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Prima di dire sì o no (per partito preso)

“Caro Presidente, scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese.”

Così cominciava la lettera aperta inviata al presidente della Repubblica da Piergiorgio Welby, affetto da una grave distrofia muscolare che lo tiene inchiodato ad un letto. Welby è co-presidente dell’associazione “Luca Coscioni” e le sue parole sono riuscite a riportare al centro dell’attenzione “quell’uno per mille di sepolto nella coscienza di tutti,” vale a dire il tema dell’eutanasia.

Il Giornale di oggi—che ha sposato la causa del «no» su tutta questa materia—ha in ogni caso il merito di proporre due letture molto interessanti. La prima si riferisce a un caso del tutto analogo a quello di Welby, con la differenza che stavolta non c’è alcuna richiesta tipo “vi prego, lasciatemi morire.” La seconda è un articolo di Rino Cammilleri che chiama in causa una ricerca, condotta su una paziente in stato di morte cerebrale, i cui risultati sono stati resi noti sul numero dell’8 settembre 2006 della rivista Science: praticamente alcuni ricercatori delle università di Cambridge e Liegi, coordinati dal neurologo Adrian Owen, hanno scoperto che

La donna, una ventitreenne inglese ridottasi in coma per un incidente stradale e poi rimasta in stato vegetativo permanente, grazie a un sofisticato sistema di scanner Mri (immagini per risonanza magnetica), ha mostrato di rispondere a stimoli verbali: «Nonostante la diagnosi di stato vegetativo, la paziente conservava la capacità di comprendere ordini parlati e di rispondere attraverso la sua attività cerebrale». Insomma, l’attività cerebrale di questa donna era uguale a quella di una persona normalmente cosciente.

Il che, chiaramente, cambia profondamente i termini della questione eutanasia (e non solo). E bisogna tenerne conto. Come, credo, dobbiamo tener conto di quanto emerge dalla prima lettura. Lascio volutamente fuori le solite dichiarazioni a favore o contro, infatti penso che, innanzitutto, valga la pena di considerare con scrupolo tutti gli aspetti del problema prima di dire alcunché. Così, magari, si riesce a tenere alto il livello del dibattito.

Categorie:bioetica
  1. occhiobuio
    25 settembre, 2006 alle 11:29

    Il problema, forse, è di capire sì o no a cosa. In questa discussione si mettono insieme cose così diverse fra loro da risultare sostanzialmente incomparabili. Spesso trattate come fossero la stessa cosa.

  2. alef
    25 settembre, 2006 alle 11:59

    Marco Cappato, sarebbe disposto a…

    http://alef.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1178103

    Santa vita, WRH!

    alef

  3. Abr
    25 settembre, 2006 alle 12:59

    La vedo come te.
    Anche perchè, a fronte di casi “facili” come quello Welby, poi ci si ritrova a dover gestire casi un filop iù complicati come quello che citi tu, o alla Terry Schiavo.

    D’altro canto, se molti cattolici “più realisti del re”, ricordassero ogni tanto che la Chiesa è assolutamente CONTRARIA all’accanimento terapeutico, mi pare che di spazi per un dialogo proficuo ce ne protrebbero essere.
    Solo che ultimamente i talebani abbondano, su tutti i fronti …
    ciao, Abr

  4. mauro
    25 settembre, 2006 alle 13:43

    Ma davvero Napolitano ha detto questa cosa:

    «Raccolgo il suo messaggio di tragica sofferenza con sincera comprensione e solidarietà. Esso può rappresentare un’occasione di non frettolosa riflessione su situazioni e temi di particolare complessità sul piano etico che richiedono un confronto sensibile e approfondito, qualunque possa essere in definitiva la conclusione approvata dai più».

    ???
    Si rende conto delle potenziali conseguenze di quello che dice?

  5. rob
    25 settembre, 2006 alle 19:11

    Interessante, Alef.

    Infatti, Abr, credo che sia spazio per un dialogo.

    Occhiobuio, dicutere serve anche a capire “sì o no a cosa.”

    Mauro, il Presidente ha evidentemente un punto di vista “pragmatico” …

  6. Andrea
    25 settembre, 2006 alle 22:10

    Ciao.. una cosa veloce, poi magari ne riparleremo più in dettaglio..
    Non conosco la tua formazione culturale ne la tua preparazione, ma sei caduto in un tranello del giornale che hai citato. C’è grossa differenza fra morte cerebrale e stato vegetativo permanente! Ti prego, se conosci qualche medico, magari anestesista, fattelo spiegare. Dico sul serio. perchè se si continua a discutere e a confrontarsi senza essersi documentati, non serve a nulla. ok?
    T consiglio anche la lettura di un libro della fondazione Veronesi:”Testamento Biologico”, ed.IlSole24ore. A presto.

  7. John Christian Falkenberg
    26 settembre, 2006 alle 6:52

    COmplimenti per ilpost, estremamente equilibrato.
    Credo vi siano due questioni in una, da affrontare separatamente.
    La prima riguarda il diritto di porre termine alla propria vita, in determinati casi.
    La seconda e’ come decidere in quali casi la persona abbia di fatto cessato di esistere.
    Il primo quesito e’ di natura filosofica e dal mio punto di vista dipende dalla sensibilita’ e dall’autonomia della persona; tuttavia comprendo la necessita’ di un dibattito, almeno riguardo ai risvolti sul piano del diritto che implicano le diverse posizioni.
    Il secondo lo debbo lasciare ai medici.

  8. ernie
    26 settembre, 2006 alle 8:06

    Farò outing così mi spiego meglio anche se, come al solito, su casi di questa portata non ho le idee molto chiare. Mia zia, donna ancora giovane, ha la Sclerosi Laterale Amiotrofica, stessa devastante patologia che ha portato ad una morte atroce Luca Coscioni e non solo lui. Quando su una famiglia si abbatte una catastrofe del genere tutto cambia e cambia in modo così radicale che la vita, e quel che ne resta, assume contorni nemmeno lontanamente immaginabili. Che vuoi che ti dica? E’ vero che un paese “civile” deve affrontare situazioni del genere e lo dovrebbe fare col giusto equilibrio tra determinazione, rispetto, delicatezza che si conviene a chi, su queste cose, profumatamente pagato, dovrebbe ragionare un pò più di noi, un pò meglio di noi. Certo che mettere daccordo le mille teste che dalla mattina alla sera, in genere, sono abituate a legiferare sull’oliva DOP di Ascoli Piceno o sulla bontà della riduzione del cuneo fiscale, è una gara dura. Hai voglia te a commissioni di bioetica, scienziati, teologi e compagnia cantante. La politica distruggerà sempre ogni minimo sforzo, ogni minimo impegno di chi su queste cose libererà un soffio in buona fede. Non ho fiducia. Nello stesso modo mi turba la leggerezza con la quale, in certi paesi, il problema è stato risolto con la stessa nonchalance con la quale si delibera per cose di tutti i giorni. Rispetto i pareri laici e commossi sulla vicenda di Welby, come rispetto il parere cattolico e ugualmente commosso di ogni credente, sia esso il cardinale Tonini o il Papa o la donnina che snocciola il rosario tutte le mattine. L’equilibrio auspicabile che potrebbe tradurre i dubbi e le sensibilità in una legge adeguata non esiste, temo. Siamo tutti faziosi, facciamo tutti il tifo per qualcosa. E quindi diventa tutto complicato: senza una legge siamo nella barbarie, così come una legge partorita non per andare incontro al problema, ma per “accontentare” tutti, sarà (e molte lo sono) una barbarie. E poi è un pò come quando si parla della pena di morte. Un conto è quello che farebbe un singolo, un conto è quello che deve fare uno Stato. Tutti quelli che in genere sono per la pena di morte sono contro l’eutanasia e viceversa. E non è strano che ciò scricchioli, anzi non fa una piega. Se non si può togliere una vita non la si può togliere mai, verrebbe da dire. Io sono contrario alla pena di morte, in qualsiasi caso. L’ho imparato, se non altro, dal Decalogo 5 del mio amato Kieslowskj. Però se qualcuno fa male ai miei figli, prendo la Taurus 357 magnum che tengo in casa e lo faccio secco, puoi contarci. Se mia zia mi chiedesse di aiutarla a morire, penso che se ne avessi il coraggio lo farei. Quindi, come vedi, è solo caos. Ed è crudele chiedere ad una persona in buonafede cosa ne pensa di questi casini. Non c’è risposta. Eppure una risposta va data. Ecco, io non la so. Forse è tutto qui. Ho visto, un pò di tempo fa, tre film davvero belli sul caso in questione: Million Dollar Baby, Mare Dentro e Le Invasioni Barbariche. Alla fine ti viene voglia di stare dalla parte di chi una legge, che preveda diritto e dignità per questi poveri sfortunati, la deve fare. Però in tutti e tre i film l’eutanasia la procura la persona che ama di più quello che se ne deve andare. Non è semplice, non lo è per niente.

  9. mauro
    26 settembre, 2006 alle 8:57

    Ernie, non scambiare i film (costruiti con un preciso scopo) per la vita reale.

    Sul caso di tua zia io non ho molto da dirti (se non che vi sono vicino nella preghiera), ma forse Cesare vi saprà dare qualche consiglio utile.
    Ci trovi anche un cortometraggio che ha vinto il David di Donatello 2006.

    In quanto a Veronesi, caro Andrea, mi pare il primo che non è interessato a “confrontarsi”, coltivando un approccio demagogico, che lo porta a conclusioni ridicole.

    E sul “testamento biologico” bisogna fare un po’ di chiarezza.

  10. inyqua
    26 settembre, 2006 alle 11:37

    Ho letto con attenzione, oltre al tuo post, anche l’articolo su Science ed anche i commentary all’articolo stesso. Da medico che dirti? E’ un unico caso osservato. La metodica usata (molto specialistica e conseguentemnete assai poco diffusa) è ancora ad uno stadio sperimentale. Senz’altro il tutto è molto suggestivo. Ma l’esistenza del processo mentale in sè, anzi, l’attivazione di certe strutture a specifici stimoli è davvero indice di ‘vita’? Come si legge in un articolo correlato a quello dello studio di Owen, ‘If this patient is actually conscious, why wouldn’t she be able to engage in intentional motor acts, given that she had not suffered functional or structural lesion of the motor pathways?’. Direi che ancora una volta più che ad una risposta siamo davanti (come è giusto in medicina) ad una serie di ulteriori domande a catena, che, indubbiamente, consigliano cautela.

  11. holdenC
    26 settembre, 2006 alle 12:06

    la sonda nella trachea di welby, che soffia aria al suo cuore, e che consente al suo corpo di continuare a vivere (e senza la quale il suo corpo sarebbe morto), è accanimento terapeutico?
    sì? no? forse?
    ci rendiamo conto di quanto sia complicato parlare di queste cose?
    fai bene roberto a restare in superificie. Che il volantinaggio ideologico tanto non tarda ad arrivare, laico o cattolico che sia.

  12. Chris
    26 settembre, 2006 alle 13:46

    E’ un problema veramente delicato. Ma che però amio parere non i dovrebbe neanche porre. Il solo fatto che la vita è stata donata da Dio dovrebbe togliere ogni dubbio al proposito. Questo è il problema: Lo vogliamo incontrare Cristo o no? E’ tutto li. Abbiamo una grande testimonianza proprio di Benedetto XVI in questi giorni, siamo relativisti o uniamo la ragione alla fede? E’ incredibile se ci pensi come questo tema tocchi in maniera profonda il tema dell’eutanasia.
    Allora si saprebbe perfettamente il confine in cui deve passare l’accanimento terapautico o meno. Come al solito forse le cose sono semplice, ma il nostro orgoglio e il nostro egoismo non c’è le fanno vedere.

  13. holdenC
    26 settembre, 2006 alle 16:28

    chris, da cattolico trovo toccante e veritiero quello che dici. solo che le legislazioni non si fanno sulla base di convincimenti religiosi, considerato che regolano i comportamenti anche di chi quei convincimenti non li condivide.
    il valore della vita umana, però, trascende la sfera religiosa e ha una sua valenza laica che nno può essere negata. Solo che qui il tema ingloba una serie tale di situazioni border line per cui i sì e i no “per partito preso” come scrive il nostro ospite lasciano sempre il tempo che trovano.

  14. rob
    26 settembre, 2006 alle 17:48

    Purtroppo oggi ero di corsa, per cui solo adesso posso esprimere un grazie sentito a tutti per i commenti precedenti. Sono sulla stessa lunghezza d’onda di Ernie, che ha detto cose che fanno riflettere su tutto ciò che complica il problema, ostacola le possibili (ancorché difficilissime) soluzioni del medesimo, vanifica (molto spesso) gli sforzi di mantenere un atteggiamento equilibrato e intellettualmente oneste, ecc. Anche Inyqua e HoldenC, a mio avviso, hanno centrato il punto: non potrei essere più d’accordo di come lo sono con loro circa il sacrosanto appello alla prudenza e all’umiltà di fronte a una materia come questa.

    Ad Andrea vorrei dire che la mia citazione si riferiva essenzialmente al caso riportato da Camilleri, non alle sue considerazioni personali, che, si può convenire, non sono il massimo della precisione e della puntualità. Ma io ho voluto cogliere l’aspetto provocatorio della sua uscita (che non ho esaltato: ho solo detto che un supplemento di riflessione non fa male): talune “certezze scientifiche” sono un po’ meno certe di quel che si pensava. A me questo non sembra secondario, visto che un mucchio di gente sbandiera continuamente la propria fede (a volte persino un po’ talebana, se mi consente) in una Scienza pressoché infallibile, insindacabile, cui lasciare doverosamente l’ultima parola e, magari, anche la prima. Credo che certe indagini (scientifiche!) possano cambiare di molto i termini delle questioni sul tappeto. Non che sibedda credere per fede neppure a queste ultime …, ma almeno discutiamone, teniamone conto, che diamine!

    A Chris, da credente, dico che il suo approccio, a livello personale, è simile al mio, ma … ai non credenti non si può chiedere di “allinearsi” alle posizioni dei cattolici, a meno di non riuscire a convincerli che, l’opposizione all’eutanasia ha anche solide basi razionali. La sfida è questa. Se ci si limita a ricorrere all’argomento che la vita è un dono di Dio e quindi non è un “bene disponibile,” i non credenti hanno buon gioco a rispondere che siccome per loro Dio non esiste il Fondamento cui si fa riferimento viene automaticamente a cadere. Del resto non pochi atei si dicono contrari all’eutanasia (il che mi stupisce meno di qualche cattolico che invece si dichiara a favore). Segno che quel muro ha qualche crepa. In ogni caso, per le ragioni ricordate sopra, una persuasione razionale è un compito decisamente non facile.

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