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Una parola su Saddam

Sulla pena di morte a Saddam Hussein ho provato a cavarmela con l’aiuto di Jena, che in effetti mi sembrava rappresentare piuttosto bene lo stato dell’arte sulla controversa materia. Potere dell’apologo, della metafora, dell’exemplum, della favola e di tutto ciò che ci può stare, in luogo di una disamina serrata e incalzante, riccamente argomentata, ecc. Ma anche un modo per dribblare luoghi comuni e dibattiti pretenziosi, per sfuggire alla sensazione sgradevole di aver perso l’ennesima occasione per stare in silenzio.

E’ così, lo confesso, penso che il blogger che non conosce il valore del silenzio—e non sappia raccogliere le occasioni per applicarne la lezione—non meriti di essere letto. Così come il blogger che, quando vi si imbatte, non sa riconoscere un’argomentazione che sta una spanna su tutte le altre e non coglie al volo l’opportunità di sottrarla all’oblio cui la folla degli altri discorsi condanna inevitabilmente quei pochi che non si possono e non si devono perdere.

E allora ecco questa mirabile riflessione di Sergio Soave letta sul Foglio di oggi, non su Avvenire, come al solito. Copiata e incollata qui di seguito.

Perché chi dice nessuno tocchi Saddam non la dice tutta (giusta)

Al direttore – La contrarietà all’esecuzione della condanna a morte di Saddam Hussein può avere una sola ragione rispettabile, l’obiezione di coscienza alla pena di morte. Ha le carte in regola per invocarla soltanto chi si è opposto sempre e comunque al patibolo, compresi quelli di Norimberga, compreso quello di Piazzale Loreto. Invece in questi giorni ne sono state accampate tante altre “ragioni”, di ordine politico, giuridico, storico o morale, che a me paiono speciose e infondate.

Sul piano politico si sostiene che l’esecuzione della sentenza peggiorerebbe le prospettive di pacificazione dell’Iraq, accrescendo invece le probabilità di una guerra civile tra i sunniti, offesi dalla condanna del loro leader, e gli sciiti e i curdi, che invece ne gioiscono. Il problema è esattamente l’opposto: finché i sunniti penseranno alla possibilità di una restaurazione saddamita, la pacificazione, che non può che essere il risultato del riconoscimento della sconfitta del baathismo, resterà ardua e incerta. Quando Luigi Longo decise di far fucilare Benito Mussolini ragionò esattamente in questo modo, cinico se si vuole, ma realistico. Il capo dei partigiani comunisti non voleva neppure che si celebrasse un processo al capo del fascismo sconfitto, perché temeva che questo gli avrebbe fornito una tribuna pericolosa. Questo ci riporta alla scelta che fu compiuta dall’America di fare il possibile per catturare Saddam vivo in modo da poterlo processare. Gli americani pensavano l’esatto contrario di Longo, che un rais ucciso con le armi in pugno sarebbe diventato un martire, mentre un processo pubblico condotto da una corte irachena avrebbe messo in luce i suoi orrendi crimini. Può darsi che in questo l’Amministrazione americana abbia peccato di idealismo, non di cinismo.

Nella cultura islamica la punizione attraverso il patibolo è la norma, radicata nella cultura e nella religione. In quasi tutti i paesi islamici vige la pena di morte, che è stata abolita in Turchia soltanto per le pressioni europee. E’ un po’ sorprendente che i sostenitori del multiculturalismo, che rifiutano di sottomettere a criteri che nascono dalla difesa dei diritti universali dell’uomo aspetti delle società islamiche come la sottomissione della donna, l’imposizione del velo e soprattutto l’idea della guerra santa, in questa occasione dimentichino che l’obiezione radicale alla pena di morte è un principio che si è affermato, peraltro assai recentemente, soltanto in una parte della società occidentale, e che quindi la sua imposizione a un paese come l’Iraq avrebbe il carattere di un evidente colonialismo culturale.

Dal punto di vista giuridico è stata avanzata l’annosa questione del dubbio diritto dei vincitori di processare gli sconfitti. Bisogna sapere che se si accetta questa tesi si garantisce l’impunità a tutti i dittatori, per sanguinaria e disumana che sia stata la loro condotta. La distinzione che viene fatta tra un tribunale internazionale, che avrebbe il diritto di processare i rei di violazione dei diritti umani, e un tribunale nazionale che invece risentirebbe degli odi di parte è un’altra espressione di, più o meno inconsapevole, razzismo. Perché Oscar Luigi Scalfaro aveva il diritto, come giudice di un tribunale italiano, di comminare la pena di morte ai gerarchi fascisti che si erano macchiati di delitti nel corso della guerra civile, mentre ai giudici iracheni questo sarebbe inibito?

Categorie:esteri
  1. Esperimento
    8 novembre, 2006 alle 18:44

    Me la sono stampata e la leggo con calma.
    Grazie per la segnalazione🙂

  2. Esperimento
    9 novembre, 2006 alle 9:37

    Ho letto e mi sembrano obiezioni molto sensate. Chissà se qualcuno riuscirà a spiegarci queste contraddizioni?

  3. rob
    9 novembre, 2006 alle 11:19

    Ho qualche dubbio sulla risposta …

  4. nullo
    9 novembre, 2006 alle 18:47

    la terza argomentazione l’accetto, le altre mi sembrano debolucce…

    la prima perche’ proprio la scelta ‘idealista’ degli americani di processare saddam, per evitare che diventasse martire, sarebbe l’antecedente naturale alla nuova scelta, ora, di non condannarlo a morte, per evitare che diventi martire…

    la seconda, sebbene io sia d’accordo che i pacifinti non possono essere relativisti tutti i giorni della settimana tranne la domenica, non mi piace perche’ dovremmo cercare di non fare mai appello al relativismo. se concediamo al relativismo in questo caso, poi non vedo come possiamo opporci a certi ragionamenti ripugnanti che si trovano in giro

    cmq grazie per la segnalazione

    ah, a proposito, io mi ero espresso contro la condanna in tempi non sospetti:
    http://nullo.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1056059

    ciao,
    nullo

  5. rob
    9 novembre, 2006 alle 21:09

    “a proposito, io mi ero espresso contro la condanna in tempi non sospetti”

    Ti credo sulla parola …

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