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Stefania Craxi scrive al 'Corriere'

Va bene, quello doveva essere l’ultimo post sull’argomento, ma, a mia discolpa, posso argomentare che non era mica tanto prevedibile che sul Corriere di oggi sarebbe stata pubblicata una lettera al direttore firmata Stefania Craxi in cui c’è scritto quello che c’è scritto. Cioè che “Amato è un vero riformista, un vero socialista riformista,” e che Bettino Craxi

è stato ingeneroso con Amato, quando lo ha definito «un uomo a contratto». Amato è rimasto craxiano nell’anima, uno che pensa il riformismo come lo pensava Craxi già nel ’76, atteggiamento dello spirito, un movimento che investe tutto, lo Stato, le Istituzioni, l’Amministrazione, la società.

E’ una bella lettera, che colma una lacuna importante e ripara una doppia ingiustizia: il giudizio appunto “ingeneroso” di Craxi e l’atteggiamento, per così dire, non particolarmente cordiale—ancorché umanamente comprensibile—tenuto da Stefania in questi anni nei confronti di Amato. Ci sarebbe anche un aspetto della questione che la figlia di Bettino non sembra avere mai preso in considerazione, ma che pure è piuttosto concreto e può aiutare a capire qualcosa di più: se Craxi avesse voluto, in cuor suo, che Amato portasse tra gli ex, post e tuttora comunisti un seme di riformismo, che altro avrebbe dovuto fare se non criticare aspramente quel suo figlio spirituale, ben sapendo che un suo elogio lo avrebbe reso sospetto e sgradito a coloro che avevano ucciso (o che avevano lasciato che altri uccidessero) il Partito socialista e costretto all’esilio il suo capo? In altre parole, non sempre chi dice male di te ti vuole male, come non sempre chi parla bene di te ti vuole bene. Non so se ho reso il concetto. A me, certe volte, sembra la chiave di lettura più plausibile di tutta questa storia.

 

Ecco il testo della lettera di Stefania Craxi:

 

Caro direttore, trovo giusto, ed encomiabile, che il Corriere della Sera abbia dedicato al caso Amato due articoli dei suoi migliori editorialisti, Angelo Panebianco e Pierluigi Battista. Giusto, perché il caso Amato travalica di gran lunga la vicenda personale ed è emblematico, al di là dei confusionismi di questi giorni, della realtà che si vive nella nostra sinistra.
Perché i Ds hanno preferito un modesto funzionario di partito a un uomo la cui cultura e intelligenza è apprezzata in tutta Europa? Perché Rutelli non ha mosso un dito per difendere un uomo sensibile ai problemi del cattolicesimo, che avrebbe altresì assicurato alla Presidenza della Repubblica il voto pressoché unanime del Parlamento italiano? Perché al Quirinale non è salito un uomo la cui produzione culturale e politica interessa i circoli intellettuali di mezza Europa, sopravanzato da un personaggio di cui si è tutt’al più registrato qualche mugugno rispetto all’ortodossia pro sovietica del Partito comunista?
Sono interrogativi pesanti ai quali mi sento in grado di dare una risposta definitiva che toglie via la sorpresa e gli interrogativi dei pur bravi Panebianco e Battista: perché Amato non è uno di loro, perché, a onta dei suoi opportunismi, della sua furbizia, del suo desiderio di far carriera, Amato è un vero riformista, un vero socialista riformista.
Mio padre è stato ingeneroso con Amato, quando lo ha definito «un uomo a contratto». Amato è rimasto craxiano nell’anima, uno che pensa il riformismo come lo pensava Craxi già nel ’76, atteggiamento dello spirito, un movimento che investe tutto, lo Stato, le Istituzioni, l’Amministrazione, la società.
Per questo non riesco a non volergli bene, per quante delusioni mi abbia dato.
Ma la sorpresa di Battista per la scelta dei Ds merita anch’essa una spiegazione. Quella sorpresa deriva da un errore di fondo: quello di credere che il riformismo dei Ds sia un passaggio compiuto. Ma non è così: i Ds sono fermi a Fassino che dice: o riformisti o si muore; e i Ds non vogliono morire. Ma il loro riformismo non è una convinzione, è una politica, pronta ad essere cambiata se il vento tirasse da un’altra parte. Un riformismo che non mette paura a nessuno, tanto da avere il plauso della Confindustria, in prima linea Romiti e De Benedetti che furono nemici di Craxi persino nella vicenda della scala mobile.
L’identità degli eredi di Togliatti e di Berlinguer resta quella di post comunisti, con tutta la prosopopea e la sicumera di continuare ad essere nel vero come lo erano quando la loro cultura trionfava. Lo rivela l’ingenuità con cui oggi pensano di poter interpretare il meglio per tutti gli italiani e si meravigliano dell’intransigenza della Casa delle Libertà. Loro potevano fare manifestazioni oceaniche, migliaia di ore di sciopero politico, demonizzare gli avversari, girotondi, balletti, il ludibrio di una satira fuori d’ogni limite perché Berlusconi e la Cdl erano nell’errore. Oggi che sono loro a governare, l’opposizione dovrebbe star ferma e possibilmente approvare, perché loro fanno la cosa giusta.
Dopo l’elezione di Napolitano, Prodi ha detto una frase che ne rivela la pericolosa anima dossettiana. Ha detto che ora può riprendere quel fecondo incontro tra cattolici e comunisti, sperimentato nella Costituente, e interrotto nel ’48 dalla Guerra Fredda. Prodi auspica di nuovo l’incontro delle due Chiese, cioè una forma più raffinata e sfacciata di quel consociativismo catto-comunista che nei primissimi anni Ottanta aveva condotto l’Italia sull’orlo dello sfacelo, da cui la salvò il coraggio e la lungimiranza di mio padre.
Questa è un’altra cosa che sta sul conto di Amato, che oggi i Ds non vogliono nemmeno avere in quota per la divisione dei ministeri.
Amato fu per Craxi una spalla importante per fare uscire l’Italia da quei binari sbagliati. Ancora oggi, nel Convegno di studio sulla politica economica del governo Craxi, ha difeso le scelte di allora: e il suo nome è diventato quasi impronunciabile per i Ds, come lo è quello di Craxi.
C’è anche un errore di Amato. Quello di aver contato troppo sulla propria bravura, sulla propria indispensabilità. Ha pensato di poter deviare un grande fiume, che ha invece seguito il suo corso e obbedito alle sue radici. Le cose non sono andate come pensava e oggi subisce un brutto scacco.
Nella sua pur prodigiosa memoria, ha dimenticato il motto di Turati: «I socialisti coi socialisti, i comunisti coi comunisti».

Stefania Craxi

Categorie:interni
  1. 16 maggio, 2006 alle 15:50

    L’unico “luogo” in cui le due “chiese” di cui parla Prodi si potrebbero incontrare è l’inferno. E per la Chiesa, quella vera, non pare siano previste tappe in discesa….

  2. 16 maggio, 2006 alle 16:05

    p.s. scusa se sono uscito un po’ troppo fuori dal tema…
    s.

  3. 16 maggio, 2006 alle 19:04

    Fuori tema? Mi sa proprio di no. Del resto basta ascoltare qualche omelia domenicale, in giro per le parrocchie, per capire “dove” e come il grande incontro c’è già stato …

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