone
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