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Ma la vita non è un processo deterministico


La novità dei giorni scorsi, sul fronte della ricerca scientifica e delle applicazioni di quest’ultima alle tecnologie concernenti la vita, era questa: grazie ai medici dello University College Hospital di Londra, il feto che attualmente si trova nel grembo di una donna britannica affetta da una forma ereditaria di tumore alla retina diventerà un bambino completamente immune da quella terribile malattia. Dagli embrioni creati (in vitro) dalla coppia, infatti, sono state prelevate delle cellule al fine di selezionare, mediante approfonditi test genetici, gli embrioni sani che sono stati successivamente impiantati nell’utero della madre.

Domenica, sul Corriere, Giuseppe Remuzzi spiegava e commentava entusiasticamente l’avvenimento:
 
Mamma e papà in Inghilterra hanno deciso per la fertilizzazione in vitro e hanno chiesto ai medici di selezionare l’ embrione sano, e trasferirlo nell’ utero della mamma. Non avevano problemi di sterilità, ma avrebbero potuto trasmettere al bambino il cancro della retina di cui soffre la mamma. Se non l’ avessero fatto, il bambino avrebbe avuto il 50 per cento di probabilità di avere il tumore. Si fa chemioterapia, qualche volta va bene, se no si perde un occhio o tutti e due. E la predisposizione al tumore si trasmette ai figli. Così invece nascerà un bambino normale. Un giorno avrà dei figli, anche lui, sani. S’ è fatto per il retinoblastoma, ma ce ne sono tanti di tumori ereditari, potrebbero sparire come la poliomielite e il vaiolo. Ed è lo stesso per altre malattie, del sistema nervoso.  
 
A Remuzzi risponde oggi Il Foglio con un editoriale che di entusiasmo non ne dimostra né poco né punto. La contestazione, sia della “procedura” medico-scientifica sia del clima di euforia che circonda l’avvenimento, è serrata e senza esclusione di colpi (ivi compresa un’ironia corrosiva):
 
Giuseppe Remuzzi scrive che se i genitori non avessero fatto quella scelta “il bambino avrebbe avuto il 50 per cento di probabilità di avere il tumore”. Se ne deduce in primo luogo – com’era peraltro ovvio – che quei verbi al futuro e al presente e quell’avverbio sono un’esimia cialtronata, un preclaro esempio di diffusione di informazioni scientifiche scorrette. Remuzzi ha quindi il merito di aver detto le cose come stanno, e quell’onesto 50 per cento induce a qualche ulteriore commento. Da dove deriva questa stima, da quali dati empirici, da quali statistiche, con quali metodi è stata ricavata? Purtroppo, nel campo biomedico siamo abituati a un uso disinvolto del concetto di probabilità e a stime ricavate con una leggerezza maggiore di quella di cui si dà prova negli exit poll. Ci si imbatte sistematicamente in un uso del concetto di probabilità del tutto “soggettivo”, ma non nel senso della teoria soggettivista delle probabilità dell’illustre matematico Bruno de Finetti, bensì nel senso più terra terra del termine. Viene da pensare che la stima del 50 per cento derivi dalla media tra la probabilità desiderata che l’evento si verifichi (100 per cento) e la stima di probabilità dettata dal timore di fare una figuraccia (0 per cento). Comunque, prendendo anche per buona questa stima, se ne desumono le qualità morali e scientifiche degli scienziati che hanno suggerito questo exploit “scientifico”. In primo luogo, non si capisce chi possa garantire che, avendo migliorato le probabilità che il bambino non sia colpito da quella specifica malattia – un miglioramento comunque modesto, dato che nessun fattore ereditario implica la certezza di contrarre la malattia – non siano peggiorate le probabilità che se ne prenda un’altra anche peggiore, a causa di un altro gene malefico che il bambino scelto possiede (e che magari gli altri embrioni non possedevano). In secondo luogo – e non ci si accusi di fare discorsi da menagramo: non siamo tutti razionalisti? – è evidente che al bambino potrebbe toccare di cadere nel 50 per cento sfavorevole. Si sarà ottenuto un triste risultato al prezzo di scartare in laboratorio altre vite che forse avrebbero potuto vivere anche meglio.
 
La conclusione del ragionamento è altrettanto puntuta:
 
[I]l punto cruciale è che la vita non è un processo deterministico. Quantomeno noi non abbiamo la minima ragione scientifica per ritenere che essa sia tale. Ancor meno abbiamo i mezzi scientifici per trattarla come se fosse un processo deterministico. La modesta alterazione della probabilità di prendere una specifica malattia ereditaria rappresenta una perturbazione minima nel corso della vita di una persona. Eppure questa modesta alterazione – di cui ci sono sconosciute gran parte delle conseguenze e delle implicazioni – ci viene venduta come una certezza di salute. Questo modo di agire è doppiamente colpevole: in quanto propone scelte prive di qualsiasi base scientifica seria e dense di implicazioni etiche inaccettabili.
 
 
Su come la pensasse Il Foglio—e il sottoscritto—circa l’accettabilità o meno delle implicazioni etiche in questione c’erano pochi dubbi. Ma l’attacco alle “basi scientifiche” dei tanto decantati “successi” della Scienza e della Tecnologia, se non è sorprendente, è quanto meno un aspetto assai meno scontato della polemica. Sarebbe interessante leggere una risposta argomentata.

  1. anonimo
    16 maggio, 2006 alle 19:15

    Ciao, sono Martina!!
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    Ciao!!

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  2. 16 maggio, 2006 alle 20:08

    Ancora?

  3. anonimo
    17 maggio, 2006 alle 23:20

    a me pare che la vita sia un succedersi di speranze e speranze perdute. sembra tanto vano cercare di immaginare un argine entro cui vivere se non sicurissimamente, un pò meno indecentemente la propria esperienza? io penso che un genitore voglia il meglio per un figlio, ma non fermiamoci lì, forse vorrebbe non dover vedere la propria difficoltà riflessa in quella di chi lo segue. ne avrà altre, tutte sue. e cosa è questo? non è forse una azione bella e giusta? chi può dire se il 50% sia tanto o poco o giusto o sbagliato, la possibilità c’era e c’è una possibilità di eliminarla. è una scelta, la puoi praticare, oppure no. ma lascia a tutti la possibilità di scegliere per la propria coscienza. magari nessuno ne vorrà far uso. bene. tanto meglio. basta esser liberi e – se non pienamente – almeno un pò coscienti di cosa si fa.

  4. 18 maggio, 2006 alle 1:54

    Il problema è “a che prezzo” …

  5. anonimo
    18 maggio, 2006 alle 10:55

    Quali sono le opzioni per dei genitori con una malattia genetica ereditaria ?

    a) lasciare che la natura faccia il suo corso, quindi con una più o meno alta probabilità che i figli siano malati

    b) test genetico durante la gravidanza, ed eventuale aborto

    c) test preventivo sugli embrioni, con impianto solo di quelli sani (e presumibile distruzione di quelli malati)

    L’opzione (c) è sicuramente meglio della (b) da tutti i punti di vista, quindi è comunque un passo avanti.

    Se sia anche meglio della (a), questo dipende dalle convinzioni di ciascuno, sul fatto di quali siano i diritti di un embrione, di quanto sia grave la malattia, etc.

    Stefano

  6. 19 maggio, 2006 alle 14:45

    Trovi una replica un po’ più che puntuta qui:
    http://bioetiche.blogspot.com/2006/05/limprobabilit-del-foglio.html

  7. 19 maggio, 2006 alle 16:30

    Grazie, appena posso la leggo.

  8. 19 maggio, 2006 alle 20:09

    Azione parallela, ho finalmente letto il post che hai suggerito. Era la “risposta argomentata” che invocavo alla fine del mio post. E devo dire che è un’ottima risposta. Ho aggiunto un commento (troppo estemporaneo, purtroppo) in cui tento un abbozzo di “esegesi” dell’editoriale del Foglio.

  9. 19 maggio, 2006 alle 22:04

    Beh, non era poi così estemporaneo: per rispondere ho dovuto pensarci un po’. (Grazie ad Azione Parallela!)

    Giuseppe

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