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Italians


Di saggi sull’«italianità» ne sono stati scritti e se ne scriveranno ancora tanti, ma io ho in mente quel capolavoro che è stato The Italians, di Luigi Barzini, e penso che il vertice sia stato ormai raggiunto, e che di conseguenza non valga più la pena di cimentarsi—che si tratti di questo o quello scrittore-sociologo o del giornalista-scrittore di grido poco importa—e di rischiare confronti imbarazzanti. Ma se qualcuno mai dovesse riprovarci gli consiglierei di trarre ispirazione dalle pagine dei giornali nazionali in questi giorni. Ovviamente con un occhio di riguardo per le cronache sportive.
 
Ricordo che il ritratto barziniano era un po’ pessimistico (però molte lune sono trascorse da quando lessi il libro, e magari mi sbaglio), anche perché rifletteva un’Italia emersa da una guerra catastrofica e offuscata da memorie abbastanza umilianti, sia pure in parte riscattate da una rinascita prodigiosa. Bene, quel pessimismo, secondo me, andrebbe in parte corretto alla luce di quel che è accaduto dopo. Ma, sia ben chiaro, sto parlando degli italiani in genere, non della loro cosiddetta “classe dirigente,” che a me sembra peggiorata, e non di poco.
 
Leggere, su la Repubblica, i commenti di Vittorio Zucconi sui mondiali di calcio della squadra azzurra, ad esempio, può dare la misura di quanta distanza ci possa essere tra la realtà e la rappresentazione che di essa viene offerta sui massimi organi di stampa del Paese. Zucconi, a mio parere, compendia nei suoi articoli una certa attitudine alla superficialità, all’incapacità di andar oltre l’autocompiacimento di una classe dirigente mediocre e voltagabbana, ma nel contempo sprezzante e arrogante. Il disprezzo per la squadra di Lippi—esibito senza ritegno e alquanto imprudentemente fino al tre a zero inflitto all’Ucraina—si è trasformato in seguito in un blaterare inarticolato e impacciato, incerto tra un’improbabile, tardiva esaltazione e una (stavolta più prudente) moderazione dei toni.
 
All’indomani della vittoria sull’Ucraina il Nostro se n’è uscito addirittura con la storia che gli italiani non sono dei leoni e per questo colpiscono di stiletto: sono cioè, più che veri guerrieri, dei “pugnalatori.” E altre amenità come questa, ma pronunciate senza ironia, anzi auto-ironia, bensì con impavida e spietata saccenteria. Dopo il due a zero con la Germania,  il poveretto non sapeva più che diavolo scrivere, tanto è vero che neanche mi ricordo quello che ha scritto: acqua fresca, magari un po’ torbida, chiacchiericcio, nulla di interessante. Tra lui e “gli azzurri” l’Oceano Pacifico, niente a che vedere, estraneità assoluta. E pensare che è pagato per raccontare i mondiali.
 
Vabbè, non c’è solo la cronaca dei mondiali. C’è anche Calciopoli—che, come scherzava Lippi, deve stare veramente dalle parti di Paperopoli—con le richieste draconiane del pm Stefano Palazzi, notificate poche ore prima della partita con la Germania. Giustamente Cossiga aveva messo le mani avanti: “Se l’Italia perde, sapremo di chi è la colpa.” Anche questa è Italia, pardon “classe dirigente.”
 
Ma siccome tutte le regole hanno le loro eccezioni, ecco il “pacchetto” Bersani—che appunto ha spiazzato tutti, come la squadra di Lippi. Ma Bersani è “classe dirigente?” Personalmente avrei qualche dubbio: a me sembra più un Fabio Grosso qualsiasi, uno che viene dalla provincia profonda, poi segna un magnifico gol,  manda in finale gli azzurri e fa fatica a capacitarsi di ciò che ha fatto: un onesto lavoratore del pallone, non un divo (porta pure le lenti a contatto perché è miope …), uno che non ha niente da spartire con l’Italia raccontata da Zucconi (e con Zucconi stesso).

Categorie:culture autoctone
  1. 6 luglio, 2006 alle 21:15

    Condivido in tutto e per tutto il giudizio sullo Zuccone. Leggo regolarmente le sue risposte ai lettori, sul sito di Repubblica, per rendermi conto ogni volta di quanto si può scendere in basso.

  2. 7 luglio, 2006 alle 3:36

    I have read Barzani and found the book to be inquisitive. In any event, all Italians in North America are proud of the Azzurri. What they accomplished against Germany was stuff of legend. What a stunning goal by Grosso. I’m still in shock. They are lions in our hearts. Sometimes some people like this journalist need to be ignored. One more victory to glory.

  3. 7 luglio, 2006 alle 14:53

    In genere mi garba fare l’antitaliano. Credo che siamo un paesino piccino picciò con tutti i difetti del mondo esaltati peraltro dal nostro insopportabile tifo per tutto. Siamo l’unico paese al mondo dove non si riesce a dare torto o ragione a colui che sentiamo parlare senza prima essersi informati su come la pensa politicamente o se la moglie gli fa o meno le corna. Non abbiamo una nostra opinione, abbiamo solo l’opinione di chi la scrive il giorno prima per noi e se la scrive il giorno dopo viaggiamo alla cieca senza bussola. Dunque sono antitaliano. Però nella fattispecie del pallone stò con la pizza e gli spaghetti, con le femmine che puzzano d’aglio e hammo i peli sotto le ascelle. Sempre meglio che con i crucchi che ancora nel 2006 scrivono i nomi comuni di cosa con la lettera maiuscola, sempre meglio che con quelli che dicono les italiens e poi premiano Nanni sulla Croisette anche se scoreggia. Sono antijuventino che me li mangerei in insalata i gobbacci maledetti, ma son daccordo con Mastella e Cossiga. Stefano Palazzi, con quella sua tricomise alla Toto Cotugno, è l’incarnazione della nostra voglia della gogna: naturalmente prima di essersi informati se la faccia che andremo a sputacchiare è un nemico. Sennò, cazzo, W l’amnistia.
    erny

  4. 7 luglio, 2006 alle 15:23

    Friendlymisanthropist, we are proud that you are proud. Cheers.

  5. 7 luglio, 2006 alle 15:29

    ClaudioLXXXI, penso che, più che altro, il Nostro non sia che uno dei tanti enfants gâtés del giornalismo italiano.

  6. 7 luglio, 2006 alle 15:36

    Ernie, l’espressione “antitaliano” è stata scelta da Giorgio Bocca per la sua rubrica su L’Espresso: la cosa non ti imbarazza nemmeno un po’ …?😉

  7. 7 luglio, 2006 alle 18:12

    Vero, diobono! W l’Italia.🙂

  8. 7 luglio, 2006 alle 21:55

    E così sia!

  9. anonimo
    9 luglio, 2006 alle 11:08

    Beh quando l’italia giocava male, zucconi ne parlava male. Cosa c’è di strano? Questa moda dello sparare su zucconi sta diventando ridicola quanto alcuni suoi articoli

  10. 9 luglio, 2006 alle 13:17

    “Let not England forget her precedence of teaching nations how to live.” (John Milton)

  11. 9 luglio, 2006 alle 13:19

    Ecco, quel maiale di Splinder mi ha fatto commentare sul post sbagliato! Una volta che avevo una citazione pertinente!

  12. 10 luglio, 2006 alle 0:29

    Dimenticavo: ma il motto di Milton si riferisce proprio all’Inghilterra?
    (Scherzo eh, è solo un timidissimo dubbio …)

  13. 10 luglio, 2006 alle 1:22

    Adesso che abbiamo vinto il mondiale sicuramente di quello che scrive Zucconi ci importa ancor meno di prima. Ma che si tratti di uno che parla tanto per parlare è un dato ormai comprovato. La sua “professionalità” consiste soltanto in questo: non raccontare la realtà, e possibilmente cogliere i suoi aspetti nascosti, ma soddisfare la sua voglia di parlare e di ascoltarsi, strizzando l’occhio a chi ha la sua stessa disonestà intellettuale (e sono in tanti). Che parli di calcio o di qualsiasi altra cosa. Criticare la nazionale (o qualunque altra cosa) è lecito e doveroso quando è il caso, gettare palate di sterco inseguendo la bassezza di una parte dei lettori di giornali è un’altra storia. E’ la differenza tra un vero giornalista e Vittorio Zucconi.

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