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Cossiga, cioè D’Alema …

La lettera di Francesco Cossiga al Riformista è quasi un abstract di quella Storia dei partiti politici italiani che il presidente emerito della Repubblica deve ancora scrivere. Dotta e un tantino irridente, com’è nello stile dell’ex-picconatore. Irridente perché dotta—e magari, come a me piace pensare, dotta perché irridente.

Cossiga conosce troppo bene la storia politica del secolo scorso per manifestare—sia pure obtorto collo—la benché minima indulgenza verso «la filosofia politica prodiana-parisiana del superamento delle culture riformiste tradizionali: socialista – compreso il “comunismo nazionale” italiano di Gramsci, Togliatti e Berlinguer e dei loro successori Occhetto e D’Alema – cristiano-democratica, liberal-democratica e liberal-socialista, radicale, nonché delle grandi ideologie del XIX e XX secolo marxiste e liberal-costituzionali».

Fassino, attento, ammonisce paterno il vecchio riformista, guardati da quella «confusa e pericolosa “teologia politica”, tutta interna all’ecclesiologia cattolica, a metà strada tra il neo-giobertismo e l’intransigentismo antiliberale di indirizzo sociale che è stato il “dossettismo”». Guardati dal pensare che le radici del nuovo riformismo siano in quella “teologia politica”. Traduzione : no al partito di Prodi.

Il “Discepolo” (che non sa di esserlo) capirà? «Non credo ad una politica senza storia e senza cultura»—ammonisce ancora il Maestro (che sa di esserlo). Ma sarà poi vero, come adombra il molto onorevole Consigliere, che Fassino e gli altri padri ri-fondatori stravedono per le magnifiche sorti e progressive di un riformismo finalmente dotato di un proprio Berlusconi tecnocratico (nella persona di Romano Prodi, of course), e in aggiunta con tanto di strizzata d’occhio al “capitalismo democratico” dei grandi interessi?

La speranza, fortunatamente, viene da D’Alema. Se ha detto sì—argomenta il Maestro—in fondo è perché egli intravede, «in prospettiva», «un soggetto politico unico con opzione socialista». Certo, bisognerà aspettare l’inevitabile flop—in prospettiva…, o forse c’è già stato?—di Romano Prodi e dei post-dossettiani. Dunque, aspettiamo.

Oltretutto, il vetusto e molto onorevole Mentore riconosce a D’Alema grandi doti strategiche, «meno invero tattiche». Ecco, siccome di strategie si tratta, e non di tattiche (grazie al cielo!), possiamo pure fidarci. Che dico, dobbiamo fidarci. Non è forse vero, infatti, che il Mentore e lo Stratega, per grazia divina e nostra consolazione, sono entrambi uomini d’onore?

So chi siete ma non so dove andate

[Il presente post è stato pubblicato per la prima volta presso windrosehotel.ilcannocchiale.it il 7 ottobre 2003]

Categorie:interni, uomini d'onore
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