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E il Cardinale ammalio' il Meeting


Christoph Schönborn, L'icona di Cristo. Fondamenti teologici. Edizioni San PaoloSul Foglio uno splendido resoconto dell’intervento dell’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schönborn, al Meeting di Rimini. Presentazione leggermente enfatica (questione di linee editoriali, ma questo è normale in regime di libertà di stampa e con buona pace dei laicisti incalliti):
 
fra i più grandi teologi viventi, il cui nome è stato fatto spesso per il pontificato, […] oratoria ammaliante tipica dei domenicani, […] instancabile poliglotta […]. Porta con eleganza la sua eminenza …

Ad ogni modo, l’uomo non a caso è membro della congregazione per la Dottrina della Fede, nonché allievo di Joseph Ratzinger. E poi—un’annotazione che potrebbe aver fatto Vittorio Messori—il cardinale è l’esemplificazione vivente della differenza fondamentale che c’è fra un teologo cattolico e uno protestante: il primo pensa in “e/e”, il secondo in “o/o”. Ma per afferrare bene il concetto non c’è che leggere tutto l’articolo. Quello che segue è soltanto un piccolo assaggio:
 
 
Israele deve vivere
 
“Israele deve vivere perché è il popolo dell’alleanza e l’alleanza, come ha detto Giovanni Paolo II, non è mai stata revocata. Lo ‘scandalo Israele’ per il mondo e le altre religioni, anche per noi cristiani e gli ebrei non credenti, è che Dio abbia scelto questo piccolo popolo. Lo ha chiamato alla diversità, a essere suo erede e suo popolo. E questo è uno scandalo per le grandi nazioni, che Israele rimanga il segno nella storia che la scelta di Dio è libera. Oso dire con san Paolo che tutta la storia dell’umanità e la storia di oggi è intimamente legata a questa vicenda, all’avventura ebraica, una scelta di Dio che non scusa gli errori umani e il peccato di nessuno, ma resta un fatto con le sue tracce concrete. Israele, fino alla venuta definitiva del Messia che noi crediamo essere Gesù, rimane per sempre questo luogo e questa realtà della prima scelta di Dio. Il popolo eletto mai potrà dire che Dio non ha promesso a lui la terra. La terra d’Israele, nonostante tutto il dramma, rimane un segno concreto della scelta”.

Evoluzionismo*
 
“L’evoluzionismo alimenta il riduzionismo, nel senso che dimentica l’approccio limitato della metodologia, rendendo la metodologia un tutto. Se assumiamo come un tutto la metodologia limitata dell’approccio quantitativo, soprattutto nel campo della biologia, è allora che vediamo quanto questo sguardo sia riduttivo. La vita è qualcosa di più delle sue condizioni materiali. Cosa sia questo ‘di più’ è la grande difficoltà di oggi, un problema che va al di là della metodologia quantitativa ma che per questo non è meno una realtà”.
 
Scientismo
 
“Lo scientismo è il non riconoscere i limiti inerenti alla metodologia e all’approccio quantitativi. Viktor Frankl, discepolo di Freud, psicologo ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, ha detto che la saggezza è la scienza più il rispetto dei propri limiti. L’affascinante epopea della scienza moderna è di aver trovato, in un modo sconosciuto a tutta la storia anteriore, la meraviglia dell’origine della vita. I nostri bisnonni non sapevano nulla di ciò che sappiamo noi oggi sul primo momento della genesi di un essere umano nuovo. Non c’è dubbio possibile che dal momento della fecondazione dell’ovulo ci sia già tutto l’essere umano. Questo non vuol dire che basti a se stesso, ha bisogno di molte condizioni per divenire e procedere nella vita, ma è già un essere individuale tra miliardi di altri esseri umani. Non lo sapevano gli anziani, ma noi sì e sempre di più e grazie alle scienze esatte abbiamo una conoscenza che ci obbliga molto più che nel passato al dovere morale. L’uomo da solo non potrebbe e mai potrà produrre anche una sola cellula del corpo, l’immensa complessità di una sola cellula del vivente”.

Cosa è l’uomo?
 
“L’avventura delle scienze esatte, le chiamiamo sempre così anche se non sono tanto esatte quanto naturali, è di procedere sempre di più nel conoscere le condizioni dell’essere umano. Ma le condizioni non spiegano la domanda metafisica par excellence, ‘quid est?’ diceva Aristotele, cosa è l’uomo? Qualcosa o qualcuno? Il fascino di conoscere fa dimenticare la questione del chi è? Resta la domanda fondamentale, arricchita da tutto il nostro sapere sulle condizioni biologiche. Nella ‘Fides et Ratio’, Giovanni Paolo II aveva detto che dovevamo ritrovare la questione fondamentale dell’uomo e del che cosa è l’uomo”.

* In materia di evoluzione è molto interessante leggere un artcolo del Cardinale pubblicato sul New York Times del 7 luglio 2005 (traduzione italiana presso il sito di Sandro Magister) e la risposta dello stesso  alla replica (entrambe in versione italiana) del fisico nucleare Stephen Barr.

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Categorie:culture autoctone
  1. 26 agosto, 2006 alle 14:31

    Mi sembra interessante soprattutto dal punto di vista delle patologie intellettuali. Uno che afferma le cose che seguono, come fa Schönborn nella risposta a Barr, palesemente non ha capito nulla della Teoria dell’Evoluzione, e probabilmente ha anche in generale una discreta confusione in testa:

    “Il biologo darwinista si trova di fronte ad una domanda precisamente analoga mentre studia la storia della vita. Se limita il suo sguardo solamente sulla presunta variazione casuale, questa potrebbe facilmente sembrare non correlata ad alcunchè di interessante, e rimanere quindi inintelligibile. Non riconoscendo nella variabilità alcuna caratteristica specifica, egli riassume la propria ignoranza sotto il termine rispettabile di “casualità”. Ma se fa un passo indietro e guarda la sviluppo della vita, egli vedrebbe un quadro ovvio, preciso in modo schiacciante. Le variazioni verificatesi nella storia della vita sono state esattamente quelle necessarie per produrre il set di piante e animali che esiste attualmente. In particolare, sono state esattamente le variazioni necessarie per il salto evolutivo che ha prodotto la persona umana. Se questa non è una correlazione potente e rilevante, allora non so proprio cosa potrebbe contare, nella mente dell’osservatore, come prova contro la casualità.”

    Giuseppe

  2. 26 agosto, 2006 alle 20:56

    A me–cioè ad un lettore non particolarmente esperto ma neppure “indottrinato” e/o (penso) fornito di paraocchi–sembra, invece, la proposta di un semplice cambio di prospettiva. Che poi potrebbe essere anche un atteggiamento scientificamente non proprio eretico (rispetto alla scienza).

  3. anonimo
    27 agosto, 2006 alle 1:53

    > Le variazioni verificatesi nella storia della vita sono state esattamente quelle necessarie […] per il salto evolutivo che ha prodotto la persona umana.

    Mi pare che si chiami “principio antropico”. Se invece dell’uomo si fosse evoluta una qualche specie di insetti, anche loro avrebbero considerato inevitabile e benedetta dall’alto la loro evoluzione ?

    A me ricorda la storia di Topolino in cui Pippo sparava a dei bersagli sul muro del granaio, e faceva sempre centro perfetto. Solo, disegnava il bersaglio solo _dopo_ aver sparato…

    Stefano

  4. 27 agosto, 2006 alle 8:39

    Infatti, Stefano, è esattamente questo il punto. Forse dovremmo regalare quel numero di Topolino al Cardinale… 🙂

    Giuseppe

  5. 27 agosto, 2006 alle 10:14

    Ecco, appunto, a proposito di paraocchi …

  6. 27 agosto, 2006 alle 16:20

    ed è risucito a scaldare lamplatea ciellina senza mostrare nemmeno un trapianto di capelli o racconatre una barzelletta stronza a sua volta raccontata all’uomo più potente del mondo alla vigilia di una tremenda guerra.
    questo sono miracoli

  7. 27 agosto, 2006 alle 17:51

    Allora, Roberto, visto che tu i paraocchi non ce li hai, sarai certo in grado di spiegare perché il quadro visto dal Cardinale dovrebbe apparire, come dice lui, “ovvio, preciso in modo schiacciante”…

  8. 28 agosto, 2006 alle 11:00

    stamattina quando ho letto Amato su Repubblica, ho pensato a te. Ma dove siamo arrivati…

  9. 28 agosto, 2006 alle 11:59

    Benrivisto.
    ernie

  10. 28 agosto, 2006 alle 23:32

    Ciao, Ernie, benrivisto anche te.

    HoldenC l’articolo di Amato (che si può leggere qui) è molto interessante e ha colpito anche me quando l’ho letto stamattina. Penso che una cosa che mi divide da Amato, oggi come oggi, sia la sua fiducia “nel contenitore,” che comprende gli eredi di tradizioni “altre” da quella liberalsocialista ed anche da qella di matrice cattolico-democratica (con la quale il dialogo e la collaborazione sono stati fecondi in passato). E non mi riferisco solo ai soliti ex comunisti. Ma su questi ragionamenti avrò modo di tornare in maniera meno estemporanea, perché il problema merita molto, molto di più che le battute che soltamente vengono riservate sui blog su questioni epocali.

    Giuseppe, mi spiace di rispondere tanto in ritardo, ma sono appena rientrato. Comunque mi trovo in imbarazzo a risponderti, nel senso che mi sembra chiaro che quando un uomo di Chiesa affronta certi argomenti, chi legge deve sempre ricordare che il discorso presuppone qualcosa che, a rigore, non può che risultare sfuggente (quando non quasi incomprensibile) rispetto al linguaggio, alle logiche, agli obiettivi e agli stessi presupposti delle Naturwissenschaften.

    L’uomo di scienza, penso, può avvantaggiarsi di approcci che in vario modo possono apparirgli impropri o inadeguati. Nel senso che possono raccogliere la provocazione e magari scoprire che nel proprio approccio qualcosa non quadra. Del resto la scienza ha sbagliato molte volte (spesso proprio “assolutizzando” ciò che era molto, troppo contingente …). E la stessa teoria evoluzionistica è poco più che un’ipotesi, non la verità indiscutibile.

    E la perfezione dell’universo da una parte, e la grandezza dell’uomo dall’uomo dall’altra, stanno lì, a mio avviso, a testimoniare un dubbio di fondo in faccia alla scienza, ossia di fronte al tentativo di presentare il tutto come frutto del caso, o comunque prescindendo da un disegno superiore. Non si tratta di mancare di rispetto alla “scienza galileiana,” o all’autonomia della scienza rispetto alla teologia (anche perché per fortuna c’è stato un progresso sotto questo profilo nel corso degli ultimi quattro o cinque secoli …).

  11. anonimo
    29 agosto, 2006 alle 13:04

    > L’uomo di scienza, penso, può avvantaggiarsi di approcci che in vario modo possono apparirgli impropri o inadeguati. Nel senso che possono raccogliere la provocazione e magari scoprire che nel proprio approccio qualcosa non quadra.

    Uno scienziato può ispirarsi dove vuole: alla sua intuizione, ai sogni, ma alla fine il metodo scientifico richiede di formulare una teoria che si poggi sui dati empirici. E che sia eventualmente disprovabile se dati contrastanti emergono.

    > la stessa teoria evoluzionistica è poco più che un’ipotesi, non la verità indiscutibile.

    Nulla nella scienza è verità indiscutibile. Trattandosi di teorie basate sull’osservazione, ed essendo l’osservazione per forza di cose sempre imperfetta e incompleta, una teoria scientifica non può mai essere definitivamente provata come vera, ma soltanto provvisoriamente accettata, in mancanza di dati che la contraddicano.

    Anche le teorie evoluzionistiche (ve n’è più d’una) sono ipotesi provvisorie. Come la teoria della gravitazione o quella dell’elettromagnetismo.

    > la perfezione dell’universo da una parte, e la grandezza dell’uomo dall’uomo dall’altra, stanno lì, a mio avviso, a testimoniare un dubbio di fondo in faccia alla scienza, ossia di fronte al tentativo di presentare il tutto come frutto del caso,

    Sull’origine casuale o meno dell’universo, non penso che la scienza possa dire nulla, anche perché qualunque cosa sia successa, si è verificata prima e al di fuori dell’universo, e quindi al di fuori della nostra capacità di osservazione. E scienza senza dati non è tale.

    Per quanto riguarda l’origine casuale della specie umana, l’ipotesi può essere messa alla prova empirica. Infatti se gli umani sono il prodotto di una serie di fortuite coincidenze, ne segue che se esistono forme di vita altrove nell’universo, queste saranno diverse da quelle terrestri. Quindi se si scoprissero esseri umani (o magari solo forme di vita basate sul DNA) su altri pianeti, questo darebbe un colpo fatale all’ipotesi di origine casuale.

    Non penso che altrettanto si possa fare con ipotesi creazioniste o di “disegno intelligente”: non esiste una prova empirica che, se verificata, porterebbe ad abbandonare tali ipotesi (o forse sono i miei “paraocchi” che mi impediscono di vederla ?).

    Tali ipotesi si basano su affermazioni di fede, e quindi prescindono dai dati empirici. Non sono paragonabili a teorie scientifiche. Non intendo dire che le affermazioni di fede siano in qualche modo inferiori. Dopo tutto, i dati, le misure, e gli stessi nostri sensi possono essere ingannevoli.

    Dopo tutto, non potrei mai _dimostrare_ che il mondo che esperimento non sia un’illusione della mia mente o un lungo, elaborato sogno. O che l’intero universo non sia stato creato 5 secondi fa, compreso di tutti i nostri ricordi e tracce della nostra vita finora, e montagne e fossili che sembrano vecchi di milioni di anni.

    Ma finché e fino a dove uno si può fidare di quello che riesce a vedere, toccare e misurare, allora il metodo scientifico è sicuramente il migliore. Al di là, ognuno la pensi come vuole.

    Stefano

  12. anonimo
    29 agosto, 2006 alle 13:11

    Dimenticavo: questo è un interessante romanzo di SF che parla della scoperta di una forma di vita extraterrestre, con implicazioni per il nostro discorso.

    Stefano

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