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Le coordinate del riformismo (2)

Un editoriale del Riformista (Cara sinistra, la ricreazione è finita ) richiama ancora una volta la necessità, per la sinistra, di andar oltre «un filone di pensiero, più che dignitoso quando non è illiberale, secondo il quale vincere le elezioni non è poi la cosa più importante». Occorre superare, cioè, quella certa visione secondo la quale «più importante è tenere alta una bandiera e vivo un bisogno: un tempo era il bisogno di comunismo, poi divenne bisogno di elementi di socialismo, o bisogno di diversità, infine bisogno di giustizia sociale. Se la maggioranza della società non avverte questi bisogni, tanto più ci deve essere una minoranza che se ne fa araldo e difensore».

E’ una battaglia sacrosanta ma difficile, credo. E per vincerla non penso sia sufficiente convincere un bel po’ di gente che è il caso di combatterla, che è essenziale combatterla—anche se già questo sarebbe un risultato non disprezzabile, se pensiamo realisticamente a quali sono, a tutt’oggi, le abitudini mentali di buona parte del popolo di sinistra e della sua leadership.

Per vincerla occorre promuovere un cambiamento profondo di mentalità, perché certe convinzioni non nascono dal nulla, non sono il frutto di semplici “errori di valutazione”. Si tratta di qualcosa di molto più profondo.

Nel post precedente ho scritto in sostanza che è necessario spostare il baricentro del dibattito dal politico al filosofico. Posso permettermelo perché, appunto, questo è un blog, non è la Festa dell’Unità. Qui si può ragionare senza l’ossessione di essere persuasivi in maniera immediata, qui si può correre il rischio di non essere compresi senza beccarsi una bordata di fischi. Nello stesso tempo, però, come ricordavo, il ragionamento non voleva essere “accademico”. Al contrario, l’obiettivo era, è, estremamente concreto. Infatti, quello spostare il baricentro del dibattito mira non a dare la parola ai filosofi, ma, in un certo senso, a toglierla loro per restituirla alla gente…

Il pensiero di sinistra è filosofico, lo è praticamente da sempre. Anche il militante meno ferrato in filosofia, in realtà, si è formato all’interno di una cultura politica che ha profonde radici filosofiche. Può esserne consapevole o meno, ma è così. Ed è per questo che, se vogliamo fargli cambiare mentalità, dobbiamo cominciare dalle basi filosofiche delle sue convinzioni più radicate. Altrimenti non si fa un nuovo partito, ma la cosa-4, destinata a fallire come le precedenti.

Come ha scritto Benjamin Barber, quando i filosofi, come spesso accade, «sostituiscono la Ragione al senso comune sono inclini a concepire il senso delle persone comuni come un nonsenso». Per questo tra l’altro, Dewey, il grande pensatore liberal, maestro di democrazia, preferiva parlare di intelligenza piuttosto che di ragione, per via della lunga storia antiempiristica che sta dietro a quest’ultima.

Nel suo ultimo libro, Tornare al futuro, Amato ha spiegato molto bene che, per la sinistra, è giunto il momento di prendere atto che viviamo nella società degli individui, che è finito il tempo in cui le società si organizzavano intorno a tre istituzioni: i partiti, i sindacati e il «grande Stato». Le grandi trasformazioni socio-economiche di questi anni hanno sottratto a quella architettura il suo presupposto, le masse, al posto delle quali oggi troviamo appunto individui. C’è un gran numero di operai che diventano imprenditori, ci sono lavoratori dipendenti con accresciute responsabilità, i cui ruoli si differenziano sempre più l’uno dall’altro, gregari divenuti protagonisti. Così, mentre dal sindacato si scappa, i partiti sono percepiti come estranei e allo Stato si chiede di essere meno invadente. Una misura del cambiamento, ricorda Amato, è che la società degli individui chiede di contare, ma non c’è più il tempo e neppure la voglia di partecipare, e in compenso si pretende che le cose siano messe bene in chiaro e che sia lasciata la possibilità a ciascuno di dire la sua su tutto, se e quando se ne sente il bisogno.

La vecchia cultura politica di stampo hegeliano, razionalista, marxista, ecc., non è in grado di cogliere la portata del cambiamento. L’”intellettuale di sinistra” nutre un profondo sospetto, un’insofferenza ai limiti del disgusto per l’anarchia un po’ selvaggia e per il disordine creativo di cui il cambiamento è portatore. Mentre i populismi montanti, di cui Berlusconi è solo una delle manifestazioni più clamorose, a loro modo, riescono molto meglio a rappresentare questa novità radicale.

Ecco perché occorre dotarsi di una prospettiva nuova. Se non vogliamo che i populismi prendano definitivamente il sopravvento, dobbiamo cambiare la nostra cultura politica. Fare la lista unica va bene, fare il partito del riformismo va ancora meglio, ma bisogna che qualcosa di profondo cambi, altrimenti siamo alla solita operazione elettorale e di facciata.

Le sfide sono a molti livelli, a cominciare dal divario tra democrazia e globalizzazione. Per raccoglierle la politica—ricordava sempre Amato nel saggio succitato—ha bisogno di una «visione», del progetto di un «ordine nuovo» nel quale siano esclusi tanto il digital divide quanto un mercato senza regole o con regole imposte dagli Usa. Così come il mondo ha bisogno di un “tessuto etico”, di valori e principi condivisi, senza dei quali le società sono ingovernabili. La missione della sinistra consiste appunto in questo, indicare la via verso un «nuovo ordine» che sia anzitutto fondato su un presupposto etico.

Ma un presupposto etico, mi permetto di aggiungere, necessita di un fondamento filosofico. Un nuovo fondamento filosofico, visto che quelli vecchi hanno fatto il loro tempo. Questo intendevo dire con il post precedente.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.ilcannocchiale.it il 22 settembre 2003]

Categorie:filosofia politica
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