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Pulpiti usurpati

(Un post per quattro gatti)

L’anno sta per finire e sarebbe tempo di bilanci (naturalmente su un’infinità di questioni). Per chi avesse la voglia e il tempo di farli. Non avendo né questo né quella, ma riconoscendo che impegnarsi in un’impresa simile non sarebbe un esercizio inutile e di pura routine neppure per un blog, ricorro a un escamotage che mi consente di raccogliere in un certo senso la sfida, ma parlando di qualcosa che mi interessa veramente molto, e di cui da tempo avevo in mente di occuparmi.

Oltretutto, in questi giorni c’è così poca gente che legge i blogs—o almeno il qui presente—che penso di potermi permettere un’incursione in un settore generalmente poco frequentato dal “lettore medio.” L’esecuzione di Saddam Hussein, per dire, non c’entra niente. Anche perché non saprei proprio cosa dire, se non che il fatto di essere contrari alla pena di morte in generale non dovrebbe impedire di pensare che, in Paesi in cui questa è ammessa dalla Costituzione, oltre che dalla consuetudine, nessuno più dell’ex rais la meritasse: lui molto più di uno qualsiasi dei tanti grandi e piccoli criminali (veri o presunti) che ogni giorno, credo, vengono giustiziati nelle terre della Mezzaluna. E lo dico senza alcuna esultanza, ed anzi col rispetto che si deve alla morte di un essere umano, chiunque egli sia e qualunque cosa egli sia stato e abbia fatto.

E allora, eccomi al punto. C’entra la religione. C’entra il Natale appena celebrato. C’entrano, soprattutto, i celebranti. Tutto parte da una constatazione un po’ amara che, con impressionante regolarità, mi capita di fare ad ogni sacra ricorrenza: la noia e, per così dire, il “vuoto pneumatico” delle omelie che è dato ascoltare nelle nostre chiese. Parlo della città in cui vivo, che credo raggiunga vette vertiginose, ma anche, per citare un’esperienza recente (l’8 dicembre scorso), di Firenze—e al massimo livello possibile e immaginabile, messa solenne che di più non si può …, e ci siamo capiti, dico bene?

L’argomento è talmente serio, a mio avviso, che occorre fare uno sforzo per non cedere alla (fortissima) tentazione di ironizzare—l’ironia, come si sa, è spesso la valvola di sfogo di una rabbia che, se lasciata libera di esprimersi senza freni, provocherebbe disastri irrimediabili—o di lasciar prevalere l’anticlericale un po’ moralista e bacchettone che è in noi. La questione è talmente “decisiva” che, per essere affrontata a dovere, necessita di un’accurata “ermeneutica.” E allora mi affido ad alcune pagine che mi sono molto care. Del resto sono le stesse che, quasi ogni volta, mi tornano alla mente e fanno da contrappunto al senso di frustrazione che si impadronisce di me quando mi capita di seguire con una certa attenzione quelle voci che dal pulpito rimbalzano, amplificate (sfortunatamente) dalle moderne tecnologie acustiche, tra le navate, i transetti e le volte a capriate o a crociera di chiese fin troppo belle, antiche e misticamente concepite e realizzate da fior di architetti e superbe maestranze.

Le pagine sono quelle del Divinity School Address (“Discorso alla Facoltà di Teologia“) che Ralph Waldo Emerson tenne nel 1838 ad Harvard. Agli studenti—futuri ministri del culto—Emerson espone il suo punto di vista sulla predicazione, che è essenzialmente un severo giudizio sullo standard del tempo (e chissà cosa gli passerebbe per la testa oggi come oggi …):

A questo santo ministero voi proponete di dedicare voi stessi. Vorrei che voi sentiste la vostra chiamata nelle vibrazioni del desiderio e della speranza. Questo ministero è il primo nel mondo. Appartiene a quella realtà che non sopporta d’essere diminuita da falsificazioni. Ed è mio compito dirvi che il bisogno di una nuova rivelazione non è mai stato più importante di adesso. Dalle opinioni che ho appena espresso, voi potrete ricavare la triste convinzione, che condivido e sostengo, con la maggioranza, dell’universale decadenza e quasi morte della fede nella società. L’anima non è al centro della predicazione. La Chiesa vacilla ormai prossima alla caduta, quasi tutta completamente priva di vita. In questa occasione, dichiarare con compiacimento a voi, la cui speranza e il cui impegno è di predicare la fede di Cristo, che la fede di Cristo è predicata, sarebbe criminale.
[I corsivi sono miei]

Più avanti così prosegue:

La prova della vera fede, certamente, deve essere il suo potere di affascinare e comandare l’anima, come le leggi della natura controllano l’attività delle mani, un potere così imponente che troviamo piacere e onore nell’obbedire. La fede dovrebbe unirsi con la luce dell’alba e del tramonto, con la nuvola che vola sulle ali del vento, con l’uccello che canta, e il profumo dei fiori. Ma ora il Sabato del sacerdote ha perduto lo splendore della natura; è sgradevole, siamo felici quando è finito, possiamo fare, facciamo molto meglio, in modo più santo e dolce, da soli, perfino seduti nei nostri banchi. Dovunque il pulpito è usurpato da un formalista, il fedele è defraudato e privo di consolazione. Ci ritiriamo appena le preghiere cominciano, preghiere che non ci sollevano, ma ci feriscono e offendono. Ci avvolgiamo ben stretti nei nostri mantelli, assicurandoci più che possibile una solitudine in cui non si ascolta più. Una volta ho ascoltato un predicatore di fronte al quale fui fortemente tentato di dire che non sarei più andato in chiesa. La gente, pensai, va in certi posti per abitudine, altrimenti nessuna anima sarebbe entrata nel tempio in quel pomeriggio. Una tempesta di neve stava cadendo intorno a noi. Quella tempesta era reale, il predicatore al suo confronto era puramente spettrale, e l’occhio avverti il triste contrasto guardandolo, e guardando poi fuori dalla finestra dietro di lui la bellissima meteora della neve. Egli era vissuto invano. Non aveva una sola parola che suggerisse il fatto che egli avesse riso o pianto, fosse sposato o innamorato, fosse stato apprezzato, o ingannato, o mortificato. Se anche egli avesse vissuto o operato, nessuno di noi avrebbe potuto ricavarne una maggior saggezza. Non aveva appreso il segreto capitale della sua professione, cioè saper convertire la vita in verità. Nessun fatto di tutta la sua esperienza personale era ancora entrato nella sua dottrina. Quell’uomo aveva arato e piantato e parlato e comprato e venduto; aveva letto libri; aveva mangiato e bevuto; la testa poteva dolere, il cuore battere; egli sorrideva e soffriva; eppure, nonostante tutto questo, in tutto il suo discorso non c’era un’indicazione, un accenno, che egli avesse mai vissuto. Non aveva tratto una sola riga dalla storia reale. Il vero predicatore può essere sempre riconosciuto dal fatto che manifesta la sua vita alla gente, la vita passata attraverso il fuoco del pensiero. Ma di quel cattivo predicatore non si poteva dire, dal sermone, in quale età del mondo egli fosse capitato a vivere; se avesse un padre o un figlio; se fosse proprietario o nullatenente, un cittadino o abitante della campagna o qualsiasi altro dato biografico.
[I corsivi sono sempre miei]

La preoccupazione di Emerson è radicale. Egli intravede dietro la decadenza della predicazione la crisi della religione stessa. E la conseguenza di questa crisi: una calamità per “la nazione.”

Quale calamità più grande può cadere su una nazione della perdita della religione? Se questo avviene tutto decade. Il genio abbandona il tempio per frequentare il senato o il mercato. La letteratura diventa frivola. La scienza è fredda. L’occhio della giovinezza non è illuminato dalla speranza di altri mondi, e l’età è priva di onore. La società vive per sprecare tempo in frivolezze, e quando gli uomini muoiono non ne parliamo.

Parole alquanto profetiche, si direbbe.

Io mi consolo, però, pensando che in un paesino delle prealpi venete, dove quelli che portano il mio cognome sono quasi la maggioranza relativa della popolazione, un anziano pretone dai modi semplici, che infarcisce con espressioni dialettali il suo dire, riesce sempre a riconciliarmi con la mia Chiesa. Non perdo mai una sola parola di quel che dice dal pulpito, e mi aspetto sempre che se ne esca con una storia nuova, un nuovo aneddoto, una riflessione terra-terra ma che ti scuote e ti rivolta la realtà come un calzino. Sembra che sia apprezzato anche nelle alte sfere, e infatti l’han fatto monsignore. Io l’avrei ascoltato volentieri a Santa Maria del Fiore, lo scorso 8 dicembre, ma non si può avere tutto dalla vita.

  1. emanuele
    31 dicembre, 2006 alle 11:29

    Che dire. Io, la fede, non ce l’ho. Negli ultimi tempi, a volte, ho anche pensato di essere diventato anticlericale. Perciò sulla sostanza del post non entro, anche se non riesco a condividere il principio che le crisi di religione siano causa di decadenza delle nazioni. Malgrado tutto questo, leggere qualcuno che scrive di religione come fai tu lo trovo davvero interessante. Sarà che di “pulpiti defraudati da formalisti”, nella mia breve esperienza di agnostico praticante, ne ho visti parecchi.

  2. rob
    31 dicembre, 2006 alle 13:10

    Sì, di “pulpiti defraudati da formalisti” se ne vedono parecchi–in politica pullulano, ad esempio …

    Considera, comunque, che Ralph Waldo Emerson parla una lingua che è comprnsibile anche agli agnostici. S racconta che Nietzsche non muovesse un passo senza avere on sé una copia degli Essays. Nel sito che gli ho dedicato anni fa puoi trovare un po’ di informazioni su di lui. Mi permetto d raccomandarlo alla lettura di una persona intellettualmente curiosa quale mi sembri essere. Soprattutto se quello che viene definito lo “spirito ameriano” non ti è estraneo, dal momento che il Nostro ne è giustamente considerato il padre.

  3. mauro
    31 dicembre, 2006 alle 22:52

    eh, in effetti a volte si sentono delle cose…
    ma tutto sommato io penso di essere fortunato.

    Buon anno 2007!

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