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Giddens, la Finanziaria e la rana

Lord Anthony Giddens—una vecchia conoscenza per i lettori di questo blog, il che, a parte un link che non costa nulla, mi esime dalle presentazioni—è ironico quando, parlando di Finanziaria con un giornalista del Corriere della Sera, richiama una similitudine un tantino imbarazzante per l’Italia, dovuta alla fantasia di un giornalista francese:

«c’è una rana che se ne sta tranquilla nel suo stagno: la temperatura dell’acqua cresce a poco a poco ma lei non se ne rende conto. Finché, quando se ne accorge, è troppo tardi. Ormai è bollita.»

La rana è l’Italia, of course. Ma il celebre sociologo, probabilmente, se la gode un mondo a far dare all’Italia della rana nientemeno che da un francese, cioè da un signore che un anglo-sassone poco garbato, e in un momento topico, chiamerebbe senz’altro “frog” (rana, appunto), per via di un’opinabile abitudine culinaria dei transalpini e, soprattutto, dell’effetto che il sound della lingua di Molière produce nelle orecchie dei figli d’Albione. Fatto sta che, stavolta per colpa di Prodi e di Padoa-Schioppa, ci tocca beccarci questo simpatico, ma alquanto irriverente, complimento da un forestiero, oltretutto prestigioso.

Purtroppo, però, Lord Giddens ha ragione su tutto il fronte. Ed è solo per questo che, obtorto collo, riproduco qui di seguito ampi stralci dell’intervista che Gian Guido Vecchi, in quel di Como, ha strappato al professore britannico, ospite della Fondazione Antonio Ratti. Per ragioni di chiarezza e brevità ho riportato solo le risposte aggiungendo dei titoli. Qui, comunque, c’è la versione integrale (per chi sopporta il formato).

Una Finanziaria senza riforme

«Guardi, io appoggio di sicuro alcune riforme che il governo ha cercato di introdurre alcuni mesi fa con il ministro Bersani, perché in Italia è necessario liberalizzare il mercato e soprattutto il mercato del lavoro. Se la Finanziaria non contribuirà alle riforme strutturali di cui parlavo, certo c’è da chiedersi che senso ha. Probabilmente l’Italia ha un tasso di crescita più alto di quanto si pensi. E questo può aver spinto il governo a ritardare parte delle riforme. Il che non è necessariamente una cosa positiva, anzi. Del resto è noto come in Italia non sia facile introdurre riforme. Questo è l’unico Paese che io conosca nel quale un uomo, Marco Biagi, è stato ucciso perché aveva tentato di introdurre una riforma del mercato del lavoro.»

I riformisti sconfitti dal «partito delle tasse»

«Il problema non è la leva fiscale in sé, ma come la si usa: dipende da che tipo di tasse si introducono e cosa si farà con gli introiti. Con il governo laburista, per dire, si è visto che sono serviti a sviluppare politiche sociali.»

«Se è per il livello, la situazione non è troppo differente dalla Gran Bretagna, dove le tasse cominciano ad aumentare intorno alle 30 mila sterline. E in Italia sono le classi meno abbienti ad essere colpite in particolare dalla tassazione: anche qui, però, si tratta di vedere come vengono utilizzati i benefici, i “crediti” fiscali. La differenza sostanziale, piuttosto, è che da noi si è puntato alla creazione di nuovi posti di lavoro.»

«Il problema è che in Italia ci sia un mercato del lavoro diviso tra chi è protetto e chi non ha alcuna sicurezza. Questa non è giustizia sociale: superare tale divisione significa garantire l’equità e incrementare l’economia, come è accaduto nei paesi scandinavi. E poi c’è il mercato informale, sommerso, il che naturalmente significa tanti evasori.»

Padoa-Schioppa si è stupito delle reazioni dei «ricchi» …

«Credo che “ricco” sia il termine sbagliato, in effetti. E comunque bisogna stare molto attenti con queste definizioni, perché si riferiscono a persone singole, non a nuclei familiari: l’ineguaglianza non deve mai essere valutata considerando l’individuo, ma il contesto.»

Il Partito democratico

«Ora non vedo come questa F. possa risolvere i due problemi principali: la scarsa produttività e l’occupazione. C’è una tesi che può unire i partiti del centrosinistra italiano: senza riforme del mercato del lavoro e un aumento della produttività non ci sarà una vera giustizia sociale né crescita del Paese. Si tratta di mettere a punto un programma comune intorno a queste idee.»

…..

P.S.: Un blog sull’economia italiana, Italian Economy Watch, tenuto da Edward, un britannico che vive a Barcelona, mi sembra una risorsa da tenere particolarmente d’occhio in questo momento. Soprattutto perché (ieri) ha ripreso e commentato l’articolo dell’Economist che qui si era segnalato. Oggi, inoltre, ha scritto un altro post sulla Finanziaria.

Categorie:economia
  1. Anonymous
    22 ottobre, 2006 alle 17:52
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