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Homeschooling & Americanate

Riprendo il discorso iniziato nel post precedente per qualche chiarimento.

Innanzitutto segnalo, in italiano, questo articolo di Repubblica (del 4 marzo 2006) piuttosto ricco di informazioni e un’intervista (moderatamente a favore) a don Robert Sirico, presidente dell’ Acton Institute.

Dell’articolo di Repubblica riporto qui solo ciò che mi sembra assolutamente indispensabile:

Perché, potremmo chiederci, i genitori decidono di far rimanere i propri figli a casa? Le risposte sono diverse. Per il 31% dei genitori iscritti all’Hslda [la Home School Legal Defense Association] si tratta di un modo per evitare che i bambini entrino in contatto con droga, bullismo, parolacce e volgarità. Il 30%, invece, preferisce optare per una ferrea educazione morale e religiosa da impartire all’interno delle mura domestiche, mentre il 16% si è detto insoddisfatto degli standard d’insegnamento nelle scuole locali frequentate dai propri figli. Tra le altre motivazioni, anche la possibilità di permettere ai bambini di esplorare il mondo, sviluppare l’immaginazione e competenze da poter sfruttare negli anni successivi oppure quella di averli sempre vicini, a casa, e non perdere i loro anni più belli.
Le statistiche, inoltre, spiegano che la famiglia-tipo che decide di educare i propri figli a casa è bianca e medio borghese, ma la “moda” si sta diffondendo anche tra le famiglie di colore e di origini ispaniche. Il sistema, inoltre, è attuato dalla maggior parte delle famiglie dei nativi americani. “Non sono mai stata soddisfatta dell’idea di
un’istruzione istituzionalizzata e uguale per tutti – spiega Isabel Lyman, autrice del best-seller “Homeschooling revolution”, manuale indispensabile per i genitori che vogliono intraprendere questa strada – perché con i piani scolastici non si può fare di tutta l’erba un fascio: è come se vestissimo i nostri ragazzi con magliette tutte della stessa misura. Le scuole – prosegue – tolgono ai ragazzi tutta la gioia dell’apprendimento, e non prendono in considerazione gli interessi specifici di ogni studente, i loro bisogni e i loro percorsi. Il sistema intero dell’educazione pubblica è contro gli studenti”.

Appurato quanto sopra, per un minimo di informazione, aggiungo qualche (frettolosa) considerazione personale.

Le mie riserve sul homeschooling sono, devo dire, piuttosto pesanti. Non perché sottovaluti il ruolo dei genitori nell’educazione dei figli. Se così fosse non avrei capito niente di cosa è la formazione dei giovani. Il punto, allora, non è questo, quanto piuttosto il fatto che la scuola non è sostituibile.

Scuola non vuol dire insegnanti (con le loro idee, giuste o sbagliate, i loro pregi e limiti), strutture (efficienti o carenti), programmi e libri di testo (adeguati o lacunosi, “ideologici” o rispettosi dei vari orientamenti politici, filosofici, religiosi, ecc.), studenti (bene educati o “assatanati”), fatica, impegno, “metodo di studio” e così via. Scuola è tutto questo insieme, ben mescolato, e qualcosa di più, qualcosa di indefinito, forse misterioso: un ambiente di apprendimento, un clima, che non può essere ricostruito altrove.

Scuola è una squadra di ragazze e ragazzi che imparano, che dicono parolacce, che scoprono la vita, che si divertono e si annoiano insieme, in un posto in cui trascorrono una quota della loro esistenza condividendo tutto, o quasi, con dei loro coetanei, imparando, tra l’altro, a conoscere il mondo degli adulti dai loro insegnanti (ma anche dai presidi, dai bidelli e dal personale di segreteria), di cui—in maniera graduale e relativamente soft—possono scoprire punti di forza e debolezze (il che risparmierà loro, più avanti, amare sorprese o comunque quei clamorosi errori di valutazione in cui incorrono tutti coloro i quali conoscono il mondo soltanto per sentito dire, magari con il filtro di una famiglia particolarmente “protettiva” e refrattaria al confronto con la realtà esterna).

Dire «scuola», a mio parere, è come dire «teatro»: quando si abbassano le luci sulla platea e il rumore cede il posto al silenzio, ecco che prende vita una rappresentazione che nessuna lettura domestica dei testi può surrogare, nessuna registrazione televisiva o cinematografica. Lo spettacolo è qui ed ora, e si nutre di ogni respiro di coloro che sono sul palco o in platea, della luce che emana da quegli sguardi puntati verso il palcoscenico. Avete mai fatto caso? Quando gli attori sentono il pubblico e viceversa, allora lo spettacolo decolla, diventa una cosa grandiosa e inspiegabile, una magia travolgente: un attimo equivale a un anno intero. La tragedia è quando questo non accade …

Così nella scuola: non sempre la magia si realizza, ma quando questo accade, lì c’è un salto, lì qualsiasi gap può essere colmato. Puoi non aver capito niente per sei mesi, e in istante ti trovi avanti di dodici, un passo che equivale all’intera corsa.

Pur rispettando—e in qualche misura comprendendo—le motivazioni dei genitori che fanno quel tipo di scelta, penso che inunciare a tutto questo significhi non avere un’idea sufficientemente precisa di cosa significa essere bambini, ragazzi, giovani, non aver capito assolutamente nulla di cosa sia la cultura: non un insieme di nozioni, non il nome latino dell’orrendo insetto morto di cui parla Robert Sirico. Da quell’inguaribile filo-americano che sono, lasciatemi dire, per una volta, che queste storie sono vere e proprie «americanate».

Categorie:america, religione, scuola
  1. liapunov
    3 ottobre, 2006 alle 14:51

    Credo di aver afferrato quanto dici, ed è un’idea molto interessante. Anche perché, se poi volessimo metterci da un punto di vista cattolico (sturziano e de gasperiano, magari) la vita comunitaria è potenzialmente un aiuto enorme alla crescita personale. ANche per questo credo che nessun prete farà mai una grande lotta per l’home schooling.
    Credi però sia per questo che alla famiglia tal dei tali tedesca è stato dato torto? Per questa concezione? Io credo invece che in europa circoli una versione di educazione che è diametralmente opposta all’homeschooling, ma non per questo meno deficitaria, che consiste nell’appiattimento ad una pretesa educazione di Stato, visto come il soggetto in grado di ricomporre tutti i particolari.
    In questa visione, non olo l’homeschooling da deep america, ma neanche la scuola non statle trova posto comodo.

  2. rob
    3 ottobre, 2006 alle 15:46

    Penso che nella decisione della Corte Europea abbia gicato un ruolo anche quella attitude of mind di cui tu parli, quella, per capirci, che non ha voluto alcun riferimento, nella Costituzione Europea, alle «radici cristiane».

    Del resto, un compito delle persone ragionevoli, oggi, è quello di incamminarsi sullo stretto sentiero di montagna che lambisce due baratri belli grandi: a sinistra un laicismo un po’ becero, “burocratico” e intellettualmente pigro, e a destra tentazioni vagamente o palesemente fondamentalistiche, nutrite non certo dalla saggezza bimillenaria della Chiesa cattolica, ma dall’entusiasmo un po’ facilone e culturalmente povero di certi ambienti teocon d’oltreoceano. Quelli che, ad esempio, riescono a mescolare la Bibbia con gli affari con una tale disinvoltura che uno resta senza parole … anzi no: “Viva il Papa!” 😉

  3. holdenC
    3 ottobre, 2006 alle 20:43

    le mie annunciate meditazioni solitarie sul tema (sviluppate nel traffico del rientro a casa) mi avevano portato a considerazioni analoghe.
    common sense, I suppose

  4. ed
    20 aprile, 2009 alle 9:16

    ma meglio educare che distruggere, il primo sarebbe homeschooling il secondo la scuola

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