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In nome del Tibet

Miss Tibet (Foto Reuters) “Ho una grossa responsabilità, essere Miss Tibet non è facile.” Così ha parlato—come Reuters informa—la 21enne Tsering Chungtak,

mentre i fuochi di artificio ieri sera illuminavano il cielo su McLeodganj, casa del Dalai Lama e di migliaia di rifugiati tibetani. “Devo rappresentare il mio paese a livello internazionale”. E Chungtak non ha perso tempo, facendo appello per il rilascio di Gedhun Choekyi Nyina, che si pensa sia agli arresti domiciliari da parte dei cinesi dal 1985, quando aveva sei anni, tre giorni dopo che il Dalai Lama lo ha riconosciuto come la reincarnazione del secondo leader religioso tibetano più importante, il Panchen Lama.

Certo che il Tibet dimostra un certo talento nel farsi rappresentare: il sorriso del Dalai Lama, la sua ironia, la sua leggendaria (e contagiosa) risata, ed ora questa splendida fanciulla …

Eppure, a giudicare dai risultati, non si direbbe che le strategie di comunicazione prescelte siano le più efficaci. Vecchia polemica, d’accordo, che personalmente non vorrei contribuire ad alimentare: io sto col Dalai Lama, lo capisco e approvo il suo approccio “soft” alla questione tibetana, così come, dopo averla vista, trovo che anche Tsering non è male come “rapresentante a livello internazionale” del suo Paese.

Dicevo dei risultati, comunque, ed ecco questa notizia, riportata oggi, in italiano, solo da L’Opinione (in inglese ne riferisce la Reuters):

Sono 7 e non 2 le vittime dell’eccidio del Nagpa. Il 30 settembre scorso, la polizia cinese ha aperto il fuoco, senza preavviso e ad alzo zero, contro un gruppo di circa 70 profughi tibetani che stavano cercando di fuggire dal “paradiso” cinese attraverso il valico di Nagpa, a 5000 metri di quota, ad Ovest del Monte Everest, sul confine tra Repubblica Popolare Cinese e Nepal. Solo 40 tibetani sono riusciti a fuggire, salvi, nel Nepal. A quanto pare questi metodi da Cortina di Ferro non sono un’eccezione per chi vive lungo le frontiere cinesi, anche se non se ne parla praticamente mai. Ma questa volta il massacro non è passato sotto silenzio: una sessantina di alpinisti che stavano scalando il monte Cho Oyu hanno assistito all’eccidio dal Campo Base Avanzato. Il numero esatto delle vittime è stato confermato dal lama Tsering, un monaco buddista indiano, all’agenzia Asia News. Fra i caduti vi sono anche una monaca e un bambino.


E’ il genere di notizia che a Sua Santità deve togliere almeno un po’ del suo buonumore, ma certo non tanto da farlo deviare di un millimetro dalla sua Middle Way. Tra l’altro, Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, a Roma nei giorni scorsi per ricevere dal rettore dell’Università Roma Tre, Guido Fagiani, la laurea honoris causa in biologia, ha ribadito la sua visione del problema:

«La nostra lotta è basata su una rigorosa non violenza e sul pensiero compassionevole, per questo tendiamo a minimizzare i sentimenti negativi nei confronti dei cinesi. Un mio vecchio amico che ha trascorso 18 anni nei gulag cinesi è venuto da me e mi ha detto di aver visto poche occasioni di pericolo. Tra queste, gli ho chiesto, quali? E lui: ‘Il rischio di perdere la compassione verso i cinesi’. Vedete, il fondamento del nostro pensiero è di considerarli fratelli, anche se continuano a fare male al nostro popolo, questo è il puro significato della non violenza. Noi i problemi con la Cina vogliamo risolverli, ma per fare questo la Cina ci deve dare autonomia, dobbiamo poter preservare la nostra cultura e la nostra lingua. Se la Cina vuole essere una superpotenza rispettata a livello mondiale, basta con le mistificazioni della realtà, gli attacchi alla libertà personale e alla libertà di stampa: la Cina dev’essere ragionevole. E non riusciamo a capire perché, a queste nostre domande, la Cina non risponde in maniera favorevole.»

A Roma, ad ogni modo, come informa l’ampio resoconto dato da la Repubblica della “lezione magistrale” del Dalai Lama, si sono ascoltate anche parole come queste, su un paio di questioni non meno interessanti:

«La didattica moderna si concentra molto sulla conoscenza, sul cervello, ma trascura l’aspetto etico-morale. Per questo mi sento di lanciare un appello: pensiamo di più, insieme alla parte scientifica, a promuovere l’etica e il cuore. Solo attraverso questa via si può vedere più chiaramente la realtà. Per questo serve una mente più compassionevole, più calma e con più empatia, elementi fondamentali per una vita felice.»
[…]
«Non tutti i problemi del male possono essere risolti con la tradizione tibetana. Per questo ai giovani italiani dico: dovete trovare la risposta ai vostri problemi secondo la vostra tradizione. Cercare altrove non serve.»

Quel cercare altrove non serve è magnifico. Lo dico proprio perché voglio bene al Tibet e al suo vecchio Capo Sorridente.

Categorie:religione, tibet
  1. avy
    17 ottobre, 2006 alle 13:40

    caro windrose, come sai anch’io mi sento, fra la cina e il dalai lama, dalla parte del dalai lama. non capisco solo perché si ostini a parlare di lotta nonviolenta, quando mi pare che pratichi solo il dialogo coi sordi.

    la nonviolenza è azione, non sorrisi e speranze.

  2. rob
    17 ottobre, 2006 alle 14:19

    Capisco perfettamente il tuo punto di vista, avanzo però un dubbio: non è per caso che la non-violenza nel senso classico e gandhiano fu possibile soltanto perché l’avversario era la civile e liberale Gran Bretagna anzichè l’orrida dittatura comunista della Repubblca Popolare Cinese? (In altre parole: quelli ti fanno secco appena fai un fiato …).

  3. avy
    17 ottobre, 2006 alle 14:51

    caro rob, “il successo” fu possibile, ma non dimentichiamo che anche la civile e liberale gran bretagna si sporcò le mani di sangue massacrando innocenti, e non esitò a sbattere e risbattere il mahatma per anni in diverse occasioni… la nonviolenza si valuta dal mezzo e dal fine, non dall’esito.

    il dalai lama parte di “lotta” ma io non ricordo una sola battaglia, una sola iniziativa precisa partita da lui.

    non che mi aspettasi una disobbedienza civile rischiando la seccatura, ma un digiuno mondiale con milioni di partecipanti (tibetani, buddisti, amici e simpatizzanti) per chiedere una risoluzione delle nazioni unite, o qualche satyagraha a titolo personale sarebbe il minimo per farsi testimonial di nonviolenza (intendendo per nonviolenza non il contrario della violenza, ma un’alternattttiva ad essa).

  4. rob
    17 ottobre, 2006 alle 15:07

    Mah, caro Avy, probabilmente hai ragione, temo soltanto che ai cinesi un digiuno di massa non farebbe né caldo né freddo …

    Certo, la G.B. si sporcò le mani, ma, se così si può dire, con un minimo (solo un minimo) di pudore e con qualche cautela, perché doveva pur sempre rispondere ad un’opinione pubblica interna (e internazionale) che non era disposta ad accettare qualsasi cosa.

    Ai comunisti cinesi, invece, credo che dell’opinione del mondo importi molto ma molto relativamente, e di quella interna (quel poco che può esserci in un regime siffatto) meno di zero.

    Ciò non toglie, ripeto, che forse sarebbe il caso di osare un po’ di più, politicamente parlando. Ma cerdo che ci sia un ostacolo in più rispetto al Mahatma: lui era un induista poco orotodosso, Tenzin Gyatso è un buddista tibetano ovviamente più che ortodosso. Il che forse significa che la percezione dell’altro come “fratello” gli è fatale quando si tratta di lottare. Ma non pretendo di avere ragione su questo: faccio solo un’ipotesi. Ciao

  5. avy
    17 ottobre, 2006 alle 15:27

    caro rob, sia chiaro, la questione dalai lama/nonviolenza mi appassiona e tormenta non solo per la sorte dei tibetani, ma per la reputazione del concetto di nonviolenza in un momento in cui la violenza è hip in oriente e pop nelle nostre scuole.

    eccheccribbio, il mondo ha bisogno di idee e di azioni nonviolente, non d’inerzia.

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