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Un’analisi della lectio magistralis

Ieri mattina, incrociando la rotta di un blog britannico che seguo da tempo, quello dell’amico David (A Step At The Time), il quale aveva appena linkato il mio post in inglese su Oriana Fallaci, ho letto un’analisi particolarmente intrigante, che confermava la mia convinzione che le parole pronunciate dal Papa all’università di Ratisbona non fossero affatto da interpretare come un clamoroso scivolone diplomatico, bensì come qualcosa di molto ben meditato, con obiettivi precisi e in cui tutto era stato accuratamente calcolato, comprese le reazioni furibonde cui il discorso ha dato origine in maniera praticamente automatica. Il titolo del documento è: “Faith, Reason and Politics: Parsing the Pope’s Remarks.” L’autore è George Friedman, presidente dello Stratfor (Strategic Forecasting Inc.), un centro di analisi internazionali che Barron’s ha definito “The shadow CIA”). E David ha avuto la brillante idea di rendere disponibile sul suo blog un testo altrimenti destinato agli abbonati alla rivista online.

L’articolo di Friedman—autore, tra l’altro, di America’s Secret War—è piuttosto lungo, ma merita di essere letto per intero e con tutta l’attenzione che può meritare un’analisi molto dettagliata, sottile ma nel contempo estremamente concreta, attenta a non lasciare nulla di inesplorato tra ciò che potrebbe aiutare a comprendere una determinata situazione e il contesto geo-politico (e storico, socio-economico, culturale, ecc.) in cui essa è inserita.

Cito solo qualche brano, quanto basta a capire di cosa si tratta, dopodiché, ripeto, consiglio vivamente la lettura integrale dell’articolo.

Benedict’s words were purposely chosen. The quotation of Manuel II was not a one-liner, accidentally blurted out. The pope was giving a prepared lecture that he may have written himself — and if it was written for him, it was one that he carefully read. Moreover, each of the pope’s public utterances are thoughtfully reviewed by his staff, and there is no question that anyone who read this speech before it was delivered would recognize the explosive nature of discussing anything about Islam in the current climate. There is not one war going on in the world today, but a series of wars, some of them placing Catholics at risk.

It is true that Benedict was making reference to an obscure text, but that makes the remark all the more striking; even the pope had to work hard to come up with this dialogue. There are many other fine examples of the problem of reason and faith that he could have drawn from that did not involve Muslims, let alone one involving such an incendiary quote. But he chose this citation and, contrary to some media reports, it was not a short passage in the speech. It was about 15 percent of the full text and was the entry point to the rest of the lecture. Thus, this was a deliberate choice, not a slip of the tongue.

As a deliberate choice, the effect of these remarks could be anticipated. Even apart from the particular phrase, the text of the speech is a criticism of the practice of conversion by violence, with a particular emphasis on Islam.

Clearly, the pope intended to make the point that Islam is currently engaged in violence on behalf of religion, and that it is driven by a view of God that engenders such belief. Given Muslims’ protests (including some violent reactions) over cartoons that were printed in a Danish newspaper, the pope and his advisers certainly musthave been aware that the Muslim world would go ballistic over this. Benedict said what he said intentionally, and he was aware of the consequences. Subsequently, he has not apologized for what he said — only for any offense he might have caused. He has not retracted his statement.

Appurato quanto sopra, Friedman si chiede: Perché? E perché adesso? Le chiavi di lettura sono due. La prima è questa:

Benedict, whether he accepts Bush’s view or not, offered an intellectual foundation for Bush’s position. He drew a sharp distinction between Islam and Christianity and then tied Christianity to rationality — a move to overcome the tension between religion and science in the West. But he did not include Islam in that matrix. Given that there is a war on and that the pope recognizes Bush is on the defensive, not only in the war but also in domestic American politics, Benedict very likely weighed the impact of his words on the scale of war and U.S. politics. What he said certainly could be read as words of comfort for Bush. We cannot read Benedict’s mind on this, of course, but he seemed to provide some backing for Bush’s position.

Questa prima chiave di lettura, però, spiegherebbe soltanto il timing della lectio magistralis, per tutto il resto ne occorre una seconda, e stavolta non è più in gioco l’America di Bush, ma l’Europa …

  1. nullo
    21 settembre, 2006 alle 10:47

    dov’è il resto, la seconda chiave di lettura?

    per ora ci sta tutto, tranne una cosa: il pezzo di friedman in qualche modo giustifica la reazione scettica, e anche critica, e cmq la fredezza, delle sinistre alla parole del papa. nel senso che se il papa voleva ‘dare una mano’ a bush, allora certo che alcune sinistre (NYT, Guardian, non so in italia) gli danno giù… invece penso che la fredezza nei confronti del papa di una certa parte politica in queste settiamane sia un errore, e va al di la delle parole del papa. in breve, non è sul discorso del papa che dobbiamo concetrarci, perchè quello, inevitabilmente, divide; ma è invece sulla reazione di un certo islam che dobbiamo unirci, perchè nessuno, di alcuna parte politica, in occidente, può non riconoscere la minaccia rappresentata da quella reazione. e soprattutto, quella reazione, come dici bene, automatica, ha poco a che fare con le parole del papa, e allora perchè interrogarsi, dividendosi, sulle parole del papa, invece che sulla reazione?

    ciao,
    nullo

  2. eno
    21 settembre, 2006 alle 11:15

    Francamente mi pare un articolo brillante ed argomentato, ma un po’ superficiale. Il succo è: il papa ha detto ciò che ha detto coscientemente. Le parole presenti e quelle assenti erano scelte con cura per precisi scopi.
    In un certo senso è vero, ma allora perché l’articolista usa il termine “relativismo culturale” per chiosare il discorso? Questo termine giornalistico non compare nella precisa ed acuta lectio di Ratzinger, dove al più si parla di INCULTURAZIONE.
    Non è svarione da nulla.
    Questa semplice mossa ad inizio articolo sposta il senso della lectio dalla teologia e filosofia ad una sorta di cultural studies e geopolitica.
    Poi coerentemente con questa premessa non motivata, afferma che “ovviamente” il papa non poteva non sapere di fare un discorso politico. Ma ovvio per chi? Solo per chi già presuppone che il discorso fosse di politica culturale.
    Un discorso teologico con risvolti pastorali per sua natura esorta ad azioni pratiche, ma resta schietta teologia.
    Eppoi è chiaro che la citazione era centrale e ben cercata, ma centrale per il tipo di discorso a cui Ratzinger è abituato! P.e., si trova ancora in rete un suo bell’articolo, “I laici a scuola di Berlicche”.
    Ha uno schema preciso, che un mio conoscente sacerdote mi dice essere tipico di Ratzinger.
    Prende un paio di citazioni da( Lewis e da Eco ), le sfronda dalla parte del contesto che non è significativa, mostra come siano esemplificative di una questione e poi le sviscera ed analizza. Tutto qua.
    ciao, Eno!
    Ps: Continuo a leggere e ad apprezzare il blog, ma devo dire che blogspot mi dà non pochi problemi… è difficile commentare e visualizzare i commenti. I link funzionavano male, ma Splinder era più leggibile.

  3. Abr
    21 settembre, 2006 alle 15:18

    Il post aggiunge chiarezza alla già individuato (da te) chiave di lettura: quella del Papa era una intentional call to action, rivolta a tutto l’Occidente: chi creda che ragione e fede possano marciare unite, di fronte a un nemico molto “diverso” e oscurantista.
    Ciao, Abr
    ps.: avanti con blogger, che raramente ti lascia coi feed a terra come fa splinder ogni due per tre.

  4. ernie
    21 settembre, 2006 alle 15:29

    Ma di questa cosa sei al corrente? Vieni da me, vieni. Che al peggio non c’è mai fine.

  5. rob
    21 settembre, 2006 alle 15:56

    Nullo, il tuo ragionamento mi sembra molto sensato nella pars construens (“concentriamoci sulla reazione). La pars destruens, almeno a me, sembra meno essenziale: per arrivare all’esito che proponi occorre analizzare bene anche il discorso del Papa.

  6. rob
    21 settembre, 2006 alle 15:57

    Ernie, ho letto e commentato (davvero non c’è limite al peggio).

  7. rob
    21 settembre, 2006 alle 16:03

    Guarda, Eno, francamente a me sembra che, nella sostanza siamo d’accordo. Il taglio dell’analisi di Friedman è evidentemente, per semplificare, geo-politico. Una certa superficialità sotto il profilo teologico e filosofico è da mettere nel conto, ma, a mio avviso, da non addebitare all’autore come un capo d’imputazione. La riflessione va presa per quello che è, e in questo senso mi sembra eccellente.

  8. rob
    21 settembre, 2006 alle 16:07

    Grazie Abr. Su Splinder e Blogger siamo d’accordo: non ho pentimenti, non si poteva andare avanti così. E poi, ti dirò, cambiare pelle ogni tanto fa bene (non soltanto ai serpenti, esseri per altro tutt’altro che spregevoli e ingiustamente criminalizzati …).

  9. Anonymous
    21 settembre, 2006 alle 16:51

    Ciao Wind, ti rimando a qualche osservazione chèz Rollì

    Return

  10. rob
    21 settembre, 2006 alle 17:50

    Ciao, Return, vado a vedere e poi ti faccio sapere.

  11. Eno
    21 settembre, 2006 alle 18:23

    Caro Abr, in realtà intendevo proprio l’opposto. Un discorso pastorale per sua natura può ANCHE esortare all’azione fuori dagli spazi ecclesiali( non è quello però il nocciolo ) senza essere per questo una esortazione all’azione. Non bisogna farsi fuorviare dalle apparenze. Del resto spesso ha più efficacia politica un pontefice che non parla affatto di politica piuttosto che un papa “leader”.
    Invece no, Friedman insiste che il papa qui è politico, e che la curia ha pianificato tutto, compreso lo spazio di ritrattazione del pontefice e anche altro. Ma se la forma della allocuzione spesso implica questi tatticismi, non è per nulla lecito presupporli – è questo che fa Friedman – in un chiaro discorso pastorale, teologico e accademico( vedi sotto ).
    La lettura di Friedman non è semplicemente limitata ad una questione, ma infondata. In fondo lui vede quel che vuol vedere: osservazioni acute, ma non pertinenti.
    ciao e buona cena, Eno!

    “E’ a questo grande logos, a questa ampiezza della ragione che invitiamo al dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell’università.”( conclusione del discorso )

  12. rob
    21 settembre, 2006 alle 18:28

    Ho letto e risposto. per chi fosse interessato, il post commentato di Rolli è questo.

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