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Ma il Papa non si è scusato di niente

Torno sul tema di cui mi sono occupato di più in questi giorni per segnalare che Sandro Magister ha appena messo a disposizione dei lettori del suo sito l’articolo che ha scritto per L’espresso in edicola da oggi. Superfluo sottolineare che fa piacere constatare come quanto sostenuto finora su questo blog—e un po’ anche da Rolli (tra i commenti)—trovi un’ulteriore e autorevole conferma. Ecco un passaggio:

All’Angelus di domenica 17 settembre, ripreso in diretta anche dalla tv araba Al Jazeera, Benedetto XVI ha detto il suo “rammarico” per come la sua lezione è stata fraintesa. Ha detto di non condividere il passaggio da lui citato di Manuele II Paleologo, secondo il quale in ciò che di nuovo ha portato Maometto “troverai soltanto cose cattive e disumane, come la direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede”. Ma non si è scusato di niente, non ha ritrattato una sola riga. La lezione di Ratisbona non è stata per lui un esercizio accademico. Là non ha smesso le vesti del papa per parlare solo la lingua sofisticata del teologo, a un uditorio di soli specialisti. Il papa e il teologo in lui sono tutt’uno, per tutti. Il cardinale Camillo Ruini, che più di altri capi di Chiesa ha capito l’essenza di questo pontificato, ha detto lunedì 18 settembre al direttivo dei vescovi italiani che “le coordinate fondamentali” del messaggio che Benedetto XVI va proponendo alla Chiesa e al mondo sono in questi tre testi: l’enciclica “Deus Caritas Est”, il discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005 sull’interpretazione del Concilio Vaticano II e, ultima ma non meno importante, la “splendida” lezione di Ratisbona.
[I corsivi sono miei]

Nella stessa pagina del sito che ospita l’articolo si possono leggere anche altre cose interessanti, tra cui, naturalmente sulla stessa lunghezza d’onda di Magister, una nota di Pietro De Marco, esperto in geopolitica religiosa, professore all’Università di Firenze e alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale. Scrive tra l’altro De Marco:

Vi è un disegno di taglio inconfondibile nell’importante discorso di Benedetto XVI all’Università di Ratisbona. È la volontà del papa di non evitare la parte critica entro il suo rapporto dialogico con l’islam, ovvero entro quella stessa prospettiva che è stata anche definita impropriamente un “asse del sacro” cristiano-islamico. La profonda visione strategica di papa Benedetto sembra operare ad integrazione del magistero di Giovanni Paolo II, con le stesse caratteristiche di fermo discernimento sui temi della verità e della ragione che Joseph Ratzinger aveva esercitato, come prefetto della congregazione per la dottrina della fede, di fronte alle derive teologiche interne alla Chiesa.
[Anche in questo caso i corsivi sono miei]

  1. eno
    22 settembre, 2006 alle 13:25

    Non insisterò oltre, visto la tesi ha destato perplessità anche ad altri su rolli. Tuttavia, lasciando stare il lungo articolo di Magister in cui la frase corsivata ha un preciso senso nell’economia del testo, mi pare strano dire: per il papa non era un “esercizio accademico”. E nessuno lo contesta! Ovvio: è uno STILE accademico.
    Di solito “stile accademico” vuol dire parlare aulico per darsi tono.
    Non è che Ratzinger amasse riimmergersi nei ricordi del suo passato o volesse usare un tono più tornito e fine. Si rivolgeva all’università, luogo della ragione spassionata( in teoria… ): doveva essere chiaro e farsi capire mentre diceva cose di significato universale a particolari persone, e per queste cose non ha ragione di scusarsene.
    Il papa e il teologo erano la stessa persona, ma la gente a cui si rivolgeva- le persone che dovrebbero ricercare l’universalità della ragione – non sono identici all’esponente qualsiasi della cristianità o dell’intero genere umano. Esiste poi questo uomo “qualsiasi”, a cui si attagli un qualunque discorso?
    No, a seconda dell’interlocutore, diverso linguaggio. Nessuno sdoppiamento nel papa.
    E poi ti pare che un discorso in cui elogia la ricerca razionale fine a sé stessa, senza secondi fini, come metodo di dialogo Ratzinger lo usi per fini calcolati e ben “timed”? Se la tesi del sottile piano diplomatico fosse vera, il suo discorso sarebbe svuotato di senso e di credibilità.
    ciao, Eno

  2. woody
    22 settembre, 2006 alle 23:14

    Sono un lettore di media intelligenza e scarsa cultura, senza alcuna competenza teologica. Vorrei segnalare che, mentre ho grandemente apprezzato, pur con i miei limiti di comprensione, la lezione di Benedetto XVI, non sono riuscito purtroppo ad afferrare non dico la tesi complessiva, ma neppure il senso logico di ogni singolo passaggio del commentatore che mi precede. Temo di riuscire a comprendere, dunque, solo lo stile accademico, e questo mi rattrista. Saluti.

  3. rob
    23 settembre, 2006 alle 12:25

    WoodY, per prima cosa benvenuto tra i commentatori del blog. in secondo luogo, è un problema di “generi letterari” quello che sollevi.

    Purtroppo credo che neppure un post (come genere letterario, appunto) sia adeguato ad esrimere valutazioni su questioni di tipo teologico-filosofico. Figurati un commento. Il rischio è sempre quello dell’oscurità.

    Ciò nonostante il dialogo è sempre importante, ed è questo il motivo per il quale io resisto fieramente alla tentazione di fare a meno dei commenti sul mio blog, tentazione alla quale anche bloggers di prim’ordine hanno ceduto. Io li rispetto, ma non sono d’accordo. Abbiamo bisogno del dialogo. Senza di esso l’intelligenza muore.

    Comunque, neanche io ho capito bene il senso del commento di Eno, ed è per questo che non ho risposto, ma magari qualcun altro lo ha capito. Insomma, la tolleranza è una gran bella cosa. Non solo quella verso ciò che non corrisponde alle nostre opinioni, ma anche quella verso impostazioni di cui non afferriamo completamente il senso (con la scusante che, appunto, c’è un gap dovuto al “genere letterario” di cui stiamo parlando: il commento ai post. Ciao.

  4. woody
    23 settembre, 2006 alle 20:02

    Rob, se ti sembra che io sia stato intollerante verso il commento di Eno, chiedo scusa ad entrambi. Se ti sembra inoltre che io non sia entrato proprio in punta di piedi, per la prima volta, tra i commentatori del tuo blog, ti dò ragione, mi dispiace. Grazie della risposta, comunque.

  5. Eno
    23 settembre, 2006 alle 20:22

    Ammetto l’errore, incasso il colpo e riconosco lo stile misurato della tua risposta. Tanto più che quello che dici tu ora sui limiti dei mezzi di comunicazione e dei generi, lo ripeto spesso io ad altri e a me stesso nella vita fuori rete.
    Doppia mia colpa.
    La mia domanda resta questa: perché mai il papa avrebbe pronunciato per tattica politica un discorso che esorta le “culture” ad un pacato dialogo razionale senza secondi fini? Tatticismi e spassionatezza non vanno assieme.
    ciao, Eno

  6. rob
    23 settembre, 2006 alle 21:18

    Beh, che dire? Siete fantastici. E’ un piacere ospitare i vostri commenti. Ciao

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