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Riformisti, ovvero ‘the way we were’

Se fosse un compito agevole dire qualcosa di riformista sul riformismo mancato dell’attuale sinistra, giuro che non mi sottrarrei a quello che, con ogni probabilità, è un dovere morale, oltre che civico e politico. E invece—almeno a mio avviso—agevole non è, neanche un po’, anzi, direi che è una fatica improba … come sfondare una porta aperta, come far piovere sul bagnato. Sì, voglio semplicemente dire che, forse paradossalmente, quando muovere un’obiezione è troppo facile, mettersi d’impegno a formularla per bene, con scrupolo, ha il sapore della noia, anzi (soprattutto nella fattispecie!) del tedio, cioè, dizionario alla mano, “sensazione tormentosa di stanchezza interiore.”

Nonostante questo, ed anzi proprio per questo, onore al merito di Nicola Rossi, il quale, non essendo, per avventura, un osservatore qualsiasi, e nemmeno un commentatore—dilettante come un blogger o di professione come un columnist—, ma un professore che per giunta è anche un politico, non si è sottratto e ha detto e scritto, da par suo, ciò che era appunto doveroso dire e scrivere.

Per me, come dicevo, è un po’ diverso, ma conosco un trucco che forse mi permetterebbe di salvarmi in corner, e che mi è suggerito dalla celeberrima proposizione del Tractatus di Wittgenstein, corretta, però, se non ricordo male, da Umberto Eco nel Nome della Rosa: “Di ciò di cui non si può parlare occorre narrare.” Ecco, appunto: se proprio dovessi dire qualcosa, racconterei. Ma penso che sarebbe un esercizio tedioso, a sua volta, per i poveri lettori di questo blog … E allora? Beh, propongo un compromesso: che dire se mi limito solo all’incipit, o poco più, di quella narrazione? [Mi sto arrampicando sugli specchi, lo so, ma che vogliamo farci, ognuno ha i suoi limiti …]

Va bene, ieri Maurizio Sacconi—che ho conosciuto abbastanza bene ai tempi del Psi, essendo tra l’altro un concittadino—concludeva così una sua riflessione sul Giornale:

D’altronde Nicola Rossi sa che una sinistra riformista invero è esistita e – non a caso – è stata contrastata e con la violenza cancellata proprio dalla sinistra che oggi lo delude.

Già, una sinistra riformista c’era, appunto. Era la mia sinistra, contrastata accanitamente, odiata (è la verità) e infine “terminata” dall’altra sinistra, anche da quella parte di essa (odio escluso, forse) che oggi si proclama riformista, ma, appunto, come ha spiegato Nicola Rossi, non c’è più alcuna speranza che lo diventi per davvero. Sono ricordi che non si possono cancellare, lo dico senza rancore, lo giuro, come semplice constatazione. Ricordi vivissimi: conversazioni e scontri tra amici, conoscenti, colleghi di lavoro e, naturalmente, avversari politici. Ci voleva una certa testardaggine, allora, ad essere socialisti, cioè craxiani, cioè riformisti. Qualcuno, certo, lo era per calcolo, come sempre accade in politica, e per costoro non c’erano problemi, nel senso che non se ne facevano, ma per chi ci credeva era dura. Era dura all’università, ai tempi in cui «riformista» e «socialdemocratico», lo sanno anche i bambini, erano espressioni equiparabili ad insulti, era dura sul lavoro. Ma la convinzione di essere nel giusto—poi avallata dai mea culpa dei più onesti tra gli avversari di ieri, come Massimo D’Alema e Piero Fassino—era tale che si passava sopra a tutto. Si resisteva.

Ora Nicola Rossi è arrivato al dunque, e, dico la verità, pur senza esserne particolarmente sorpreso, mi dispiace un po’. Per un certo periodo sono stato tra coloro che hanno ritenuto possibile, oltre che, naturalmente, auspicabile (per la sinistra, per l’Italia, per tutto), un percorso che facesse transitare la vecchia sinistra ex comunista da posizioni genericamente massimalistiche, almeno in buona parte, o da uno stato confusionale che definire di ambiguità cronica non sarebbe esagerato, a un’attitudine mentale autenticamente riformista. Ho detto attitudine mentale non a caso, perché, per quel che ho capito io, di questo si tratta, non tanto o non solo di “programmi,” che del resto di quella attitude of mind sono soltanto una logica conseguenza, per quanto inevitabile e necessaria.

Mi dispiace perché, essendo io stesso arrivato (dolorosamente) alla medesima conclusione, speravo, per senso civico, che gente come il Professore ce la facesse a tenere duro. Ma, ovviamente, prendo atto e capisco. Dirò di più: comprendo e ammiro sinceramente. Perché se per me è stato abbastanza “naturale”—questione di memorie, come dicevo—tagliare i ponti, per uno come Rossi deve essere stato terribile e deve aver richiesto un coraggio leonino. Eppure, come appunto ricordava Sacconi, “Nicola Rossi sa che una sinistra riformista invero è esistita,” e quel che segue. Dunque, se ne può fare una ragione, come, per altre vie, se ne sono fatti una ragione tutti gli ex socialisti che sono andati con Forza Italia. Una scelta, quest’ultima, che, d’accordo, qualcuno può aver fatto per tornaconto—anche se lo stesso penso che valga per chi ha fatto la scelta opposta—, ma che, in generale, a meno che non si sia preda di una visione becera e manichea della lotta politica, non può che far riflettere.

Di una cosa sono ragionevolmente certo: a tutti noi “vecchi riformisti,” a noi blairiani prima di Tony Blair, penso produca una strana sensazione (che definire “orgoglio” sarebbe riduttivo) pensare a “come eravamo,” e una certa, struggente, nostalgia immaginare come avrebbe potuto essere. Ma il mondo va avanti. Oggi essere riformisti non implica una scelta di campo, semmai, se posso esprimermi così, è il campo che deve scegliere tra riformisti e no …

  1. Claudio
    10 gennaio, 2007 alle 20:30

    Mamma mia. Un’analisi lucida e – senza offesa, sia chiaro – sconsolante, almeno per me che da poco tento di districarmi nel guazzabuglio della politica e oso sperare (illusioni di gioventù?) che un centrosinistra riformista possa finalmente esistere.
    Povera patria.

  2. rob
    10 gennaio, 2007 alle 22:13

    Claudio, le “illusioni di gioventù” fanno andare avanti il mondo, quindi, se posso darti un consiglio (illusione di chi … non è più tanto giovane?), non mollare. E poi, secondo me, poiché ognuno ha la sua storia, e poiché questa è la base del futuro di ciascuno, un “sogno” che non ha più senso per me può averlo per te. Tanto poi ciò che si realizza è sempre qualcosa di inaspettato. Ma ciò in cui si è creduto ha sicuramente lasciato qualche traccia.

    Infine, chi la pensa come Nicola Rossi, quorum ego, potrebbe benissimo sbagliarsi. Qui non è mica materia di fede: non ci sono sacerdoti depositari di qualche verità assoluta …

    Come vedi, faccio di tutto per tirarti su di morale … Spero di esserci riuscito, ma non mi faccio troppe illusioni. Ahi! ci sono ricascato …😉

  3. emanuele
    11 gennaio, 2007 alle 14:02

    Io ci spero ancora, nonostante tutti segnali sembrino dare ragione a Rossi e a te, rob. Anche se forse è proprio l’attitudine mentale il problema. E forse non solo quella delle componenti massimaliste dell’Unione. L’altra sera ascoltare le risposte di Fassino alle domande di Ostellino (che parlava di individualismo metodologico) nella trasmissione di Ferrara è stato abbastanza sconcertante. Eppure io, irrazionalmente, ci spero ancora.

  4. rob
    11 gennaio, 2007 alle 14:31

    Spes contra spem, insomma. Le risorse della fede sono infinite …😉

  5. mauro
    11 gennaio, 2007 alle 15:08

    Per sperare in Fassino ce ne vuole di fede…

    Mi sa che Claudio sta facendo il mio percorso… io ho realizzato già nel 2000 che la sinistra era incapace di riforme liberali.
    Non che nel centrodestra siano tutte rose e fiori, ma ci sono meno zavorre, imho.
    Certo, dire di votare per la destra non è “chic”. Ti devi abituare a battutine idiote e risatine di quelli che si sentono moralmente superiori.
    Ma in compenso con l’ultima finanziaria le risate me le sono fatte io… riso amaro…

    A proposito, Claudio, io sto sempre aspettando un post dell’Esagono che faccia un po’ il punto sulla manovra, ormai approvata. Sono curioso di sapere cosa ne pensate.
    E il caso dell’emendamento Fuda, poi, come va? si trovera’ il mandante?😉

  6. rob
    11 gennaio, 2007 alle 16:08

    A proposito di fede, dimenticavo:
    Emanuele, quando dici che
    l’attitudine mentale “non solo delle componenti massimaliste dell’Unione” è il problema, dici una grande verità, la più dura da digerire. Anch’io ho visto Fassino molto in dfficoltà con Piero Ostellino a Otto e mezzo.

    D’altra parte, e qui ritorno ai “ricordi personali,” mi sono sempre chiesto come fa uno che si è definito per 20, 30 o 40 anni un “comunista” diventare liberalsocialista, riformista, socialdemocratico, o semplicemente liberale? Chi lo ha fatto, come Giuliano Ferrara, ha rotto clamorosamente con il Pci, non ha fatto del “continuismo,” se n’è andato sbattendo la porta.

    E’ questo che mi suona strano, “falso,” poco credibile, oltre che incoerente. Insomma, se uno scopre di avere avuto torto per 30 anni che fa? Fa finta di niente? Non è per essere troppo severi, ma mi domando sinceramente come sia possibile che quelli che mi guardavano con sufficienza (nella migliore delle ipotesi) perché riformista, oggi, come niente fosse, salgono in cattedra e mi vengono a spiegare che cos’è il riformismo, salvo poi cadere in contraddizione come Fassino davanti a Ostellino.

    P.S. Mauro, dunque eri di sinistra anche tu? Povremmo fondare un partitino e sperare nel mantenimento del proporzionale …

  7. walt
    11 gennaio, 2007 alle 16:26

    Credo che sia in atto uno smottamento i consensi riformisti piuttosto significativo nei confroti dei ds. Ed è giusto che sia così, a mio avviso: se lo meritano. Chi però non merita di avvantaggiarsene è la Margherita, con tutti gli equilibrismi tra le sue componenti interne: sarebbe una beffa alla politica indebolire Fassino per rafforzare … Rosi Bindi! Per non parlare del resto della compagnia …

  8. mauro
    11 gennaio, 2007 alle 22:25

    proprio di sinistra-sinistra non sono mai stato, ma votavo da quella parte.

    d’altra parte con un passato nella Fuci, ci è voluto un po’ per capire come stavano le cose ed uscire dal tunnel…😉

  9. Sergio Vivi
    12 gennaio, 2007 alle 11:09

    Complimenti. Se questo è l’incipit , perché non provi a narrare il seguito?

    A suo tempo, anche altri politici (Ugo La Malfa, ad esempio) auspicavano per il partito comunista lo stesso percorso da te indicato e si dettero abbastanza da fare per promuoverlo. Purtroppo il dna di una ideologia non si cambia.
    Se il riformismo è un’attitudine mentale, la sua pratica è molto difficile.
    Il riformismo si muove al confine fra libertà e necessità. Può avere connotati socialdemocratici, radicali o liberali. Si tratta di trovare soluzioni ai problemi che siano “democratiche” ma non demagogiche.
    Ad esempio, che senso ha liberalizzare il prezzo della benzina alla pompa quando è composto per il 60% dalle accise, per il 33% dai costi di produzione e solo dal 7% per il costo di distribuzione?

    Negli anni ’70 eravamo tutti marcusiani, nel ’90 tutti popperiani, adesso tutti liberalizzatori e riformisti. Ma non bisogna disperare, i riformisti veri rimangono e, anche se sono pochi, tengono aperta una porta.

  10. rob
    12 gennaio, 2007 alle 13:24

    Walter, sono d’accordo con te quando dici “Per non parlare del resto della compagnia …”

    Mauro, anche tu ex-fucino: un’altra cosa in comune.

    Sergio, è vero, non bisogna essere troppo pessimisti. Quei quattro gatti di autentici riformisti che sopravvivono nella sinistra sono un seme di speranza. Infatti, come dicevo, mi è dispiaciuto che Rossi se ne sia andato. Però, diciamo la verità, ci sta bene che qualcuno continui a tenere la fiaccola in mano …. purché sia appunto qualcun altro … Non so se rendo l’idea. Io mi sono stufato, ma se qualcuno ce la fa lo applaudiamo e intercaliamo il nostro dire, come Piero Ostellino, con un “aperta parentesi, Forza Fassino! chiusa parentesi.” Ma io sostituirei, a questo punto, Fassino con Salvati, Morando, Luca Ricolfi, ecc.

  11. ernie
    13 gennaio, 2007 alle 22:34

    saluti
    e

  12. holdenC
    15 gennaio, 2007 alle 18:30

    molto apprezzabile e interessante. sentrilo poi dal punto di vista di chi c’era, fa un altro effetto.
    solo una cosa, a proposito di spes. Se la spes sta nel percorso del citato Sacconi, beh, quasi quasi meglio chiamare il dottor Riccio e staccarla una vlta e per tutte sta cazzo di spina.

  13. rob
    15 gennaio, 2007 alle 22:51

    Ecco, bravo, così se qualcuno poteva avere ancora un dubbio gli hai chiarito le idee.

  14. holdenC
    16 gennaio, 2007 alle 15:16

    perdonami, m’è scappata.

    solo su un dettaglio ti invito a meditare.
    Il tempo.

    tu c’eri all’epoca.
    Già i trentenni di oggi che votano Ds non hanno mai messo la croce sul simbolo del Pci.
    Per i trentenni del 2016 sarà ancora meglio.

    Se guardi al passato (e aggiungo io, al presente) la scelta dei sacconi & C., cioè di far la sinistra albergando a destra (o meglio, albergando su Vega, chè Forza Italia manco un partito di destra è, e per come la vedo io non è manco un partito tout court), può avere una sua comprensibilità. Una scelta che io capisco e rispetto.
    Ma per fortuna si può tentare di guardare al futuro.
    E la politica anche a questo dovrebbe servire.

  15. rob
    16 gennaio, 2007 alle 21:25

    Non preoccuparti, le voci dal sen fuggite sono quanto meno genuine. Comunque, proprio perché non avevo gli occhi rivolti al passato ho coltivato per un po’ di anni la speranza di un cambiamento significativo nella sinistra. E proprio perché voglio guardare al futuro ritengo che Nicola Rossi abbia visto giusto. Come Caldarola.

    Aggiungo una cosa su Forza Italia. Non credo sarà mai un partito (e dunque neanche il “mio” parito), ma questo, considerato cosa sono diventati i partiti, potrebbe essere un titolo di merito. Inoltre una forza politica va sempre valutatanel suo contesto, e rapportata ai suoi avversari. Per l’Unione F.I. basta e avanza. Perché se Berlusconi non è la Thatcher, e F.I. non è il partito conservatore, nessuno dei leader dell’Unione è un Kennedy, e neppure un Mitterrand, e men che meno un Tony Blair. Così come nessuno dei partiti della coalizione prodiana è il Labour britannico, o il parito democratico american, o la SPD tedesca.

  16. Mauro
    17 gennaio, 2007 alle 9:02

    Hai presente quei soldati giapponesi che ad anni di distanza dalla fine della guerra continuavano a presidiare qualche minuscolo atollo in mezzo al Pacifico?
    Ecco, chissà come mi sono venuti in mente quelli…

  17. mauro
    17 gennaio, 2007 alle 9:47

    Ah, avrai letto immagino l’editoriale di Panebianco di sabato scorso, intitolato significativamente “I rinunciatari”.
    Interessante, soprattutto questo passaggio:

    “Domanda: come mai i riformisti hanno rinunciato a combattere? Forse la spiegazione sta nei numeri, e cioè negli eccellenti conti dello Stato. Non solo già prima dell’estate, con il governo appena insediato, era saltato fuori un inaspettato e forte incremento del gettito fiscale, ma ora si scopre addirittura che c’è stato anche un eccezionale miglioramento del deficit italiano: al punto che già per il 2006 l’Italia è scesa sotto il 3% (del rapporto deficit/ Pil, secondo Maastricht). Per inciso, forse i tanti che avevano parlato di «disastro economico» provocato dal governo del centrodestra dovrebbero chiedere scusa all’ex ministro dell’Economia, Tremonti: il disastro, manifestamente, non c’era.

    Ma anche le conclusioni:

    “Forse, semplicemente, i «riformisti» non esistono o sono troppo deboli e dispersi per avere voce in capitolo. Come pensa, appunto, Rossi.
    Forse bisognerebbe dare un’occhiata più attenta alla natura di quei partiti (e alle aspirazioni dei loro militanti e dei loro elettori) che siamo soliti chiamare «riformisti». Se non altro, perché è così che si sono sempre autodefiniti.”

    E che dire della “sfilata” alla Reggia? anzi no, bisogna dire “nelle vicinanze della Reggia”, altrimenti D’Alema si incazza (vedi ieri sera a Ballaro’)…

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