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Voto Sì, in omaggio a Kant


Ci risiamo, domenica si rivolta—che si tratti di un referendum costituzionale è un dettaglio quasi trascurabile, a quanto pare—e si è costretti a fare i conti con ciò che siamo e vogliamo, o meglio, direi, con ciò che non siamo e ciò che non vogliamo (e così onoriamo il grande Eugenio Montale e nello stesso tempo il nostro sistema politico-istituzionale). Uno dice: non voglio l’Italia disegnata dalla CdL dell’odiato Cavaliere; un altro risponde: non mi piace l’Italia che avete in mente voi, dannati comunisti.
 
Ma se la mettiamo in questi termini si perde qualcosa. E quel qualcosa è l’essenziale, vale a dire la scelta non tra Berlusconi e suoi avversari, ma tra riforma e non-riforma delle Istituzioni. Il che, per i non addetti ai lavori, è una faccenda un po’ più complicata di quell’altra.
 
Ai costituzionalisti, in una circostanza come questa, si possono e di devono chiedere lumi. Avendo già provveduto, leggendo qua e là, anche se con tutte le incertezze derivanti dalla mia limitata cultura in materia, ne ho ricavato la convinzione che la riforma costituzionale approvata nella scorsa legislatura abbia parecchi difetti. E’ stata una scoperta dolorosa, ovviamente, ma, oserei dire, non esattamente una sorpresa. Insomma, un po’ me l’aspettavo. Ho pensato, per dirla tutta, che si poteva fare di più e meglio, e che ci fosse una volta che questa classe politica ne azzeccasse una, e cose del genere. Ma, appunto, uno ci ha fatti il callo e, semmai, si consola ripetendo come un malinconico mantra il motto kantiano che campeggia su il legno storto (“Da un legno storto come quello di cui è fatto l’uomo, non si può costruire niente di perfettamente dritto”).
 
E’ in questi momenti di disillusione, io oso pensare, che si vede di che pasta è fatta una persona. Come dovrebbe regolarsi uno in un caso del genere? Fatta la tara della propaganda di ciascuna parte in causa, e in definitiva delle due parti in questione, in omaggio al bipolarismo, cioè i favorevoli e i contrari (ché c’è poco da fare, o metti la crocetta sul o la metti sul No) e con l’amara consapevolezza del limite ontologico di cui sopra, sono arrivato ad una conclusione che mi è sembrata accettabile. E che potrei definire pragmatica: basarmi su ciò che presumibilmente succederà se vincerà l’una o l’altra delle due opzioni, e decidere quale delle due prospettive sia da considerarsi preferibile (ovviamente dal mio punto di vista). E ho deciso che voterò Sì. Punto e basta.
 
Vabbé, prevengo una scontata obiezione: sarebbe interessante fornire argomentazioni esaustive—e convincenti, credo—per la drastica scelta che ho appena annunciato, ma penso che ne verrebbe fuori un post troppo lungo e forse un po’ noioso. E poi è già stato detto tutto da Angelo Panebianco, ieri sul Foglio e domenica scorsa sul Corriere. Troppo bene perché io mi permetta di aggiungere o togliere una sola virgola. Due letture che—occore dirlo?—raccomando vivamente.

UPDATE 26/06 ore 12:00. Solo un paio di suggerimenti di lettura per qualche opportuno approfondimento sulla citazione di Kant:

Categorie:interni
  1. 23 giugno, 2006 alle 18:31

    viva un Sì ragionato che non un No ideologico!

    Voterò No, e viva Voltaire

  2. 23 giugno, 2006 alle 23:03

    Dato che la Costituzione fonda le sue Radici Profonde nei Principi Fondamentali e nella Parte Prima, che la riforma non ha toccato e che rimarranno qualunque sia l’esito del referendum, non ho nessuna remora, usando anch’io una “prepotenza di metodo” (il voto), a finire di rompere il “giocattolo” con un SI PRAGMATICO. Al Parlamento il compito (e il dovere) di procurarmene uno più bello.

  3. anonimo
    23 giugno, 2006 alle 23:58

    Io questi ragionamenti di cambiare pur di cambiare purchessia non li condivido.

    Al contrario di voi voterò no, e non per idolatria della Costituzione, ma perché questa riforma in particolare ha degli aspetti che non mi piacciono.

    Uno sono gli eccessivi poteri del Primo Ministro, che verrebbe a sommare più o meno gli attuali poteri del Presidente della Repubblica e di quello del Consiglio, ed altro ancora. In pratica l’Esecutivo controllerebbe il Legislativo.

    Se poi aggiungiamo che aumenterebbe anche il controllo del parlamento sugli organi maggiori della magistratura, i tre poteri dello stato si ridurrebbero ad uno, nella persona del Primo Ministro. E questo mi sembra pericoloso.

    Quanto al federalismo, a me sembra che questa riforma sia piuttosto anti-federalista. Non solo tredici ambiti vengono riportati dalla competenza regionale a quella statale (cito dal pieghevole che Berlusconi mi ha inviato a casa), ma il nuovo Senato Federale avrebbe competenze molto ridotte rispetto a quello attuale. C’è poi la famosa clausola dell’interesse nazionale, che darebbe in pratica potere di veto al governo nazionale su qualsiasi provvedimento regionale.

    Per quanto riguarda i cento e rotti parlamentari in meno, mi sembra che siano un contentino populista, in uno stato dove i parlamentari sfiorano il migliaio, e ci sono centinaia di consiglieri regionali e provinciali con analoghi privilegi e prebende.

    Stefano

  4. 24 giugno, 2006 alle 16:24

    Anch’io mi affido a Panebianco(leggiti anche l’editoriale di Ferrara su Panorama).

    Non posso negare che non scrivi affatto male (detto da un Mr. nessuno come me, dici che me frega) dovresti scrivere in un giornale, certo non sto parlando del Corsera, ma che ne so una collaborazione con l’Avanti non sarebbe cosa impossibile.

    ciao

    Tudap

  5. 24 giugno, 2006 alle 17:53

    Sorry, o il Corrierone o niente … 😉

    (Ma grazie lo stesso)

  6. 24 giugno, 2006 alle 17:58

    Stefano, chi ha parlato di un cambiamento purchessia?

  7. anonimo
    25 giugno, 2006 alle 8:17

    > Stefano, chi ha parlato di un cambiamento purchessia?

    Mi pare che quello fosse il succo dell’articolo di Panebianco cui deleghi le tue spiegazioni: che se vincesse il no, allora non si farebbero più riforme, e che quindi è meglio approvare la riforma indipendentemente dal contenuto (quindi “purchessia”).

    Secondo me, anche se vincesse il no si faranno delle riforme (anche se con maggiore cautela).

    Le mie favorite:
    – premier eletto direttamente dai cittadini (con ballottaggio): si elimina il “voto di fiducia” con il quale il governo ricatta attualmente i parlamentari ad approvare leggi (in particolare la finanziaria); i poteri di decreto-legge del governo andrebbero però ridotti, per salvaguardare la separazione dei poteri

    – monocameralismo (due camere fotocopia non servono), magari con numero di parlamentari in proporzione al numero dei votanti (1 parlamentare per ogni 100000 voti validi); con un premier eletto direttamente, non ci sarebbe bisogno di premi di maggioranza per assicurare la governabilità: il sistema elettorale potrebbe essere un proporzionale puro o un uninominale puro, o qualcosaltro, ma senza pastrocchi alla mattarellum

    – le cariche di garanzia (Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, CSM, authorities) elette solo con maggioranze qualificate del parlamento

    Stefano

  8. 25 giugno, 2006 alle 11:46

    Stefano, non concordo sull’interpretazione dell’atteggiamento di Panebianco.

    Dire “meglio una riforma qualsiasi che nessuna riforma” non è lo stesso che dire “meglio una riforma imperfetta (ma non poi tanto disprezzabile), e che può essere migliorata se vince il si, che rifiutare la riforma e non avere prospettive serie che, una volta che abbia vinto il no, venga portata avanti una riforma vera.”

    Il ragionameto che fa Panebianco non è il primo, è il secondo. E, a scansodi equivoci, se anche così non fosse io la vedrei nel secondo modo.

    Siccome ho grande rispetto per l’intelligenza di Panebianco, tuttavia, non posso non pensare che egli abbia voluto dire ciò che ho capito io. Ciao

  9. 25 giugno, 2006 alle 21:00

    Molto saggio questo post…
    Naturalmente io avevo già votato sì per posta, sperando che il mio voto non faccia una brutta fine.
    Avevo letto l’articolo di Panebianco e anche quello dell’odiatissimo ( da me) Sartori. Non ho più avuto dubbi.
    In ogni caso bisognava rompere il ghiaccio delle riforme, sennò staremo eternamente nell’inferno.

    Ciao Wind!🙂
    Lontana

  10. anonimo
    25 giugno, 2006 alle 22:05

    Hai votato si’ in omaggio alla tua ignoranza, non a Kant che credeva che si potesse costruire il diritto perfetto. Ma tu “la pace perpetua” pensi sia il motto di blog.

  11. anonimo
    26 giugno, 2006 alle 8:51

    > Dire “meglio una riforma qualsiasi che nessuna riforma” non è lo stesso che dire “meglio una riforma imperfetta (ma non poi tanto disprezzabile), e che può essere migliorata se vince il si, che rifiutare la riforma e non avere prospettive serie che, una volta che abbia vinto il no, venga portata avanti una riforma vera.”

    Sarà come dici tu, ma allora mi convince ancora meno.

    Questo non è un referendum su congelare la costituzione attuale o meno. Mi pare che tutti gli esponenti della sinistra (Prodi, Fassino, Rutelli) si siano detti disposti, anche se vincesse il no, a mettere mano a riforme, con la più ampia convergenza possibile.

    Il presupposto di Panebianco (che in caso di vittoria del no non ci siano “prospettive serie” per riforme) mi sembra errato, e quindi lo è pure la sua conclusione.

    Se si deve partire da un sistema imperfetto, partiamo da quello attuale (che bene o male ha funzionato 60 anni) piuttosto da uno di cui non si sanno le conseguenze.

    Anche la riforma elettorale sembrava una bella idea a qualcuno, ma si è rivelata una “porcata” anche ai suoi promotori.

    Stefano

  12. 26 giugno, 2006 alle 9:12

    E’ piuttosto probabile che una citazione kantiana, anonimo, sia pù saggia del suo stesso Autore (capita a volte) e/o dei suoi interpreti (questo capita anche pù spesso).

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