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Sul problema fede (2)

[Risposta al commento di Nilus al post precedente]
Caro Nilus, sono d’accordo. Le conclusioni mi sembrano analoghe. E con questo, a mio avviso, si potrebbe ammettere tranquillamente che si è detto tutto. Però, volendo, si può chiarire qualche punto. E allora proviamo a farlo.

Posso osservare, intanto (e bada che non c’è alcuna ironia in quello che ti sto per dire), che la tua impostazione intellettualmente onesta è un’ottima premessa per la fede! O almeno per la fede come io credo che debba essere intesa.

Chiarisco quel che voglio dire con una considerazione storico-teologica (un po’ frettolosa, naturalmente, dato che mi ci vorrebbe un post di 6000 parole per esprimermi come si deve). Io credo che una delle sciagure peggiori che siano capitate al cristianesimo sia stata l’essersi lasciato “imbrigliare” dal tomismo, cioè da una lettura a senso unico della teologia di San Tommaso d’Aquino (il quale ultimo, di suo, tanto tomista non era…) . Cioè da un’impostazione aristotelica applicata alla tradizione giudaico-cristiana. Il cristianesimo è stato tradotto così in una “metafisica”, e dunque è stato per così dire “innestato” in una cultura che era agli antipodi di ciò che esso era originariamente : una religione di stampo orientale, con caratteristiche solidamente anti-razionalistiche (anche se non “irrazionalistiche”, che sarebbe una cosa un po’ diversa).

Se, come scriveva David Maria Turoldo in un bellissimo libro che ti raccomando (Il Vangelo di Giovanni, Rusconi ed.), in epoca medievale il cristianesimo fosse stato invece innestato sull’altro grande filone della tradizione filosofica greca, quello che fa capo a Platone, certi equivoci non si sarebbero mai determinati.

Adottando il tomismo come prospettiva dominante e come orizzonte filosofico all’interno del quale collocare la propria dottrina, la Chiesa ha molto probabilmente obbedito ad un interesse ben preciso (comprensibile, per altro, sotto il profilo della sua sopravvivenza) : quale impostazione era in grado di puntellare meglio una religione che era al tempo stesso cultura dominante (o meglio unica), potere politico, etica (pubblica e privata), scienza, ecc., ecc..? Senza ombra di dubbio quella tomistica, che metteva ogni cosa al proprio posto, determinando una struttura stabile, “piramidale”, orientata alla certezza (metafisica, appunto), impermeabile al dubbio, non soggetta al rischio e alla debolezza (soprattutto per quanto riguarda le cose terrene) di una prospettiva che mette al centro l’Uno, nella sua indicibilità di fondo, anziché un sistema perfetto, con al centro la Chiesa ed i suoi insegnamenti (nonostante la rivendicazione formale della centralità di Cristo).

Con questo voglio dire, tra l’altro, che se molti hanno perso o non riescono a trovare la fede, la causa va probabilmente ricercata anche in quell’innesto forzato e innaturale. L’equivoco “razionalistico” ha prodotto a suo tempo sicurezze, illusorie certezze, mentre oggi produce quello che qualcuno chiama il silenzio di Dio, e che bisognerebbe invece chiamare il rifiuto del salto nel buio, cioè il rifiuto della fede intesa come abbandono totale a Dio, come “follia”.

Per questo dicevo all’inizio che la tua impostazione è una buona premessa. Nel senso che soltanto chi ha spazzato il campo da tutti gli equivoci può trovare la fede. Dopo Marx, Nietzsche e Freud—che Paul Ricoeur ha brillantemente definito “i maestri del sospetto”—non c’è più posto per certi “trucchi”, per le astuzie dettate dall’istinto di sopravvivenza a livello tanto individuale quanto “istituzionale”. Resta solo il rischio consapevole, il coraggio di scegliere Dio senza contropartite.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.ilcannocchiale.it il 12 settembre 2003]

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