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Machiavelli Vs Nietzsche, ovvero: Non sparate su Giuliano Ferrara, please

[Attenzione, post lungo!]
Un’interessante provocazione che si è insinuata qualche ora fa tra i commenti ad un mio precedente post mi induce ad una risposta doverosamente articolata e meditata—che difatti, non fosse altro che per una questione di decoro, non giunge immediata e frettolosa, ma con una buona giornata e mezza di ritardo. Del resto si sa come vanno a finire i buoni propositi di tutta la famiglia (riaffermati testardamente di settimana in settimana) di evitare assolutamente di utilizzare il sabato pomeriggio per fare shopping: puntualmente ci accorgiamo che manca questo o quest’altro, e siccome non si può procrastinare perché la settimana successiva sarà una di quelle infernali (né più né meno delle precedenti e, ci si può scommettere, delle successive), ecco che immancabilmente ci ritroviamo in mezzo alla folle dei disperati che non hanno altra scelta o che, sciagurati come noi, si sono ridotti all’ultimo momento, come dice mia madre. Ma oggi è domenica, i negozi sono chiusi e la maggior parte dei centri commerciali pure, per cui, espletati i riti della giornata, mi metto diligentemente al lavoro.

Dunque, un lettore che ha molto ben soppesato qualche mio fugace accenno, mi chiede giustamente ragione del detto e del non detto (o appunto solo accennato). Si parlava del “linciaggio” cui da qualche tempo è sottoposto il direttore del Foglio da parte di bloggers apertamente laicisti—spero che gli interessati non me ne vogliano se li “etichetto” così schematicamente: è solo un espediente per risparmiare tempo e parole. Ebbene, il lettore sintetizza in questo modo il mio pensiero e svolge le seguenti considerazioni:

Caro Wind, tu ci solleciti a uno sguardo realista. Ok, ammettiamo che in tempo di guerra si possa/debba sacrificare la libertà a una falsa verità, o meglio a una verità i cui non si crede. Facciamo i machiavelliani, o meglio gli straussiani – il che implica sempre una franchigia morale estesa oltre la sfera politica ai sodali e agli ideologi e ai famigli, quindi una ristrutturazione aristocratica o di classe (beh, non è fascismo?). Ammettiamo che il compito dell’intellettuale, il ‘filosofo’, sia quello di dissimulare la verità in cui crede, mettendosi al servizio del bene comune, quindi mentire per professione, sposando maliziosamente il punto di vista dei ‘gentlemen’. Ammettiamo pertanto che il popolo non possa sopportare la verità e abbisogni di ‘nobili menzogne’.
Wind, lo vedi anche tu che questo genere di manovra ideologica si regge sulla dottrina socratica dell’intellettualismo etico combinata (malamente) con il razzismo platonico: i ‘filosofi’ sarebbero i soli a non soggiacere alla logica reale della Volontà di Potenza perché ‘impastati d’oro’. Quale garanzia per la moralità dell’élite? Siamo in un circolo di infalsificabilità giacché la moralità dell’élite segue, nietzschianamente, una diversa tavola di valori, l’ipocrisia la più alta forma di moralità, la difesa del proprio status un dovere etico per il bene generale e così via. Ora, una manovra intellettuale di questa risma mina alle fondamenta i ‘valori’, è per così dire una manovra di emergenza (emergenza bada bene dichiarata dai suoi stessi beneficiari miracolosamente estranei a uno schema di convenienza) ma è sempre a un passo dal travolgere nell’ignominia cose come il coraggio, l’integrità, l’onestà, la fede, e perfino e soprattutto il ‘Sacro’ inteso come committment. E l’esito è plausibilmente una bancarotta morale totale.

Premetto che nella mia risposta mi soffermerò soltanto su una delle tante sollecitazioni contenute nel pur sintetico commento, anche se tutto si tiene, e, se non sbaglio, tutto ruota intorno alla convinzione che un approccio “machiavelliano” del tipo di quello da me ipotizzato sia una lama a doppio taglio che per salvare uccide, e, immagino, uccidendo non salva ciò che vorrebbe salvare. Ed è appunto su questo punto specifico che vorrei concentrare l’attenzione.

Bene, per cominciare chiamo a “deporre sul banco dei testimoni” (perché questo, come è noto è un processo a Ferrara …) un illustre personaggio del passato: Polibio. Questi, greco di nascita (data ipotizzata intorno al 200-210 a.C.) e di formazione, ma deportato in Roma dopo aver ricoperto in patria importanti magistrature civili, fu un apprezzato studioso non solo di storia (com’è arcinoto), ma anche di politica e di arte militare. A Roma, dove fu lasciato libero di muoversi a suo piacimento, divenne tra l’altro amico e consigliere degli Scipioni ed ebbe l’opportunità di incontrare una quantità considerevole di altre grandi personalità dell’epoca, il che, unitamente al suo indubbio talento, ne fece un profondo conoscitore della politica romana e quindi anche delle ragioni che avevano fatto grande l’Urbe. Tra queste , appunto, Polibio considerò particolarmente degno di nota l’atteggiamento dei romani verso la religione, un approccio che oggi potremmo definire machiavelliano, anche se qualcun altro potrebbe preferire l’aggettivo «pragmatico»:

I Romani hanno […] concezioni di gran lunga preferibili [a quelle degli altri popoli e dei greci in particolare] nel campo religioso. Quella superstizione religiosa che presso gli altri uomini è oggetto di biasimo, serve in Roma a mantenere unito lo Stato: la religione è più profondamente radicata e le cerimonie pubbliche e private sono celebrate con maggior pompa che presso ogni altro popolo. Ciò potrebbe suscitare la meraviglia di molti; a me sembra che i Romani abbiano istituito questi usi pensando alla natura del volgo. In una nazione formata da soli sapienti, sarebbe infatti inutile ricorrere a mezzi come questi, ma poiché la moltitudine è per sua natura volubile e soggiace a passioni di ogni genere, a sfrenata avidità, ad ira violenta, non c’è che trattenerla con siffatti apparati e con misteriosi timori. Sono per questo del parere che gli antichi non abbiano introdotto senza ragione presso le moltitudini la fede
religiosa e le superstizioni sull’Ade, ma che piuttosto siano stolti coloro che cercano di eliminarle ai nostri giorni.
(La citazione è tratta dalle Storie (nell’edizione Mondatori del 1970, vol. II, alle pagine 133 e 134). I corsivi sono miei)

Interessante, mi pare. Polibio, comunque, dice cose che i romani avrebbero sottoscritto senza esitazione, magari senza fare troppo baccano … Altolà, chiarisco subito due cose: 1) quando parlo di “approccio machiavelliano” e lo riferisco al tentativo di Giuliano Ferrara di “agganciare” il cristianesimo, anzi, il cattolicesimo, lo faccio un po’ in barba a Machiavelli, dal momento che quest’ultimo, nei Discorsi, ha visto nel cristianesimo una religione che ha svolto nella storia una funzione negativa, avendo reso gli uomini in qualche modo meno virili ed avendo allentato il loro attaccamento alle armi e alla patria; tuttavia, il riferimento mi sembra ugualmente coerente—se non nella lettera, nello spirito—con il pensiero di Machiavelli, soprattutto se ci sforziamo di rapportarlo alle istanze ed alle emergenze del nostro tempo; 2) essendo personalmente un credente, non mi sogno neppure di immeschinire la mia religione al rango di un mero instrumentum regni: mi limito a far notare ai non credenti che la questione, faute de mieux, può essere osservata e attentamente valutata anche da questo punto di vista; quindi metto da parte la mia fede e discuto laicamente. In altre parole, costringo me stesso a considerare le cose di questo mondo mettendomi da punto di vista dell’ etsi Deus non daretur e nel contempo invito atei e laicisti a prendere seriamente in considerazione i vantaggi che potrebbero derivare allo Stato dalla decisione di ragionare di politica e religione etsi Deus daretur. Oltretutto, in fondo, un po’ di ginnastica mentale non può fare che bene, anche se si decide che questo approccio sia da respingere con fermezza.

Prevengo inoltre una possibile obiezione da parte di chi ha letto Montesquieu, in particolare la sua Dissertation sur la politique des Romains en matière de religion (del 1716): anche lui considerava la religione un instrumentum regni, ma da buon illuminista dava all’espressione una valenza negativa, e soprattutto ricordava che tra il cristianesimo e il paganesimo c’era una differenza fondamentale: il primo prevedeva per i trasgressori dei precetti religiosi delle pene eterne (un ricatto morale inaccettabile, dal suo punto di vista), il secondo no. Il messaggio era chiaro: si poteva accettare la “commistione” con il paganesimo, non quella con il cristianesimo. Il fatto è, però, che i tempi sono cambiati, e che, come dicevo prima parlando di Machiavelli, noi oggi dobbiamo confrontarci con le emergenze di un’epoca che né Messer Niccolò né Charles-Louis de Secondat avrebbero mai potuto neppure lontanamente immaginare.

Siamo in ogni caso—ed è importante sottolinearlo—lontani anni luce dall’impostazione che, all’incirca, dava al problema Giovanni Botero (che appunto fu considerato all’epoca l’Anti-Machiavelli per eccellenza): non tanto fare della religione un instrumentum regni quanto piuttosto vedere nello Stato, non più inteso come fine a se stesso, un instrumentum ecclesiae, ponendo il primo sotto la guida “illuminata” di un defensor fidei, magari, che ne so, sponsorizzato dal papa!

Indubbiamente, invece, Leo Strauss—la sua convinzione che solamente la religione sia in condizione di stabilizzare il quadro politico ponendo un freno al relativismo immanentistico e ai democraticismi di matrice giacobina, fornendo la materia prima per una theologia civilis—sembra perfettamente in linea con il ragionamento.

E’ ben vero che Strauss è, filosoficamente (metafisicamente) parlando, un nietzschiano, un nichilista radicale. Questo, tra l’altro, sembra dar ragione agli accenni del mio interlocutore, che certamente sa delle ascendenze straussiane dei neocons americani—Paul Wolfowitz, Wiliam Bristol e Gary Schmitt, per fare qualche nome, sono considerati veri e propri discepoli di Leo Strauss. Molti di questi discepoli, per altro, spesso amano definirsi “atei devoti” o “atei cristiani.” Definizioni, queste, che ben si addicono allo stesso Giuliano Ferrara. Tuttavia, secondo me, Nietzsche con i neocons, americani o italiani che siano, c’entra poco, o meglio, non vedo il marchio di fabbrica di Nietzsche nella fiducia che la religione possa dimostrarsi un salvifico instrumentum regni, semmai il marchio lo vedrei negli atteggiamenti diametralmente opposti. Eviterei, insomma, di confondere il senso di responsabilità che la politica può sentire di avere nei confronti della “gente comune” con un insano disprezzo per il popolo da parte della sua stessa classe dirigente.

E infine non va dimenticato che qui in Italia concetti analoghi a quelli espressi finora sono stati formulati a più riprese dal laico Giuliano Amato. Che certamente non è un seguace di Nietzsche—e, allo stato dell’arte, neppure dei neocons…. Che si tratti di puro e semplice buon senso, qualcosa di persino troppo terra-terra per meritare complesse disquisizioni filosofico-politiche?

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 9 ottobre 2005. Interessanti i commenti al post originale.]

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