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Un giusto ‘metodo’ sul caso Welby

A mio modo di vedere, leggendo ciò che si scrive sul caso Welby, da quando è esploso con tutta la sua drammaticità e con lo strascico di angoscia e di pietà umana che la vicenda si porta appresso, uno finisce quasi inevitabilmente per pensare che la bioetica stia diventando (o sia già diventata) un incubo. A meno che, naturalmente, non si ritenga che quella complessa disciplina—che poi è più che altro un approccio interdisciplinare alle problematiche di cui si occupa—debba piuttosto diventare, o sia già diventata, una specie di campo di battaglia. Personalmente considero del tutto errato, e sostanzialmente insano, pensarla in questa maniera, ma non si può negare che, alla luce di ciò che emerge dal dibattito in corso, si corra seriamente il rischio di essere sospinti verso questa deprecabile deriva.

Ecco perché, quando da qualche parte si leva una voce più moderata nei toni, più pensosa e, diciamo, “dubbiosa,” cioè non appesantita da dogmatismi di varia provenienza, per non parlare degli schematismi e delle semplificazioni di comodo, ci si sente un po’ più a proprio agio, esseri umani tra esseri umani, cioè gente che non ha, per così dire, la verità in tasca e si barcamena con infinita umiltà tra incertezze e dubbi angosciosi.

Oggi, per dire, si offrono alla lettura due contributi al dibattito che meritano, a mio avviso, di essere portati ad esempio di come bisognerebbe—e di come evidentemente è possibile—affrontare il caso Welby. Si tratta di due riflessioni che non approdano alle stesse conclusioni, anche perché una proviene dalla gerarchia cattolica e l’altra dal campo laico: quella del cardinale Esilio Tonini (intervista a Repubblica, che riproduco qui sotto non essendo disponibile se non a pagamento e per gli abbonati) e quella della bioeticista dell’Università di Genova Luisella Battaglia, che è anche membro del nuovo Comitato nazionale per la bioetica.

Nell’impostazione del breve scritto di Luisella Battaglia è pressoché assente qualsiasi condizionamento di tipo “ideologico.” La studiosa parte dall’articolo 5 della Convenzione di Oviedo sui diritti dell’uomo e la biomedicina (1997), ratificata dal Parlamento nel 2001:

«Nessun intervento in campo sanitario può essere effettuato se non dopo che la persona cui esso è diretto abbia dato un consenso libero e informato. (…) La persona cui è diretto l’intervento può, in ogni momento, ritirare liberamente il proprio consenso».

Quindi richiama l’articolo 32 della Costituzione, che viene “rielaborato” come segue:

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento. Nessuno può essere sottoposto a una cura che rifiuti.

(In realtà l’articolo dice che «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.» Il che, mi sembra, rende le cose un po’ più complicate …)

Su un piano estremamente concreto, la Battaglia richiama due casi assai significativi:

a) quello della signora che rifiutò l’amputazione della gamba, scelta che, come era chiaro fin dal principio, l’avrebbe portata inevitabilmente alla morte, e così fu infatti. “Nessuno l’ha potuto impedire, come nessuno—ricorda ancora la studiosa—può impedire a un testimone di Geova di rifiutare le trasfusioni di sangue;”
b) quello di Giovanni Paolo II, che rifiutò il secondo ricovero al Gemelli e chiese di poter «tornare alla casa del Padre». “Anche Welby—osserva la Battaglia—vuole tornare a casa.”

Ed ecco il cuore del ragionamento di Luisella Battaglia:

Dovremmo chiederci perché sia così difficile, nel nostro Paese, ottenere il rispetto dei diritti fondamentali delle persone. Negando il diritto di Welby all’autodeterminazione, si è di fatto restaurato un vecchio paternalismo medico che, con il pretesto della cura compassionevole, pretende di imporre la sua idea di “bene” in conflitto con quella del singolo individuo. “Prendersi cura” non significa sempre e solo tenere in vita a ogni costo, ma assumersi talora la responsabilità condivisa di accompagnare la vita al suo naturale compimento. Si confrontano due visioni del medico: l’una “bellicista”, che lo vede come un generale alla guida di un esercito in guerra contro la malattia; l’altra, riconciliata con l’immagine tradizionale, che lo vede anche come quel “nuncius mortis” che accompagna amorevolmente al trapasso, accettandone l’inevitabilità.
[Il corsivo è mio]

Ebbene, anche se personalmente, in linea di principio, sono fermamente contrario all’eutanasia, devo dire che l’approccio della studiosa genovese mi dà molto a pensare. Anche perché, onestamente, non mi sembra—ma può darsi che io mi sbagli, per carità—che la decisione da prendere sul caso Welby abbia molto a che fare con l’eutanasia.

La riflessione del cardinal Tonini è altrettanto pacata, ma, almeno in un certo senso, più “dialogante,” e perfino più “dubbiosa,” intrisa di umana compassione e comprensione. E’ una delle più toccanti interviste che mi sia mai capitato di leggere. Non certo solo per questo, ma sicuramente anche per questo, il ragionamento dell’Arcivescovo emerito di Ravenna, e, direi, soprattutto il metodo, cioè il suo approccio alla questione etico-giuridica e al dramma umano di Piergiorgio Welby, mi sembra assai persuasivo. In una parola, mi ci riconosco in pieno, a cominciare dalle prime parole pronunciate da monsignor Tonini:

«Vorrei andarlo a trovare, stargli vicino, ricordandogli la preziosità della sua vita e condividendo la sua pena. E´ una questione di una difficoltà estrema e la cosa più complicata è passare dal piano dei principi alla situazione concreta e alle decisioni su cui ci si interroga».

Il resto dell’intervista non è da meno. Lo affido “fiducioso” alla riflessione di ciascuno:

«Vorrei andarlo a trovare, stargli vicino, ricordandogli la preziosità della sua vita e condividendo la sua pena». Il cardinale Ersilio Tonini risponde con un moto umano a chi gli domanda un giudizio sul caso Welby. «E´ una questione di una difficoltà estrema – spiega – e la cosa più complicata è passare dal piano dei principi alla situazione concreta e alle decisioni su cui ci si interroga».

Cardinale Tonini, c´è un uomo che chiede che non gli venga prolungata artificialmente una vita, fatta solo di sofferenza.

«Mi viene da dire che se qualcuno esprime il desiderio di affrettare la fine della propria pena, non è peccato. Anzi, può essere anche un desiderio sano. Però…». Però?«C´è un principio a cui non possiamo sfuggire. La vita è un dono, è sacra, è intangibile. Lo riconoscono praticamente tutti, non solo i credenti, anche non
credenti come Kant».

Perché cita il filosofo tedesco?

«Kant afferma che il suicidio è una cosa spaventosa, perché persino un albero percosso o una bestia ferita hanno l´impulso alla conservazione. Chi arriva a pensare di poter disporre della vita propria finisce per credere di disporre delle vite altrui. Così l´uomo da fine viene ridotto a strumento».

Eminenza, la Chiesa ha già maturato una posizione avanzata: rifiuto dell´eutanasia, ma anche rifiuto dell´accanimento terapeutico. Con l´appello di Welby camminiamo su un crinale, dove emerge la richiesta di non essere condannati ad una vita che non esisterebbe se non fosse per una macchina.

«La questione va studiata approfonditamente. E´ chiaro che l´accanimento non è ammesso e d´altra parte non è ammessa l´interruzione di una vita. Non penso solo alla dottrina cattolica, mi rifaccio alle legge italiana sui trapianti, estremamente rigorosa nelle procedure di espianto: per impedire che per salvare una vita se ne sacrifichi un´altra».

Che c´entra la legge sui trapianti?

«Per sottolineare che bisogna stare attentissimi nel prevedere le motivazioni di una decisione. Se noi legittimiamo l´interruzione di una vita con motivazioni, che non siano molto ponderate, rischiamo di aprire la strada a precedenti giuridici pericolosi».

La Procura di Roma ha stabilito che il paziente ha il diritto di interrompere il trattamento non voluto, ma contemporaneamente non si può ordinare al medico di non ripristinarlo se lo ritiene necessario.

«Esattamente. Qui entra in gioco il dovere professionale basato sul giuramento di Ippocrate. Il medico non può diventare a suo volta uno strumento, se ritiene che vi sia una speranza. Ma non mi nascondo nemmeno che qui siamo in presenza di una vera e propria tensione all´interno del sistema giuridico».

Un dilemma?

«Tra il popolo vi è una diffusissima contrarietà all´eutanasia. Eppure quando si passa dal piano dei principi al giudizio su un caso concreto, quando va detto un sì o un no, riconosco la difficoltà di definire confini precisi. Tanti medici sanno che arriva il momento in cui la medicina è perfettamente inutile, però non rinuncerebbero a dare da bere al paziente o a farlo respirare».

Se lei lo avesse di fronte?

«Io Welby lo capisco, ma prima di agire bisogna pensarci dieci volte. Potrei essere tormentato per sempre, pensando di essere stato io a togliergli la vita. Lo sa che lui mi ha scritto?».

Welby le ha mandato una lettera?

«Anni fa. Rispose ad un mio articolo, dissentiva, ma la sua lettera aveva un tono un po´ scherzoso. Sento ancora l´eco di una sua ironia gioiosa, il gusto di discutere insieme. Perciò provo un disagio infinito di fronte alla vicenda. Ho ancora dinanzi a me quel suo modo di esprimersi sereno e vivace».

Categorie:bioetica
  1. inyqua
    13 dicembre, 2006 alle 21:06

    Molto corretta la posizione della Battaglia (che peraltro riporta molte tematiche che si possono ritrovare nel libro sul testamento biologico di Veronesi, disponibile anche online sul sito di Veronesi). A mio modo di vedere è più sospetta la posizione di Tonini: che è una non posizione che si basa anche su presupposti non veri, come che nelle persone vi sia una diffusissima contrarietà all’eutanasia: è esattamente il contrario come dimostrano molti sondaggi, anche di istituzioni religiose. E le percentuali salgono ulteriormente se le inchieste ed i questionari sono rivolti a persone che sanno bene cosa è l’eutanasia e ne vivono i drammi in prima persona, cioè i medici… La realtà è che per Welby si ipotizza non una fine di un accanimento terapeutico, ma un’azione ‘positiva’ da lui stesso richiesta: ovvero non solo di ‘staccare la spina’ ma di sedarlo per sottrarlo ad una morte angosciosa per soffocamento. La differenza è sostanziale. E sono del tutto convinta che un’azione in tal senso di un qualsiasi medico verrebbe immediatamente sanzionata da un solerte giudice e da un solerte Ordine dei Medici. Per ora il pronunciamento giuridico ha (come al solito, direi…) ridato la palla al medico. Aspettiamo la versione definitiva. Ma non mi aspetto niente.

  2. rob
    14 dicembre, 2006 alle 1:16

    Inyqua, tu dici che quella del cardinal Tonini è

    “una non posizione che si basa anche su presupposti non veri, come che nelle persone vi sia una diffusissima contrarietà all’eutanasia”.

    Io direi due cose: la prima è che non mi sembra che Tonini “si basi” sul presupposto che citi. In realtà il consenso popolare non è affatto essenziale nel ragionamento del cardinale, anzi, mi sembra del ttto marginale, anche se è citato per primo …

    La seconda cosa è che, in effetti, forse quel consenso è dato a torto per scontato, anche se, aggiungo, dei sondaggi, in una materia come questa, non mi fido per niente.

    A sostegno del ragionameto del cardinale, che tu, mi pare, liquidi un po’ troppo in fretta, ti dirò che una cosa che mi ha colpito è stata, in mattinata, l’ammirazione espressa da Massimo Bordin nel corso della sua rassega stampa su RadioRadicale (pur rimanendo, ovviamente, su posizioni diverse). Se non ricordo male ha elogiato l’intervista per la sua apertura, cioè per l’approccio dialogico e umanamente ricco alla spinsa materia, che fa riflettere senza evocare anatemi.

    Ecco, direi che io mi regolo nello stesso modo di Bordin nei confronti di Luisella Battaglia. Non sarò d’accordo sull’esito finale, ma mi fa riflettere, ci posso discutere, sapendo che uscirò arricchito dal confronto.

    Infine dici che

    “la realtà è che per Welby si ipotizza non una fine di un accanimento terapeutico, ma un’azione ‘positiva’ da lui stesso richiesta: ovvero non solo di ‘staccare la spina’ ma di sedarlo per sottrarlo ad una morte angosciosa per soffocamento. La differenza è sostanziale.”

    Ebbene, posta in questi termini, la questione si complica ulteriormente. Se davvero il punto vero fosse quello, se non ci fosse concretamente alcuna possibilità di escludere/eludere la fase “attiva,” beh, in tal caso, non si verificherebbe solo quello che tu–giustamente, mi pare–prevedi, la distanza tra le posizioni diverrebbe incolmabile.

    Quando Ersilio Tonini avverte che

    “se noi legittimiamo l´interruzione di una vita con motivazioni che non siano molto ponderate, rischiamo di aprire la strada a precedenti giuridici pericolosi”

    evidentemente sa quel che dice. Ciò che tu prospetti è qualcosa che non può non indurre a un supplemento di prudenza, per non dire a una chiusura (reciproca) pressoché totale.

    Ciao, e grazie per il tuo contributo alla riflessione, che siceramente ritengo prezioso (anche se, appunto, lo condivido solo in parte).

  3. mauro
    14 dicembre, 2006 alle 11:19

    A quali sondaggisti si affida Inyqua?
    Spero non a quelli che davano il 70% degli italiani favorevoli ai referendum contro la legge 40…
    😉

    Il caso Welby si sarebbe potuto risolvere da tempo se non ci fossero stati (da entrambe le parti) interventi poco informati e/o ideologici.

    E’ giusto che “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento”. Ne’ i giudici, ne’ la dottrina cattolica avrebbero nulla da ridire sul fatto che Welby venisse staccato dalla macchina che lo tiene in vita artificialmente e se gli venissero somministrati dei sedativi per calmare il dolore fino a che morte sopraggiunga.

    Putroppo, i radicali stanno tentando di far credere che la situazione di Welby non puo’ essere affrontata con la legislazione vigente e lasciando gestire la cosa tra paziente, medici e famigliari.
    Loro puntano a fare una legge che legittimi l’eutanasia attiva (che oltre ad essere inaccettabile, porterebbe inevitabili abusi).

    Per questo serviva “il caso” mediaticamente clamoroso. E l’hanno costruito ad arte. Peccato che anche da parte cattolica ci siano stati commenti poco saggi, che invece di fare chiarezza hanno aumentato la confusione, a vantaggio degli eutanasisti.

  4. rob
    14 dicembre, 2006 alle 12:45

    Una cosa è cera, a mio avviso: l’enfasi sulla “fase attiva” mi sembra fuori di luogo, e penso che sia un po’ azzardato definire in questo modo una fase che prevede soltanto la somministrazione di un sedativo. Ma se questa stessa somministrazione la si vuol spacciare per eutanasia attiva, invocando di conseguenza una legge ad hoc, al contrario di quanto suggerisce Luisella Battaglia, allora le cose cambiano. Però, appunto, anche da parte cattolica qualcosa non ha funzionato a dovere, se si è voluto presentare il caso come una specie di Armagheddon, uno scontro tra il bene e il Male.

  5. inyqua
    14 dicembre, 2006 alle 21:36

    Dunque: ho citato i sondaggi perchè il presupposto di Tonini mi pareva importante…Ed i sondaggi ai quali mi riferisco sono quelli di eurisko e di repubblica.it. I sondaggi inoltre fatti agli addetti ai lavori, come agli anestesisti rianimatori (un sondaggio fra l’altro fatto da una istituzione cattolica…) o quelli fatti ai medici generici di doctornews.it, dimostrano ancor più come l’argomento sia sentito e penda sempre verso i favorevoli. Paragonare questo argomento alla legge 40 è scorretto: l’eutanasia è argomento più alla portata di tutti, al contrario che la legge sulla fecondazione assitita…a mio parere gestita con disonestà da molti da ambo le parti…
    Eppure il concetto è proprio questo: Welby non configura in alcun modo l’accanimento terapeutico, e quindi una qualsiasi azione su di lui deve intendersi come ‘azione positiva’ e non negazione di cure inutili…Qui sta il busillis, che vedo, come vedo parecchio in giro in questi giorni, non è percepito…Lo dimostra l’affermazione completamente sbagliata di Mauro che afferma che è una situazione che ‘si sarebbe potuta risolvere’ …e come di grazia? Te lo dico io: come al solito delegando ai medici l’atto eutanasico, atto che spesso svolgono nella solitudine delle loro coscienze (anche questa non è un’affermazione fatta a casa, lo conferma il sondaggio di cui parlavo eseguito sui medici rianimatori…). Ma la Costituzione e il diritto penale sanzionano il medico che svolga un’azione come quella che andrebbe eseguita su Welby. Ed anche il codice deontologico (il che implica anche una possibile radiazione a vita dall’albo dei medici) è ben chiaro in proposito. Nessun medico che non svolga la sua profesisone solo per hobby, staccherebbe mai la spina e sederebbe Welby. Semplicemente perchè in Italia è un reato. Dire che Welby è ‘solo’ un caso mediatico è errato: è anche un caso mediatico, proprio per portare l’attenzione sui limiti incredibili di una legislazione che accetta silenziosamente che un medico si prenda il carico di una cosa legislativamente puniibile, nel silenzio della sua coscienza. Affermare cose diverse è un falso clamoroso. Che indica l’ideologizzazione estrema a cui si arriva in questo tema. E certo, non da parte dei soli radicali!

  6. rob
    14 dicembre, 2006 alle 23:44

    A Otto e mezzo, qualche ora fa, sul dilemma «fine dell’accanimento terapeutico o eutanasia attiva?», mi pare che Marco Cappato abbia fatto un discorso diverso dal tuo.

    Messo alle strette, e sia pure con un residuo di ambiguità–suggerita per altro dalla sovrapposizione di vari livelli di discorso, in relazione alla “definitività” della sedazione (cosa significa esattamente chiedere di “fornire una sedazione definitiva?”)–, il segretario dell’Associazioe “Luca Coscioni” ha riconosciuto che la questione fondamentale è il rispetto del diritto di Welby a rifiutare le terapie (ma chiedendo appunto, nel contempo, di essere sedato).

    Forse–se posso concedermi un po’ di ottimismo–qualcosa sta cominciando ad andare per il verso giusto.

  7. Abr
    15 dicembre, 2006 alle 1:46

    Concordo molto con questa tuo commento finale Rob.
    Ho già sussurrato sommessamente cose del genere mesi fa, e non per caso parlo di battaglie di retroguardia.

    Abbiamo due parti che dicono le stesse cose di fondo, ma non accettano come le dice l’altro.
    Il discorso per me si risolverebbe se si riportasse a due cardini fattuali e de-ideologicizzati:

    a) il diritto di ognuno a decidere in modo informato sulle terapie cui sottostare, sfuggendo ai finti paternalismi medici (Battaglia: perfetta!) e a giurassici giuramenti ippocratici (“E’ quello dove si giura di non curare chi sia afflitto dal male della pietra?” il Dr. House lo ha irriso così l’altra sera).
    Casi concreti: la donna che rifiuta di farsi amputare la gamba pur sapendo che poi muore, e Woitila stesso, che se ne sta in Vaticano a morire e non va al Gemelli.

    b) il diritto di ognuno a soffrire il meno possibile (non illudiamoci di non soffrire: la morte è sempre e per tutti orribile), nelle cure come nel trapasso.

    Come si vede, è di COME CURARSI e SOLLEVARE che si parla, e non di MORTE; c’è qualcuno che su (a) e (b) potrebbe avere posizioni pregidizialmente negative? Chiesa o chi altro? Andiamoooo …

    Nel caso in questione, Welby ha quindi già (a) il diritto di chiedere di essere staccato dalle macchine, e (b) di essere sedato.
    O c’è qualche medico, o prete, che sostenga che se Welby si aggravasse e andasse in crisi da solo, non andrebbe sedato?

    Il vero problema? Chi ci mette di mezzo l’ideologia e i “principi”.
    E non è un problema di una sola delle parti: in realtà c’è a chi NON BASTA il diritto a determinare se e come curare se stessi (c’è già) e ideologicamente insiste su un ossimorico “diritto alla morte”.
    La morte non è un diritto, è casomai un tragico destino, o “uno strano dono fatto agli Umani”, come dice Tolkien.

    La prova? il fin troppo trasparente Cappato, che significativamente grida: “Bisogna fare presto, Welby si sta aggravando!”.

  8. inyqua
    15 dicembre, 2006 alle 12:05

    A me di ciò che dice Cappato non me ne può calere di meno…Io parlo della realtà obbiettiva, delle strumentalizzazioni dei radicali e dei cattolici non me ne frega un bel niente. E’ chiaro che Welby in questo momento è attore politico (e certo non involontario, ci mancherebbe altro!)e che la battaglia per l’eutanasia è anche politica. A me sta bene così, perchè vivo in prima persona i due drammi: sia quello di avere una malattia cronica ( e di desiderare di poter scegliere quale sia per me il livello di vita ritenuto ‘dignitoso’, allorquando sia necessario deciderlo) e quindi di essere sensibile in prima persona al problema del testamento biologico (che è argomento diverso, ma complementare a quello dell’eutanasia, sia attiva che passiva). Sia, d’altro canto, sono un medico impegnato nell’emergenza e quindi affronto ogni giorno e più volte al giorno, il problema dell qualità di vita e della tecnologia applicata alla medicina (simpatico constatare, come oggi riportato in un bellissimo articolo su Repubblica, a firma ignota per lo sciopero della redazione, ci siano alcuni che invocano la ‘naturalezza’ quando si parla di fecondazione assistita, e si battano il petto con la tecnologia, quando si tratta di porre fine ad un’agonia…). Negare che la cosiddetta ‘pubblica opinione’ fino ad ora può fregarsene del problema solo perchè ogni cosa è demandata ai medici vuol dire non conoscere le realtà: non capire che per ‘staccare la spina a Welby e sedarlo’ ora come ora si commetterebbe un delitto punibile REALMENTE (con la radiazione dall’ordine e con la reclusione fino a 12 anni) vuol dire secondo me non aver capito il problema, ma non di Welby, ma di tutti quei casi ‘sfumati’ dove, finora e con sofferenza, la pezza l’ha messa il medico (in entrambi i casi…). Se da tutto questo bailamme ne uscisse almeno il riconoscimento del testamento biologico io non potrei che esserne contenta: ma francamnete, come ho detto già nel mio primo commento a questo post, ne dubito.

  9. rob
    15 dicembre, 2006 alle 22:48

    Inyqua, chiaro che Cappato è Cappato e tu sei tu, ma la citazione non può che far riflettere, dal momento che stiamo parlando di un’opinione che non può certo considerarsi “di mediazione” …, tutto qui.

    Per il resto, capisco perfettamente le ragioni che ti inducono a sostenere la causa del testamento biologico e della qualità della vita. Il fatto è, però, che ci sono ragioni, a mio avviso, altrettanto solide per sostenere tesi differenti e contrastanti.

    Un’unica osservazione. Una volta, tempo fa, ebbi una lunga conversazione pubblica con un valente primario anestesista. Mi spiegò che l’eutanasia è tanto frequente quanto, a volte, praticamente ineludibile, e che il medico deve “prendere decisioni” continuamente, soprattutto per ragioni semplicemente … economiche e organizzative. “Noi stiamo qui a discutere, giustamente, ma in astratto”–disse a un certo punto–ma la realtà spesso non lascia molto spazio per il dibattito e la riflessione bioetica.”

    Non ho mai dimenticato quell’ora e mezza di discussione “fuori dai denti.” Un saluto.

  10. rob
    15 dicembre, 2006 alle 23:16

    Penso, Abr, che siamo effettivamente d’accordo. Ciao.

  11. inyqua
    16 dicembre, 2006 alle 11:39

    quello che tu citi del primario anestesista è esattamente la mia esperienza. Peccato che però, al momento ma da sempre, queste ‘decisioni’ siano sotto l’occhio della magistratura….
    Grazie della visita anche a te e della discussione….

  12. enochirios
    17 dicembre, 2006 alle 16:46

    «[…]il suicidio è una cosa spaventosa.[…]Chi arriva a pensare di poter disporre della vita propria finisce per credere di disporre delle vite altrui.»

    E’ la parte meno “bioetica” del discorso di Tonini e quella più etica&basta- e mi pare tirata per i capelli.
    Semmai un suicida pensa che la sua vita è abissalmente diversa da quella degli altri, quasi degradata e che ormai non è più neanche sua, e quindi non si parifica agli altri…
    Solo un poetastro nichilista- personalmente considero Pannella un “poetastro” politico – , non un suicida usuale, ha la lucida e pianificata idea di essere padrone di sé stesso.
    Ci sarebbe piuttosto da chiedersi perché un persona gravemente malata non si senta più una vera persona, senza fargli predicozzi sulla sacralità della vita… Sospetto che ci sia una forte pressione sociale dietro.
    ciao, eno!

  13. rob
    17 dicembre, 2006 alle 21:19

    Beh, Eno, le prediche sulla sacralità della vita, a prescindere che si condivida o meno, il cardinale Tonini mi sembra che le sappia assemblare piuttosto bene, molto meglio, oserei dire, delle prediche di segno opposto (che a volte suonano più dogmatiche che altro. E poi, diciamolo, a un cardinale (e ai preti in genere) le prediche competono …

    Però condivido la tua osservazione (“un suicida pensa che la sua vita è abissalmente diversa da quella degli altri, quasi degradata …”) e la domanda che poni alla fine …

    Ciao.

  14. Mauro
    19 dicembre, 2006 alle 11:05

    Vi segnalo questa intervista al dottor Casale, quello della associazione ANTEA a cui Welby aveva chiesto di farlo morire.

    E anche questo lancio di agenzia:

    “Io ho visto quasi 10mila malati terminali: non ho mai avuto richieste di eutanasia”. Secondo l’oncologo, l’unica possibilita’ e’ quella di “togliere la sofferenza e poi quando sara’ il momento, si stacchera’ il respiratore”.

    Ma dovrebbe esserci stata anche ieri una intervista a Casale sul Corriere e una dichiarazione di 10 medici in accordo con lui.
    Adesso non ce l’ho sotto mano…

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