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Così il cattocomunismo trionfò


Oggi (anzi, ieri ormai, da mezz’ora) due columnists di vaglia puntualizzano su un paio di questioni che apparentemente sono assai diverse tra loro, ma sotto sotto un filo invisibile le tiene insieme: il cosiddetto «cattocomunismo». I due opinionisti sono Gian Enrico Rusconi e Sergio Romano. Il primo si occupa su La Stampa della famosa intervista di Romano Prodi a Die Zeit, il secondo di Giuseppe Dossetti. Comincio dall’ex ambasciatore Romano.
 
Rispondendo a un lettore che chiede lumi sull’avversione di Dossetti per la Nato (quando, nel 1949, il Parlamento italiano discuteva appunto l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico), l’ex ambasciatore coglie l’occasione per soffermarsi anche sullo
 
Stato cristiano, sociale, solidarista e, nello spirito delle teorie di Jacques Maritain e Emmanuel Mounier, «personalista»
 
che l’illustre esponente della sinistra democristiana vagheggiava, nonché, naturalmente, sulla sua “ri pugnanza” verso lo Stato liberale. Ne viene fuori un quadro che, pur nella sua sinteticità, rende bene l’idea di un atteggiamento che, da allora, ha messo radici profonde nella realtà politica italiana, fino a sfociare, appunto, nel famigerato (cosiddetto) cattocomunismo:
 
Giuseppe Dossetti apparteneva con altri democristiani (Giovanni Gronchi, Luigi La Pira) e con i socialisti di Pietro Nenni, al fronte neutralista della politica italiana. Nel caso di Dossetti la neutralità non era soltanto una scelta di politica estera, dettata dall’amore della pace, dal rifiuto della guerra e dall’utopistico desiderio di evitare la divisione dell’Europa fra due blocchi ostili. Il leader della sinistra cattolica vedeva con sospetto l’alleanza dell’Italia con la maggiore potenza capitalista perché era convinto, con ragione, che il rapporto atlantico avrebbe avuto una decisiva influenza sul regime politico-sociale del Paese e segnato la vittoria della corrente moderata di Alcide De Gasperi.
 
Ma da dove nasceva, a sua volta, l’avversione di Dossetti per il “moderatismo” degasperiano? Romano prova a spiegarlo così:
 
 Per comprendere questa linea politica e ideologica occorre tornare al 1934 quando Dossetti entrò nell’università Cattolica di padre Agostino Gemelli e divenne subito protagonista di un progetto che potremmo definire, dalla strategia comunista del periodo immediatamente successivo, «entrista».
Come padre Gemelli, Dossetti e i suoi amici, pur senza essere fascisti, condividevano alcune posizioni del fascismo più radicale. Credevano che lo Stato individualista e liberale fosse fallito, accettavano i principi dell’economia corporativa, ritenevano che il regime potesse venire «scavato» dall’interno e cristianizzato.
Divennero fermamente antifascisti quando Mussolini strinse un patto con la Germania nazista, proclamò le leggi razziali e accentuò la vocazione nazionalista del regime. Ma Dossetti non rinunciò mai al suo originale disegno. In un saggio biografico apparso nell’anno della sua morte («Giuseppe Dossetti: la rivoluzione nello Stato», Camunia 1996) Giuseppe Trotta ricorda che il giovane docente di diritto canonico vide nel crollo del fascismo una storica occasione per realizzare uno Stato cristiano, sociale, solidarista e, nello spirito delle teorie di Jacques Maritain e Emmanuel Mounier, «personalista». Il «cattocomunismo» fu per molti aspetti la continuazione, nell’Italia democratica del progetto che Dossetti aveva concepito sin dalla prima metà degli anni Trenta. La sinistra della Dc avrebbe convertito i comunisti, con cui aveva in comune una stessa ripugnanza per lo Stato Liberale, e sarebbe stata il lievito della pasta, l’anima cristiana di una grande rivoluzione sociale da realizzarsi, poiché non era possibile fare altrimenti, con l’indispensabile aiuto del Pci.

Cose risapute, certo, ma raccontate molto bene, direi. La cosa che ci interessa di più, comunque, è che Romano Prodi (cosa nota anche questa) viene fuori da qui. E se non si ricorda questo, difficilmente si può riuscire a cogliere l’essenza del “prodismo,” né, a mio avviso, si possono comprendere le motivazioni “profonde” di talune scelte di fondo che hanno portato alla nascita dell’Unione ed alla sua attuale caratterizzazione e configurazione.
 
E vengo all’altra riflessione, quella di Gian Enrico Rusconi. Il quale interpreta l’”incidente” in questo modo, a mio avviso, un po’ riduttivo:
 
Le infelici espressioni di Romano Prodi nell’intervista a «Die Zeit», le sue correzioni e le reazioni negative sollevate da noi segnalano la persistenza di seri problemi di comunicazione del governo italiano con la stampa internazionale. […] La chiave di lettura dell’intervista a «Die Zeit» è semplice. Prodi ha detto quello che i suoi interlocutori tedeschi volevano sentirsi dire. E’ stato accondiscendente nella critica a Berlusconi, e di suo ha aggiunto l’ironia sui suoi alleati di sinistra, ma con l’intento di essere tranquillizzante.
[…]
Anziché spiegare che il suo governo ha accettato il grande rischio di tenere insieme tutte le sinistre italiane, assicurandosi nel contempo la loro lealtà, anticipando magari onestamente le probabili difficoltà, Prodi ha ammiccato verso i suoi interlocutori tedeschi lasciando intendere che i comunisti italiani non sono poi così pericolosi… Anche questo è un grave difetto di comunicazione, se non di irresponsabilità, che rende urgente il compito e il dovere di offrire agli europei un’immagine convincente e credibile del nostro Paese e della sua classe dirigente.
 
Dicevo che questo è un modo minimalista di spiegare “il grande rischio di tenere insieme tutte le sinistre italiane.” Infatti, battute (e ingenuità) a parte, la questione vera non è la natura “folcloristica” della presenza dei comunisti nella coalizione di governo—che almeno in parte, parlando schiettamente, non è neppure una bestialità—ma il cattocomunismo che, obiettivamente, fa da collante alla coalizione medesima. L’icona di questa realtà politica era, come ha colto Walter su Foglie d’Erba in un post scritto a caldo il 2 giugno scorso, quel parterre des rois che si ammirava alla per altro contestatissima (da sinistra, ovviamente) parata in occasione della Festa della Repubblica: Napolitano, Bertinotti, Marini e Prodi, due comunisti e due ex democristiani (di cui uno dssettiano doc!), gli uni accanto agli altri a rappresentare il vertice dello Stato. Il compromesso storico, il cattocomunismo hanno vinto. Assenti, da quel parterre des rois, erano, credo per la prima volta nella storia della Repubblica, le forze politiche che hanno fatto l’Italia, e che hanno dato vita a uno Stato liberale (pur con tutti i suoi limiti e difetti).  
 
Quello che Prodi avrebbe fatto bene a spiegare a Die Zeit è che la sua coalizione è il risultato finale di un progetto che viene da molto lontano.

 

Categorie:interni
  1. 11 giugno, 2006 alle 22:35

    Avevo notato anch’io la pregevole risposta di Sergio Romano, che da laicista qual è di solito va preso con cautela su questi temi, ma stavolta ci azzecca. Dossetti s’illudeva di poter cristianizzare la rivoluzione sociale comunista e bene fa Romano a segnalare come egli avesse in gioventù compiuto il medesimo errore verso un altro socialismo, quello fascista, pensando di poterlo “scavare dall’interno” (insomma, tutto va bene, tranne l’odiato Stato liberale). Questo la dice lunga sul fatto che alla base del dossettismo ci sia un tragico e colossale, e soprattutto reiterato nel tempo, misunderstatement.

    Quanto a Maritain e Mournier, li ho letto poco, non so quanto il loro personalismo sia vicino al solidarismo dossettiano. Penso che anche qui ci sia stata una tragica malcompresione, d’altra parte questi due pensatori sono stati i più abusati dal cattolicesimo postconciliare che si è voluto, come diceva Maritain, “inginocchiare al mondo”.

    Alla fin fine mi viene da dire povero Dossetti, le sue intenzioni erano sicuramente ottime, ma quanto ha sbagliato.

    P.S. da leggere con attenzione anche la risposta odierna di Romano sul celibato sacerdotale, quasi perfetta (salvo che gli scappa di dire che la Chiesa è istituzione totalitaria, ma da lui la cosa non sorprende affatto).

  2. 12 giugno, 2006 alle 10:23

    “Povero Dossetti”?

    Attento Claudio, che se ti sente Sandro ti striglia! 😉

  3. 12 giugno, 2006 alle 10:38

    Concordo con i tuoi dubbi circa la legittimità della “lettura” dossettiana di Maritain e Mounier. Di Maritain (che dei due è quello che conosco un po’ meglio) in Dossetti c’è sicuramente parecchio, ma il suo «personalismo» a me sembra più una vigorosa difesa della dimensione individuale in alternativa al collettivismo, che una battaglia in favore della dimensione comunitaria in alternativa all’individualismo. Ma è chiaramente una questione di opinioni.

    Quel che è certo è che Maritain, da una parte, contesta l’individualismo borghese, ma dall’altra formula una condanna senza appello verso il collettivismo marxista. E che al liberalismo e al socialismo oppone il personalismo, che è indubbiamente caratterizzato in senso pluralistico e solidaristico.

    Maritain si espresse per una democrazia fondata:

    1) sul primato della persona come valore in sé;
    2) sul rispetto del pluralismo inteso come valorizzazione delle diversità individuali (e istituzionali, culturali, politiche, ecc.);
    3) su un’idea del bene comune, che non è la somma dei beni individuali o della maggioranza, ma è il bene della società in quanto composta di persone.

    Ora, a me tutto questo non sembra coincidere con il progetto dossettiano di «una società cristiana». Ma, appunto, è soltanto un’opinione.
    Ciao

  4. 12 giugno, 2006 alle 12:26

    …e il pluralismo, Gino, come la mettiamo con il pluralismo maritainiano se uno non può neanche esprimere un minimo di solidarietà (e un pizzico di commiserazione …) alla memoria di un vecchio prete che forse ha amato un po’ troppo la politica? 😉

  5. 12 giugno, 2006 alle 12:32

    Povero Dossetti, bis. Poi se mi becco la strigliata amen, amico Plato sed… 😉

  6. 12 giugno, 2006 alle 14:53

    l’impronta dossettiana nella visione dell’Unione del Prf è fin troppo evidente e con essa tutti gli errori di valutazione dei “sinistri dc” nipoti dei professorini. Ma liquidare questo centrosinistra come una salsa di postcomunismo e dossettismo mi sembrerebbe davvero poco, perchè secondo me è difficile negare che c’è una fetta importante di classe dirigente di ds e margherita che si muove su tutt’altri binari. Il problema è che questa componente a volte non si riesce a intravedere nelle nebbie prodianbertinottiane

  7. 12 giugno, 2006 alle 16:44

    “Il problema è che questa componente a volte non si riesce a intravedere nelle nebbie prodianbertinottiane.”

    Appunto …, con un dubbio su “a volte” che potrebbe benissmo essere “quasi mai.”

  8. 12 giugno, 2006 alle 23:42

    quasi mai mi sembra troppo. diciamo spesso, va’…

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