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Vive la France! (updated)


Sono tornato e—sia pur con ritmi rallentati (sto leggendo parecchio)—riprendo il discorso da dove l’avevo interrotto. E non per modo di dire, ma proprio alla lettera, visto che ho il piacere e il privilegio di occuparmi ancora una volta del caso-Zidane. Un modo di ricominciare, tra l’altro, che mi sembra molto in linea con le tradizioni di questo blog, infatti mi permette di dirigere la mia attenzione su un autentico honourable man: cosa potevo desiderare di più?
 
L’uomo d’onore in questione, tuttavia, non è il grandissimo Zizou—anche se, indubbiamente e palesemente, egli ne ha tutte le carraterstiche (e forse persino qualcheduna in più)—ma una persona a lui molto vicina, nella vita e, per qualche verso, in forza di quello che a me sembra un impressionante idem sentire. Si tratta del presidente della Danone, Monsiueur Franck Riboud, il quale vuole Zidane nientemeno che nel Consiglio di Amministrazione del colosso alimentare francese (come ci informa l’articolo del Corriere della Sera al quale sto attingendo, la Danone è stata nel 2005 il numero uno mondiale nella produzione di latticini e acqua in bottiglia). Monsiueur Riboud ha spiegato al mondo la sua decisione con queste franche parole (del resto, se non è franc un francese, chi mai dovrebbe esserlo?):
 
«Certo, ho visto quel che è successo a Berlino ma non mene importa nulla. Io ammiro Zidane, lo conosco talmente bene che credo di capirlo».
 
Per meglio comprendere la noblesse dell’uomo, è utile ricordare che tempo fa il Nostro aveva elargito ai lettori famelici di qualche rotocalco questa rivelazione:
 
«Abbiamo cominciato a parlare di partnership nel 2002. Eravamo a Evian per qualche giorno di vacanza in famiglia, ho chiesto a Zizou che cosa contava di fare dopo il calcio e lui mi ha risposto "niente". Cosa che va benissimo ma non quando ci si chiama Zidane e si è capaci di infiammare lo sguardo dei bambini da Oslo a Johannesburg (…).»
 
Annoto en passant: povero Zizou, lui, se ho ben capito, voleva godersi la meritata pensione senza far niente (alla veneranda età di trentaquattro anni), come “quasi” tutti i lavoratori del Pianeta, e invece gli tocca faticare ancora! Ha tutta la mia solidarietà. Ma, a differenza di lui, sia ben chiaro, quando toccherà a me, niente al mondo potrà convincermi a rinunciare volontariamente ai piaceri dell’ozio—alla latina, s’intende: otium, che come si sa è tutta un’altra cosa. Comunque, è chiaro che il presidente di Danone ha fini nobili e umanitari: far del bene innanzitutto ai bambini (“da Oslo a Johannesburg”) e, in secondo luogo, al suo amico Zinedine, e infine (pourquoi pas?) alla sua azienda. Luminoso esempio di imprenditore illuminato e attento ai risvolti non meramente pecuniari della mission aziendale.

Ma soprattutto è notevole, in questo esemplare più unico che raro di uomo di principi e di specchiata onestà intellettuale, la capacità di “passar sopra” all’increscioso incidente, cioè, come si dice in Francia,  al coup de boule (che noi volgarizziamo generalmente nella più casereccia espressione «capocciata», che ovviamente toglie un bel po’ di charme al famoso gesto). E tutto questo, appunto, per fini nobili e puri. Sono sicurissimo che tutte le persone perbene di questo mondo corrotto e volgare apprezzeranno e, per premio, acquisteranno con generosità i prodotti di un’azienda così degnamente rappresentata ai suoi massimi vertici. (Dirò di più: anche molti italiani—quelli meno scioccamente “sciovinisti,” ça va sans direfaranno la fila nei supermercati per non essere da meno dei consumatori di altre nazionalità.)
 
Per concludere, non posso fare a meno di sottolineare un importante aspetto “genealogico” della questione: Monsiueur Franck Riboud non ha ereditato soltanto l’azienda (nel ’96) dal padre Antoine, ma anche la propensione al buon gusto e all’eleganza, oltre che l’attacamento al marchio di famiglia e la capacità di difenderne la «francesità» (se mi si passa il termine, assente dal dizionario che ho sotto mano) dagli appetiti di altre multinazionali quali Pepsi e Kraft. L’augusto patriarca, infatti, ebbe a dire una volta:
 
«La Danone è francese come la cattedrale di Chartres, e nessuno può comprare la cattedrale di Chartres».
 
Ebbene, che Chartres sia francese e che nessuno la possa comprare, sono due dati di fatto inconfutabili. Suppongo, tuttavia, che l’aver trasformato la cittadina che ospita la magnifica cattedrale gotica in una specie di Rimini o Riccione dell’Ile de France—che io ebbi la fortuna di apprezzare quando ancora sopravvivevano le vetuste case e le vecchie locande e osterie (ero un ragazzino, ma ne ho un ricordo nitidissimo e una nostalgia struggente)—non sia esattamente ciò che i Ribout sarebbero disposti a considerare un’altra gloria francese, al pari, che so io, di Montesquieu, Voltaire e—occorre dirlo?—di Zizou. Ma questi sono dettagli insignificanti. Chartres c’est la France, come, si direbbe, aujourdhui la France c’est les Ribout.  

UPDATE, 3 agosto 2OO6

Nel frattempo, in Cina la capocciata diventa un marchio, questo, mentre il cartellino rosso che pose fine alla partita di Zizou è andato a finire in Argentina (in buone mani, si spera).

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