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Quel male primigenio dietro la croce uncinata

Nessuno può dire, penso, per quale strano automatismo, “riflesso condizionato” e cose del genere, a volte ascolti o leggi qualcosa e improvvisamente fa capolino nell’anticamera del tuo cervello un pensiero, una citazione letti/ascoltati chissà dove, chissà quando e che, almeno apparentemente, non c’entrano niente con ciò di cui ti stai occupando. Salvo poi, dopo, qualche istante di spaesamento, realizzare che sì, c’entrano, anche se in una maniera un po’ “obliqua” e, se vogliamo, anche piuttosto subdola.

La stessa cosa mi è capitata leggendo le critiche al discorso di Benedetto XVI al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Lo strano è che la citazione sembra un po’ troppo severa in rapporto a ciò che l’ha subdolamente provocata. Anche perché le critiche non sono campate in aria, o almeno non lo sono i rilievi mossi, ad esempio, da Giovanni De Luna su La Stampa di oggi. Utilizzo proprio la riflessione di De Luna per rendere il tono e la sostanza dei rilievi critici mossi al Papa:

Benedetto XVI è rimasto significativamente impigliato in due «nodi» su cui si è soffermato il dibattito storiografico di questi anni: le responsabilità del popolo tedesco nello sterminio degli ebrei e il rapporto tra la Shoah e il presunto disegno hitleriano di attaccare le radici cristiane della nostra civiltà. Rispetto al primo, l’affermazione del Papa tesa a circoscrivere le colpe a «un gruppo di criminali» che «usò e abusò» del popolo tedesco, rendendolo «strumento della loro smania distruzione e di dominio», entra in rotta di collisione con tutta l’impressionante mole di ricerche storiche che
hanno invece insistito sulla «normalità del male»; è un filone al cui interno (sulla scia di Hannah Arendt) l’enormità della Shoah è racchiusa proprio nella «normalità» dei carnefici, fedeli servitori dello Stato e delle sue regole.
[…]
Ancora maggiori perplessità suscita poi la sua seconda affermazione sui «nazisti che volevano distruggere il popolo ebraico per strappare la radice su cui si fonda il cristianesimo». Il progetto di sterminio si sviluppò in realtà lungo una direzione che francamente fa apparire il cristianesimo un bersaglio trascurabile, quasi inesistente. Quel progetto, irrinunciabile e totalitario, rivelò soprattutto l’essenza compiutamente biopolitica del nazismo (la vita traducibile immediatamente in politica e, viceversa, la politica segnata da una caratterizzazione intrinsecamente biologica); il regime di Hitler spinse la «biologizzazione» della politica a estremi mai raggiunti in precedenza, e il popolo tedesco diventò una sorta di corpo organico, da curare e proteggere,
amputandone violentemente le parti infette, quelle «spiritualmente già morte»: la soppressione del nemico, in particolare degli ebrei, era necessaria per garantire la vita del popolo, lo Stato con lo sterminio di massa garantiva il benessere e la felicità dei suoi sudditi. Sia nell’eutanasia praticata su larga scala sui malati di mente, sia soprattutto ad Auschwitz e dintorni, questa forma di esercizio del potere fece del nazionalsocialismo la sintesi perfetta tra politica, Politik (la lotta contro i nemici interni e esterni dello Stato fino alla loro morte e all’annientamento) e polizia, Polizei (la cura per la vita dei cittadini in tutte le sue estensioni). Come ha scritto Giorgio Agamben, «la polizia diventa politica e la cura della vita coincide con la lotta contro il
nemico».

Ebbene, che dire? Che semplicemente il ragionamento sta in piedi. La prima delle due obiezioni, in particolare, mi sembra inconfutabile e, direi, persino fuori discussione. Credo che, in linea di principio, si possa convenire anche con la seconda, sebbene sostenere tout court che il cristianesimo fosse per i nazisti “un bersaglio trascurabile, quasi inesistente” mi sembra una tesi un po’ troppo netta: forse necessiterebbe di qualche supplemento di riflessione e di argomentazioni meno sbrigative. Ma, insomma, come dicevo, il discorso regge.

E allora? Cosa c’è che non va? C’è che, fermo restando quanto detto sopra, bisognerebbe non sottrarsi, come suggerisce Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera di oggi, ad una constatazione piuttosto ovvia e alla domanda che ne deriva: in un discorso pubblico del genere, pronunciato in quel luogo e per giunta da un Papa tedesco, Benedetto XVI avrebbe facilmente potuto ricalcare gli schemi consueti e ripetere i giudizi, le attribuzioni di colpe, le deprecazioni e le evocazioni che tutti sappiamo (giustamente) a memoria, e invece non l’ha fatto: perché? Direi che Galli Della Loggia lo ha spiegato molto bene, cogliendo alcuni risvolti del discorso di Papa Benedetto che ai critici sembrano essere sfuggiti (e lasciando intendere che quelle obiezioni sono un po’ troppo facili). Se il Pontefice ha preferito battere un’altra strada rispetto a quella più “facile” e scontata, ciò si spiega in due modi:

Per un verso [Benedetto XVI] ha scelto di volare più basso, ma insieme, per un altro verso, di muoversi ad altezze inconsuete per il discorso pubblico ufficiale.
L’autenticità umana, l’originalità intellettualee l’ispirazione dell’uomo di Dio, si sono così intrecciate e confuse davanti ai tetri edifici di Auschwitz in una meditazione ampia e nervosa, dall’andamento quasi spezzato. L’accento dimesso è risuonato in quel presentarsi semplicemente come «figlio del popolo tedesco» (un’espressione ripetuta ben tre volte in poche righe), ma proprio ciò ha conferito un senso estremo all’inevitabile questione della colpa collettiva.

Molti hanno osservato che l’analisi di Ratzinger sull’ascesa del nazismo è stata troppo indulgente verso i suoi compatrioti […]. [M]a il senso del richiamo del Pontefice al ruolo della leadership nazista sta nel voler porre l’accento su un elemento troppo spesso cancellato quando si parla del nazionalsocialismo, e cioè il nichilismo radicale, la smisuratezza antiumana, insomma il demoniaco che si stagliava dietro la croce uncinata e che ne faceva il simbolo di un vero e proprio risorgente paganesimo, spesso nelle forme ancora più agghiaccianti di una disciplinata burocrazia. [Il corsivo è mio]

Mi sembra che il percorso “anomalo” seguito da Galli Della Loggia—naturalmente sulla scia di un Papa davvero anticonformista—lo abbia condotto fino a quello che a me sembra essere il cuore della faccenda. Seguiamo ancora l’editoriale:

Vi fu insomma nel nazismo l’affiorare comedi un male primigenio che per venire alla luce non si affidò certo al «popolo », ai «tedeschi», ma ebbe per l’appunto bisogno della mediazione di «capi», di cupe figure di despoti di cui Hitler rappresentò un paradigma esemplare. Con la mente rivolta a questo demoniaco in certo senso prepolitico, anche se micidialmente calato nella storia, ha parlato Benedetto XVI: dunque trascurando di evocare (è permesso dirlo a tanti suoi critici che invece avrebbero voluto proprio questo?) i precisi excursus fattuali, le responsabilità delle Chiese cristiane (quella di Roma fu solo una tra le tante), le specificità ideologiche (a cominciare dall’antisemitismo, non nominato, d’accordo, ma se si dice Ebrei e Shoah di cosa si sta mai parlando?). Un discorso, forse, troppo teologicamente ispirato e troppo poco politico, troppo lontano dalle convenienze del senso comune. Forse. Ma solo evocando il male assoluto, solo scorgendo tra i fumi infernali dei camini di Auschwitz il volto di Satana, solo così acquista senso il grido supremo della disperazione umana che Joseph Ratzinger ha rivolto al cielo. [Corsivi miei anche
stavolta]

Ebbene, direi che quest’uomo ha capito tutto, anche se, a mio sommesso parere, non ci voleva precisamente un genio per arrivarci—il che non significa affatto che Galli Della Loggia non lo sia, dal momento che probabilmente lo è davvero! Più difficile, semmai, era spiegarlo in maniera tanto succinta e nel contempo così efficace. Ma forse, se a qualcuno è risultato così difficile capire quale fosse il “messaggio” sotteso dal discorso Pontefice, una ragione profonda c’è (di sicuro non si tratta di “dura cervice” e cose di questo genere). E a questo punto, vedi un po’, torna in ballo la citazione di cui parlavo all’inizio, e di cui magari qualcuno pensava che mi fossi dimenticato. Neanche per sogno. Eccola (ma a ripensarci è dura, dura assai …):

Egli disse: “Va’ e riferisci a questo popolo: Ascoltate pure, ma senza comprendere, osservate pure, ma senza conoscere. Rendi insensibile il cuore di questo popolo, fallo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da esser guarito”.
Isaia 6, 9-11

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 30 maggio 2006. I commenti al post originale sono interessanti]

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