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Il cielo stellato sopra di me

E’ la seconda volta in pochi giorni che capita qui di citare Settimo Cielo, il blog di Sandro Magister. Stavolta l’argomento esce dal seminato, cioè dalle problematiche con le quali il qui presente blog solitamente si cimenta. Il vaticanista dell’Espresso, infatti, si lancia in una polemica di tipo “estetico”, agganciandosi all’ultimo numero di Vita e Pensiero, “la vivace rivista dell’Università Cattolica di Milano”. A Magister ha fatto eco fin da subito un blog che da qualche giorno compare nell’elenco qui a destra, Pesce Vivo (simpatico il motto esplicativo: I pesci vivi vanno controcorrente).

La questione sollevata è molto complessa e difficilmente riassumibile in poche battute, quindi rinviamo agli autori delle riflessioni in oggetto (e ai numerosi e “dotti” collegamenti ipertestuali correlati) e qui ci limitiamo a “nominare” il problema per trarne spunto per qualche breve considerazione: il “nuovo analfabetismo”, in materia di arte e musica sacra, che colpisce al cuore la stessa identità cristiana (secondo il teologo Pierluigi Lia). Con quel che ne consegue, inevitabilmente, sullo stesso piano liturgico.

Devo dire che sono molto d’accordo, anche se non saprei addentrarmi troppo nel dettaglio. Certo la sensazione immediata che la maggior parte dei luoghi sacri e delle celebrazioni liturgiche trasmettono, a mio modestissimo avviso, è di sciatteria, di scarsa ispirazione, di pressappochismo. Il canto, il più delle volte, è diventato un’esibizione di clamorosa imperizia e improvvisazione, amplificata dagli effetti impietosi dell’elettronica (spesso utilizzata a sua volta maldestramente e ad uso e consumo—si direbbe—di persone affette da sordità o comunque da gravi difetti dell’udito). Il canto gregoriano—questo straordinario patrimonio spirituale, oltre che estetico—è stato quasi universalmente abbandonato, o nella migliore delle ipotesi è frainteso e “maltrattato”.

L’elenco potrebbe andare avanti a lungo, ma quel che importa è la sostanza, ciò che questa situazione rivela: uno scadimento dal punto di vista “contemplativo”. I cattolici si danno molto da fare, statisticamente parlando, per aiutare il prossimo, con varie forme di impegno umanitario e sociale (quel che di solito si indica con il termine “volontariato”), ma l’aspetto appunto contemplativo è andato a farsi benedire. Quasi a voler dire: quel che più importa è aiutare le persone, che volete che ce ne importi delle forme, della bellezza, della contemplazione “astratta”!

Ora, l’errore è proprio questo, ritenere che la dimensione contemplativa sia qualcosa di “esteriore”, di astratto nel senso peggiore del termine, mentre semmai è vero proprio il contrario: ciò che le forme rendono misteriosamente visibile è quel qualcosa che sta alla base di tutto, che va al di là del contingente e attinge all’eterno.

Come un albero rovesciato che ha radici nel cielo, la fede attinge all’invisibile e si esplica nel visibile con i suoi effetti concreti, ma questi ultimi, senza quelle radici, avrebbero infinitamente meno senso. Senza contemplazione, insomma, non c’è né la fede né i suoi derivati, ma solo un “attivismo” che ha origini e motivazioni materialistiche. Che alla lunga si rinsecchiranno, come i rami di un albero senza radici. E queste radici si chiamano contemplazione.

Il contemplativo può essere assorto, distratto, ma non è mai sciatto. Ha un’innata eleganza, un’ armonia interiore che traspare da ogni suo atto, da ogni suo gesto. Può vestire di stracci, come Francesco, ma è ugualmente “elegante”. Può infischiarsene della forma ma è nello stesso tempo, paradossalmente, un’opera d’arte vivente. Tutto, quindi, meno che ciò di cui si parlava.

Un contemplativo, per quanto immerso nella realtà, per quanto “aggredito” da questa, fino al punto di sapere di dover spendere l’intera sua esistenza per quella medesima, tragica realtà, come Madre Teresa di Calcutta—una delle donne più “belle” che io abbia mai visto—ci ha eloquentemente dimostrato, non credo potrebbe fare a meno di riconoscersi nelle parole che sono scolpite sulla tomba di un “laico” del calibro di Immanuel Kant:


«Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me»

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 2 maggio 2004]

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