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Romano torna su Dossetti


Rispondendo a una seconda lettera su un argomento già affrontato nei giorni scorsi (e ripreso anche qui), Sergio Romano coglie l’occasione “per completare il quadro con qualche notizia sulle tormentate reazioni di Dossetti al Patto atlantico e, più generalmente, alla politica estera del governo De Gasperi.” Le fonti utilizzate dall’ex ambasciatore sono Alfredo Canavero, biografo di De Gasperi,  e i saggi di Guido Formigoni (La Democrazia cristiana e l’Alleanza occidentale, Il Mulino, 1996) e  Roberto Gualtieri (L’Italia dal 1943 al 1992. Dc e Pci nella storia della Repubblica, Carocci, 2006).

Agli inizi del 1949, durante le settimane che precedettero la discussione parlamentare, la corrente di Dossetti si divise fra gli avversari del Patto e coloro che erano disposti a contrattare la loro adesione contro un mutamento dell’indirizzo economico dell’uomo (Giuseppe Pella, ministro del Tesoro) che maggiormente incarnava ai loro occhi l’orientamento troppo filocapitalista del governo De Gasperi. I due gruppi si accordarono alla fine su una proposta alternativa: la creazione di un’Europa federale che avrebbe chiesto l’assistenza economica degli Stati Uniti, ma avrebbe respinto la logica dei due blocchi contrapposti.
Vi fu nei giorni seguenti una seduta della Direzione della Dc in cui, al momento del voto, Dossetti fu il solo membro contrario al Patto; e vi fu il giorno dopo (12 marzo) una riunione del gruppo parlamentare democristiano in cui i deputati contrari al Patto atlantico furono soltanto tre: Giuseppe Dossetti, Dino Del Bo e Luigi Gui. Sembrava dunque, a quel punto, che De Gasperi potesse aspettarsi da Dossetti soltanto un voto negativo, un’astensione o, tutt’al più, l’uscita dall’aula. Ma le cose andarono diversamente. Vi furono cinque astensioni, fra cui quella di un vecchio sindacalista del Partito popolare, Giuseppe Rappelli. E vi furono alcune assenze, fra cui quella di Dino del Bo, Aldo Moro e Giulio Pastore (ma gli ultimi due dichiararono più tardi che non erano contrari al Patto e che, se fossero stati presenti, avrebbero votato per l’adesione). Come lei ha giustamente ricordato, caro La Russa, Dossetti invece fu presente e votò con la maggioranza. Aveva cambiato idea? In un articolo pubblicato molto tempo dopo, Giuseppe Lazzati, per molti anni rettore dell’Università Cattolica, scrisse che il voto di Dossetti fu opera sua. Aveva lungamente conversato con l’amico e lo aveva convinto a non incrinare, con un gesto negativo, l’unità del partito.
Ma si trattò probabilmente di un voto dato a malincuore. Dossetti non amava la politica estera di De Gasperi perché non era sufficientemente «cristiana», e amava ancora meno lo stile internazionale del ministro degli Esteri Carlo Sforza. In un libro recente di Roberto Gualtieri («L’Italia dal 1943 al 1992. Dc e Pci nella storia della Repubblica»), appena pubblicato dall’editore Carocci, leggo che Dossetti definì Sforza due anni dopo «il primo viaggiatore di commercio in veste missina». Era una definizione poco generosa. Sforza fu europeista e il suo contributo all’integrazione del continente fu molto più importante del confuso europeismo cristiano di Dossetti.

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Categorie:culture autoctone
  1. 23 giugno, 2006 alle 12:34

    ti ringrazio per aver riproposto la testimonianza. Che serve a rafforzare la mia personale idea: all’Italia Dossetti ha fatto molto più danni che non Togliatti stesso. Che sia solo la solita predilezione per i realisti e la diffidenza per gli idealisti?
    ciao, Abr

  2. 23 giugno, 2006 alle 16:05

    utile come (quasi) sempre, ieri Cossiga sul Corriere ha fatto un po’ d’ordine su cattocomunisti e dossettiani. Suggerisco.

  3. 23 giugno, 2006 alle 16:34

    Hai ragione, holdenC, ieri sono stato impegnato tutto il giorno, oggi riparo riproducendo lka lettera che Cossiga ha inviato al Corriere. Eccola:

    In un esemplare saggio sulle pagine culturali del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia ha tracciato un’ affascinante storia dei mutamenti intervenuti dopo il tramonto del comunismo per così dire classico e la fine della contrapposizione tra Ovest ed Est, e ne trae conclusioni che non condivido del tutto. Vorrei chiarire come, non dico protagonista, ma certo spettatore privilegiato della vita politica italiana e di quella cattolica degli ultimi cinquanta anni, che nel vasto panorama del cattolicesimo politico italiano, al quale faceva riferimento il Partito comunista italiano da Togliatti a Berlinguer, cattolici comunisti, cattocomunisti e dossettiani erano cose diverse, anche se unite dalla stessa concezione di un popolo, che erano poi gli umili, i poveri, i lavoratori non tutti i cittadini, diviso tra comunisti e cattolici, che si doveva «riunire». I cattocomunisti erano i cattolici «compagni di strada» del Partito comunista, o che ritenevano si dovesse essere tali, e che, anche se militanti della Democrazia Cristiana, credevano nella superiorità politica, culturale ed etica, se non del comunismo, del Partito comunista certo: l’ equivalente cattolico dei laici Galante Garrone e Norberto Bobbio. I comunisti cattolici, sia della scuola di Torino di Felice Balbo e di altri aristocratici piemontesi (dopo la scomunica del comunismo da parte di papa Pio XII essi uscirono dal Partito comunista nel quale erano confluiti con una famosa lettera collettiva su L’ Osservatore Romano, che fu ironicamente commentata come «la resa dei conti», o meglio «la resa dei Conti»!) e della scuola di Roma di Franco Rodano erano tutt’ altra cosa. Essi erano rigidi cattolici osservanti, di formazione teologica e filosofica tomista, che del comunismo accettavano non il marxismo dialettico di origine hegeliana, ma il marxismo storico-critico, e soltanto come approccio interpretativo alla realtà sociale, politica ed economica, respingendo nettamente del marxismo la concezione della religione come sovrastruttura dell’ economia, concezione cui paradossalmente arrivò anche Togliatti nel suo grande ma dimenticato discorso di Bergamo che io brandii al Congresso della Democrazia Cristiana, nel quale noi della sinistra fummo sconfitti dal «Preambolo» di Donat Cattin, Forlani e Bisaglia, come argomento per giustificare teoricamente l’ incontro tra democratici cristiani e comunisti nel compromesso storico (se il pragmatico Aldo Moro fosse stato ancora vivo e presente, non mi avrebbe certo applaudito, data la sua concezione da conservatore moderno e storicista politica e non ideologica del compromesso storico!). Fu il mio discorso più «comunista», ma i comunisti non lo compresero, come non compresero molte altre mie cose, dal discorso del 1° maggio a Milano al mio discorso d’ Edimburgo per una ricomposizione nazionale, chiusi come erano in maggioranza nel loro dover essere e rimanere «diversi e migliori»! Cosa del tutto diversa erano e sono i dossettiani (sì, i dossettiani perché ancora grande è l’ influenza del singolare e solitario pensiero di Giuseppe Dossetti nel mondo dei cosiddetti «cattolici progressisti», e senza il quale La Margherita e L’ Ulivo non sarebbero pensabili…) Parlo con qualche conoscenza di causa perché io sono stato dossettiano fino al momento in cui Giuseppe Dossetti sciolse il movimento politico-culturale che faceva capo alla dotta e moderna rivista Cronache Sociali, diretta da Giuseppe e Marcella Glisenti. E solo dopo molti anni diventai cattolico liberale, alla Sturzo ed alla De Gasperi, anche se da buon whig naturalmente di sinistra. Il dossettismo, ispirato filosoficamente al tomismo con forti tentazioni rosminiane, era una concezione globale della società in cui egemone era la Chiesa intesa come comunità dei credenti e di cui doveva essere proiezione salvifica, ma autonoma nella società politica lo Stato, secondo quella che era in fondo la concezione di Jacques Maritain. Il dialogo con i comunisti non era altro che il mezzo per ricomporre l’ unità spezzata dell’ unico popolo, che era insieme il popolo di Dio ed il popolo della società temporale. Giuseppe Dossetti non concepiva separate la riforma dello Stato e della società politica e la riforma della Chiesa; e la sua concezione della sacralità della Costituzione, sostenuta negli ultimi anni della sua vita, risente per analogia della sua concezione cristiana della sacralità del Vecchio e del Nuovo Testamento, frutto della rivelazione divina questi ultimi, e frutto di una «rivelazione della comunità temporale» per mezzo dei due partiti che rappresentavano il popolo: la Democrazia Cristiana non come partito ma come movimento ecclesiale ed il Partito comunista: democratico certo Pippo Dossetti lo era, ma altrettanto certamente non liberale, tanto da potersi in fondo considerare un cattolico integralista-democratico, certo più teologo che politico.
    Francesco Cossiga

  4. 23 giugno, 2006 alle 16:42

    Figurati, Abr. Bisogna sempre distinguere tra realisti e realisti, e tra idealisti e idealisti.

    Comunque, tra i realisti alla Kissinger e gli “idealisti wilsoniani” (come qualcuno definisce i neoconservatives) io preferisco questi ultimi.

    Invece, tra realisti alla Togliatti e idealisti alla Dossetti, esprimo un identico sentimento di intima ripulsa per entrambe le “scuole di pensiero.”
    Ciao.

  5. 23 giugno, 2006 alle 20:37

    Hai letto il libro di Gualtieri sulla storia di DC e PCI? E’ un buon libro? Perché penso sempre che su quell’epoca in gran parte precedente alla mia nascita non so granché.

  6. anonimo
    24 giugno, 2006 alle 14:53

    No, non l’ho letto, mi spiace.

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