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Venezia? "Tu ne stupisci …"

Personalmente, sul piano intellettuale, ho grande stima del sindaco filosofo di Venezia, Massimo Cacciari. Sul piano politico penso che abbia avuto parecchie buone ispirazioni e che, comunque, se lui fosse “rappresentativo” della sinistra italiana, non sarebbe certo una disgrazia, tutt’altro. Dal punto di vista amministrativo non saprei, non vivendo a Venezia e non essendo incline a basarmi sul sentito dire per farmi delle opinioni. Premesso questo, come tanti, sono perplesso sulla propensione manifestata dal sindaco a fermare i lavori del Mose per valutare soluzioni diverse.

Sul Gazzettino di oggi c’è una lettera del governatore del Veneto, che polemizza duramente con Cacciari, ma si lascia andare anche a reminiscenze letterarie di tutto rispetto, come questa citazione petrarchesca:

«Tu ne stupisci, e chiedi come ciò sia possibile nel grande e davvero incomparabile splendore di questa vastissima città.»

La lettera si conclude con un’altra citazione, stavolta più prosaica, ma non per questo meno degna di attenzione: l’ultimo numero del Giornale dell’Arte. Eccola qua:

Mose o non Mose? Questa è la polemica che da vent’anni ha messo quasi in stallo la politica per la salvaguardia di Venezia. Gli scienziati, però, si sono quasi tutti schierati per un sistema di dighe mobili; lo sappiamo perché nel 2003 nell’Università di Cambridge ci fu un convegno di tre giorni, frutto di due anni di studio, finanziati dal Venice in Peril Fund, che esaminò tutte le ricerche condotte dal 1966 sull’alluvione di Venezia, le sue cause e le possibili cure. Un convegno serio, dunque, a cui parteciparono 130 scienziati tra Italia, Paesi Bassi, San Pietroburgo, Boston, Londra, New Orleans e altrove. Nessuno di loro pensava che Venezia potesse essere protetta senza le dighe.

Ora, visto che dopo tutto non si tratta di scegliere tra Giancarlo Galan e Massimo Cacciari, ma tra due “filosofie amministrative,” io non ho alcuna difficoltà ad accogliere quella che vorrebbe far proseguire i lavori, che poi è anche l’idea di dello storico Gherardo Ortalli e dell’economista bocconiano Francesco Giavazzi. Raccomanderei, a tal riguardo, la lettura dell’editoriale pubblicato sul Corriere di ieri, a firma di Giavazzi appunto, il quale cita abbondantemente Ortalli per stigmatizzare l’orientamento del sindaco Cacciari. Ecco un passaggio dell’editoriale che mi sento di sottoscrivere parola per parola:

Massimo Cacciari è troppo intelligente per non capire ciò che aveva intuito già trent’anni fa Bruno Visentini: il problema di Venezia è politico, non di ingegneria idraulica; quello che manca alla città non sono le opzioni tecniche per salvarla dal mare bensì la capacità di decidere. Il giorno dell’alluvione a Venezia vivevano 130 mila persone, oggi sono meno della metà: ma non eleggono loro il sindaco perché i cittadini di Mestre (la terraferma del Comune) sono tre volte più numerosi. Costoro hanno interessi diversi dalla salvaguardia della città: Venezia affondi pure, purché prima di affondare faccia affluire alle casse del Comune ancora un po’ di denaro pubblico. Per questo motivo Visentini propose un referendum per dividere Mestre da Venezia, ma la separazione non ha evidentemente alcuna possibilità di passare. Una democrazia bloccata. Fra trenta, quarant’anni è matematicamente certo che a Venezia non abiterà più nessuno: rimarranno solo i turisti e i venditori che dalla terraferma giungono in città con il loro ciarpame per raccogliere un po’ della rendita prodotta dal turismo a buon mercato.

Ma il j’accuse dell’editorialista del Corriere non si limita alle questioni di ingegneria idraulica, che poi non sono neanche quelle fondamentali, come si è visto. Ci sono, ad esempio, dei problemini che uno magari non ci pensa, e invece sono serissimi, vale a dire—con rispetto parlando—il guano dei piccioni, le pantegane e la spazzatura. Infine c’è anche la pars construens del ragionamento: una proposta-provocazione del britannico The Observer, che chiama in causa nientemeno che la Walt Disney Corporation, e un’idea niente male un tantino “più europea.” Al posto del sindaco filosofo ci farei un pensierino. E in ogni caso mi associo all’appello di Giavazzi:

Non più un soldo pubblico senza un progetto. Perché se il progetto è solo il turismo a buon mercato allora basta la Walt Disney Corporation. Il parco di Orlando non riceve neppure un dollaro dal governo, anzi fa lauti profitti.

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Categorie:interni, luoghi
  1. Paolo di Lautréamont
    7 novembre, 2006 alle 23:35

    Vuole pensare e valutare… Ma cosa, dopo 40 anni di rinvii?
    Cacciari mi ha fatto abboccare anni fa, adesso non lo considero nemmeno come filosofo.

  2. rob
    8 novembre, 2006 alle 8:41

    Come filosofo ha il difetto di essere piuttosto “criptico” (o “aveva”, purtroppo non ho letto sue cose recenti) ma non si può dimenticare che fu lui, per esempio, a sdoganare Nietzsche da sinistra. Un merito che–lascialo dire a uno che non può non dirsi “a-nietscheano”–non mi sembra trascurabile.

  3. chiara cavassini
    8 novembre, 2006 alle 11:13

    Sul Mose non ci piove, è ridicolo anche solo attardarsi a parlarne. Chi si compiace di porre il problema è proprio chi ha tanto combattuto (con esiti trionfali) per trasformare Venezia in un museo. Giavazzi ha ragione nel denunciare la truffa della legge speciale (i cittadini italiani contribuiscono alla salvaguardia della città con le tasse e poi, da non residenti, se vogliono percorrere trenta metri di Canal Grande in vaporino schiodano 6 euro, una rapina). La cosa buffa è che con i soldi della legge speciale si sono finanziate molte opere a Mestre, città invece viva e dinamica. E’ solo fastidioso che a stigmatizzare la città museo sia una persona che vi ha acquistato una seconda casa. Uno dei motivi per cui Venezia sta morendo è che non ci si può abitare, dato il prezzo degli immobili, che è schizzato anche a causa delle troppe speculazioni immobiliari di agiati e annoiati decadenti che l’hanno confusa e usata come località di villeggiatura.
    Soprattutto: quando si porrà seriamente il problema del capoluogo regionale? Ha ancora senso che una città deserta, abitata solo da pensionati e da qualche pubblico dipendente, rappresenti una delle regioni economicamente più dinamiche d’Europa? E’ una comica. Quando si ama davvero qualcosa (io Venezia la amo davvero) per il suo bene si deve avere la forza di soluzioni estreme. Questa agonia è davvero insensata.
    Chiara Cavassini

  4. rob
    8 novembre, 2006 alle 16:46

    Chiara, c’è di che meditare, nel tuo commento, e ti soo grato per questa testimonianza “dall’interno.”
    Ho solo un dubbio circa la possibilità che il Veneto rinunci ad avere come “capitale” una città come Venezia. Se applicassimo il tuo ragionamento all’Italia lascio a te calcolare l’esito inevitabile …

  5. chiara cavassini
    10 novembre, 2006 alle 14:43

    Venezia. Argomento vasto. Sempre attuale. E’ vero che pongo tanti temi, che ci vorrebbe più spazio, ma Venezia è Venezia. Quanto al tema capoluogo/capitale, Roma (è lei la convitata di pietra, e non ti nascondo che la mia capitale ideale è ovviamente un’altra) è in posizione centrale rispetto al paese e di isola ha solo quella Tiberina, che io sappia, mentre Venezia, pure tanto più bella (non temo insulti, su questo tema. Venezia è la più bella di tutte, non si può esserlo di più. Punto) è costruita su un certo numero di isole. Arrivarci è un’avventura. Potremmo discutere sull’opportunità di continuare a puntare sulla velocità degli spostamenti come metafora della scelta di allontarsi da Dio e farsi Dio da noi stessi, bla bla. Resta che un capoluogo scomodo come Venezia non è dato immaginarlo, nel 2006. Segnalo che il numero di passeggeri che transitano dalla stazione di Mestre è pari o di un tantino superiore a quello di chi passa da Santa Lucia. Forza Padova.
    Chiara Cavassini

  6. rob
    10 novembre, 2006 alle 18:06

    Ora afferro meglio il ragionamento, e riconosco che gli argomenti ci sarebbero, però … vale il discorso di Roma, a mio avviso: se Roma non fosse la capitale l’Italia non sarebbe l’Italia, e così via.

    Tutto il resto è giusto, giustissimo, ma … non (mi) basta.

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