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Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano

Di tanto in tanto capita di assistere o prender parte a qualche titolo ad aspre contese sulla fede, su Dio, sulle religioni. Il dibattito attuale sull’Islam e sul “fondamentalismo”—ma anche quello sui Crocifissi e sulle “radici cristiane”—ha impresso nuovo impulso a questo tipo di discussioni.

Da una parte i nemici di tutte le fedi in nome della ragione, dall’altra i credenti, dove i primi talvolta accusano gli altri di non essere che dei dei fondamentalisti (camuffati o meno) o comunque dei retrogradi superstiziosi, praticamente dei pre-moderni.

A loro volta, in qualche caso, gli accusati rinfacciano agli accusatori di essere dei relativisti in procinto di giustificare l’ingiustificabile, di essere negatori di principi che devono stare alla base dell’idea stessa di civiltà.

In entrambe le succitate accuse, tuttavia, vi è qualcosa di irrimediabilmente datato. Tanto il fronte “razionalista” quanto quello dei “credenti”, infatti, si muovono all’interno di un orizzonte e di un’idea di ragione e di razionalità che la riflessione filosofica più matura ha da tempo rifiutato: una ragione “forte” (e troppo sicura di sé), che presume di poter dimostrare, alternativamente, o la negazione dello spazio della fede o l’esistenza di Dio.

Ebbene, a questa idea di razionalità se ne è andata sostituendo una molto più modesta, che impone una revisione profonda del rapporto fede-ragione. Come ha ben sintetizzato Dario Antiseri in un saggio appena uscito (Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano. Per un razionalismo della contingenza, ed. Rubettino): «di contro a una ragione fondazionista e giustificazionista si impone una ragione non-giustificazionista stando alla quale la scienza non offre certezze, l’etica è senza verità, le metafisiche sono prive di fondamentali assoluti».

Il che fa giustizia non solo dei più incalliti negatori della fede ma anche della convinzione speculare—diffusa tra molti pensatori cattolici—che senza una metafisica cognitiva e trascendentista la fede si riduca ad una specie di favoletta. Antiseri nel suo libro insiste giustamente su un punto fondamentale: la filosofia—così come risulta dall’approccio “metafisico”—si presenta come ancilla della fede, subordinandola appunto alla ragione (senza la quale non avrebbe speranze di sopravvivere allo scetticismo e al dubbio), ma in realtà proprio per questo finisce per diventarne domina. Che è quanto di peggio possa capitare alla fede.

Ecco, insomma, che molte delle reciproche accuse e contraccuse si sgonfiano e si riducono a polemiche dal fiato corto e fuori tempo. Caduto questo muro di Berlino, si determina «uno spazio di possibilità dove si fa ineludibile, perché è ineludibile la “grande domanda”, la scelta atea o quella di fede. Ma si tratta appunto di scelte, di opzioni radicali e non di dimostrazioni…».

In questo caso le parole sono davvero essenziali. Dimostrazioni? No, grazie. Scelte. A ciascuno le proprie.

P.S. Il post riprende un argomento già affrontato in un paio di circostanze: per leggere cliccare qui e qui.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.ilcannocchiale.it il 4 dicembre 2003]

Categorie:filosofia, religione
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