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Il caso-Amato (ultima puntata)


Cosa avrà mai commesso di così tremendo Giuliano Amato per meritare un trattamento così feroce? Questa è la domanda cui Pierluigi Battista ha cercato—con pieno successo, a mio avviso—di dare una risposta con l’editoriale che si legge sul Corriere di oggi. Con questo post, e con il link alla lucida riflessione di Battista, penso di poter archiviare il caso-Amato su WRH, anche perché, se è vero che repetita juvant (soprattutto a chi ancora non è convinto di qualcosa di cui farebbe bene a convincersi al più presto), per chi invece le idee le ha già chiare l’esrcizio in questione rischia davvero di essere gravemente nocivo alla salute.
 
Un’annotazione en passant: peccato che non esista una trascrizione di “Stampa e regime,” la rassegna stampa di Massimo Bordin—che se fosse un blog sarebbe di gran lunga il più completo dell’intera blogosfera—su Radio Radicale, perché stamane il direttore di quella piccola-grande emittente ha superato se stesso, per come ha presentato l’editoriale di cui sopra e per come l’ha "sapientemente" accostato a quanto appare in contemporanea sull’Unità, a firma del Travaglio Marco e a proposito della ventilata (?) assegnazione ad Amato del ministero della Giustizia. Comunque, ricordo che è possibile riascoltare on-line la registrazione della rubrica.

Ecco un paio di passaggi tra i più significativi dell’editoriale di Battista, il resto potete leggerlo sul sito del Corriere (una lettura integrale è vivamente raccomandata):
 
La battaglia del Quirinale testé conclusasi con l’elezione di Giorgio Napolitano contiene dunque un eccellente esito e un pessimo paradosso. L’esito è il riconoscimento per quella parte del Pci che, prima della caduta del muro di Berlino, aveva imboccato con meno remore la strada della fuoruscita dall’involucro di ferro del comunismo e dell’approdo alla socialdemocrazia: un percorso che ha portato nel corso del tempo alla sempre maggiore contiguità tra Napolitano e la cultura politica di cui Giuliano Amato è espressione. Il paradosso è il subitaneo e imprevisto affiorare di una coriacea diffidenza verso la storia politica di Amato sfociata addirittura nella ripulsa («non è dei nostri») proprio quando la storia del riformismo italiano sembra diventata patrimonio di tutti, identità acquisita dopo un quindicennio di tormentato abbandono delle insegne del passato. La leggenda della «non appartenenza» di Amato è del resto, come ha ricordato su queste colonne Angelo Panebianco, la pura negazione di un dato di fatto: Amato è vicepresidente del partito socialista europeo di cui pure iDs fanno orgogliosamente parte, e per di più occupa quel ruolo su esplicita designazione degli stessi Ds (e dello Sdi). Una dimenticanza troppo macroscopica per non apparire culturalmente sospetta. Un caso di così potente amnesia politico-ideologica da ingenerare il dubbio che non il presente ma il passato di Amato impedisca al gruppo dirigente di percepire la sua figura come «uno dei nostri». Come se insomma il peccato storico e biografico di Amato non sia tanto che «non è uno dei nostri», quanto piuttosto che «non è stato uno dei nostri ».
[…]
L’impressione è che la diffidenza non sia alimentata dalle idee, ma dal persistere di una sindrome tribale che declina il senso d’appartenenza non come un patrimonio culturale oramai condiviso ma proiezione di un comune vissuto ideologico fissato al mondo di ieri. Si dà ormai agevolmente ragione ad Amato sul riformismo, sul riconoscimento del valore universale della democrazia, sull’accettazione del mercato, sul ripudio del totalitarismo comunista, manon si può accettare, pena l’espulsione dal cuore pulsante della tribù, che queste cose siano state fatte proprie troppo in anticipo sui tempi e soprattutto sui gruppi abilitati ad amministrarli.
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Categorie:interni
  1. 12 maggio, 2006 alle 10:48

    Grazie Rob, anche a te.
    e

  2. anonimo
    12 maggio, 2006 alle 10:54

    così feroce, ma per piacere, in fondo l’unica cosa che è successa è che non è diventato pres della rep

  3. anonimo
    12 maggio, 2006 alle 11:11

    Era solo la voce della “tribù” …

  4. 12 maggio, 2006 alle 14:49

    condivido le tue valutazioni. OT, purtroppo gli impegni di lavoro non mi consentiono di tenere in piedi il blog, per cui, in punta di piedi, esco dalla blogosfera. Un ringraziamento molto particolare a te, Roberto, amico della prima ora. Un abbraccio e tantissimi auguri per la tua attività. Alain

  5. 12 maggio, 2006 alle 21:40

    Caro Alain, dannazione, non mi dai una buona buona notizia. Comunque ho lasciato un messaggio da te …

  6. 12 maggio, 2006 alle 22:05

    Amato è stato osteggiato: coraggio, è ora che te ne faccia una ragione. Andrà meglio per un posto al governo:-)

  7. 12 maggio, 2006 alle 23:11

    Mannaggia, accetterei gli Esteri, ma come si fa? L’Unione non l’ho manco votata …, dici che a Prodi (ops … a D’Alema) va bene lo stesso? 😉

  8. 13 maggio, 2006 alle 10:45

    OT: nonostante abbia il blocco popup, sul tuo blog se ne apre sempre uno, da tempo immemorabile. Si chiama “I lead”. Non so se altri capiti, ma magari riesci a toglierlo. Ciao.

  9. 13 maggio, 2006 alle 13:38

    Grazie, lo so, purtroppo c’è questa cosa, che probabilmente dipende da qualche script (tipo quelli dei counters). Mi riprometto sempre di approfondire, ma mi manca il tempo. Se qualcuno tra i lettori di WRH ha qualche idea mio farebbe un favore a informarmene. Ciao

  10. 13 maggio, 2006 alle 16:23

    Amato paga lo scotto di non essersi iscritto al nostro partito come, invece, hanno fatto altri socialisti, da Ruffolo a Benvenuto, da Valdo Spini a Larizza. Al congresso di Firenze – quando avvenne la cooptazione di un primo gruppo di socialisti – D’Alema si richiamò alla locuzione oraziana “Graecia capta ferum victorem cepit” per spiegare il senso di quella operazione…

  11. 13 maggio, 2006 alle 16:38

    Gli ex comunisti avevano conquistato (nel senso di catturare, asservire) i socialisti, e questi, con la loro storia politica, avrebbero incivilito il feroce conquistatore, inaffidabile e privo di cultura di governo. Amato non volle farsi catturare e asservire dagli ex comunisti, ma ha sempre dato ampia disponibilità a costituire un partito del tutto nuovo che potesse raccogliere con pari dignità le due tradizioni. Questa posizione del tutto legittima è stata sempre respinta, irrisa, considerata lesiva dell’identità di coloro che provenivano dal Pci. Con la tessera dei DS i socialisti avrebbero potuto accettare di essere stati asserviti dal conquistatore più forte, dal vincitore del lungo duello intentato da Berlinguer e Craxi e solo in tal modo essere considerato uno dei nostri, anche se a denti stretti. Amato ha pagato il suo rifiuto almeno in tre occasioni…

  12. 13 maggio, 2006 alle 16:48

    La prima volta quando i DS non sostennero la sua candidatura naturale (era il presidente del consiglio uscente!) alla guida del centrosinistra nelle elezioni del 2001 (per non dire il vero motivo si fece ricorso alla retorica dell’immagine!!!). La seconda volta quando è stato preferito a Chiti come capolista in Toscana alle ultime politiche. Ed ora boicottando la sua candidatura al Colle. Nei prossimi giorni, Prodi, per uscire dall’impiccio in cui è stato messo dai DS, potrebbe proporre Amato come unico vicepremier. Rutelli l’accetterebbe, ma i DS no.

  13. 13 maggio, 2006 alle 18:19

    Ottima ricostruzione, Lo Struscio. Ecco, a mo’ di bibliografia, qualche link relativo agli sviluppi più recenti (escluso l’ultimo e famigerato):

    1) Da Amato il via libera al partito democratico, di Monica Guerzoni Corriere della Sera, 20 ottobre2005.

    2) Amato-Parisi, via libera da Prodi, di GIOVANNA CASADIO, la Repubblica, 27 ottobre2005.

    3) Amato e Rutelli, dialogo sul futuro “Ecco il nostro Partito democratico”, confronto tra Giuliano Amato e Francesco Rutelli, la Repubblica, 21 novembre 2005.

    4) Amato si ritrova solo nell’Ulivo, Il Foglio, 1 febbraio 2006.

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