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Martini, Sofri e gli accordi sull’aldiquà

Il post arriva un po’ in ritardo, ma che non mi sia riuscito di provvedere prima non è una buona ragione per rinunciare a segnalare due cose (in una) a cui tengo molto, vale a dire il commento di Adriano Sofri (la Repubblica di ieri) all’intervento di Carlo Maria Martini sul caso Welby (Il Sole-24 Ore di domenica scorsa). Personalmente mi ritrovo abbastanza sia nella riflessione del cardinale sia nella “lettura” che ne propone il commentatore. Interessante anche il riferimento alla recente legge francese, che secondo Martini avrebbe trovato “un equilibrio se non perfetto, almeno capace di realizzare un sufficiente consenso in una società pluralista.” Eccone un passaggio cruciale, cioè l’articolo 6:

Quando una persona, in fase avanzata o terminale di una patologia grave e incurabile, decide di limitare o di sospendere qualsiasi trattamento, il medico ne rispetta la volontà dopo averla informata delle conseguenze della sua scelta… Il medico tutela la dignità del moribondo e assicura la qualità della sua fine di vita somministrando le cure … [stabilite in altri articoli]

Ottima la chiusa di Adriano Sofri: prima esprime vivo apprezzamento per l’approccio del cardinale a questa delicatissima materia (“edificante lettura […] bello poter usare per una volta sul serio l’aggettivo edificante”), poi dice di non sapere

che cosa pensi il cardinale, che qui non ne parla, dell’argomento per cui la vita non è nostra, ma di Dio. Spero che pensi che Dio, anche questo Dio proprietario, preferisca rendere le sue creature responsabili della propria vita, piuttosto che affidarle allo Stato, o alla Chiesa, o a qualche altra concessionaria.

Poi conclude così:

Il resoconto del bell’articolo di Martini sarebbe mutilo se non citassi il periodo che lo chiude, e che nel suo caso non è un orpello retorico. “E soltanto guardando più in alto e più oltre che e possibile valutare l’insieme della nostra esistenza e di giudicarla alla luce non di criteri puramente terreni, bensì sotto il mistero della misericordia di Dio e della promessa della vita eterna”. Si può dunque essere d’accordo sull’aldiquà anche se non si guardi allo stesso modo più oltre.

Sì, credo anch’io che si possa concordare sull’aldiquà … a prescindere da tutto il resto. Qualche giorno fa mi capitava per l’appunto di fare la stessa considerazione su tutta un’altra storia, ma sempre con lo stesso “interlocutore.”

Categorie:bioetica
  1. gianfalco
    23 gennaio, 2007 alle 13:28

    …e poi parlò Ruini, il teo-no.
    ciao
    gianfalco

  2. mauro
    24 gennaio, 2007 alle 9:17

    francamente Martini mi lascia perplesso con queste sue uscite…
    preferisco Sgreccia, che ha giustamente fatto notare come la soluzione non sia la legge francese.
    e ancora meglio Ruini, nella sua prolusione, che ha posto dei paletti precisi per una eventuale legge sul “testamento biologico” se proprio si vorrà fare.

    “… Un punto essenziale, sul quale sembra esservi un ampio consenso, è il rifiuto dell’eutanasia, quali che siano i motivi e i mezzi, le azioni o le omissioni, addotti e impiegati al fine di ottenerla. Al tempo stesso è legittimo rifiutare l’accanimento terapeutico, cioè il ricorso a procedure mediche straordinarie che risultino troppo onerose o pericolose per il paziente e sproporzionate rispetto ai risultati attesi. La rinuncia all’accanimento terapeutico non può giungere però al punto di legittimare forme più o meno mascherate di eutanasia e in particolare quell’«abbandono terapeutico» che priva il paziente del necessario sostegno vitale attraverso l’alimentazione e l’idratazione, come si è espresso nel 2003 il Comitato nazionale per la bioetica. …”

  3. rob
    24 gennaio, 2007 alle 10:36

    Mauro, penso che ancora ua volta si tratti di una questione relativa non alla cosa ma al nome della cosa. Comunque, anche Martini ha lamentato le forzature che ci sono indubbiamente state. L’eutanasia non c’entra niente. Io, almeno, nel mio piccolo, sono assolutamente contrario. E, mi pare, anche il cardinal Martini (et pour cause!). Ciao

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