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Ieri, oggi e domani (riformisti e no)

Oggi Nicola Rossi si è segnalato per una “lettera al Direttore,” sul Corriere, e per la sua presenza, da grande protagonista, al convegno dei Volenterosi. Concettualmente interessante l’appello lanciato dalle colonne del quotidiano milanese: liberalizziamo, almeno un po’, anche il nostro mercato politico (alludendo ad una sana concorrenza tra ministri in materia di liberalizzazioni). L’avesse detto qualcun altro, ci sarebbe di che invocare il silenzio stampa, ma se lo dice lui, che è un tipo piuttosto coerente, si apprezza e basta. In ogni caso vale la pena di dare una letta.

Domani sentiremo e leggeremo cosa si è detto al convegno dei Volenterosi. Rossi ha anticipato che non si vuol fare «né un partito né un movimento, ma essere espressione di un problema». E questo mi sembra molto onesto intellettualmente. C’è un problema, infatti, eccome se c’è. Ce l’ha il centrodestra, ma ce l’ha soprattutto—diciamolo per la milionesima volta—il centrosinistra.

In attesa dei resoconti stampa, ci si può accontentare di ciò che, a caldo, racconta l’Unità.it:

È la sagra del «volemose bene». Destra e sinistra insieme per «una politica che non sia fatta di risse e di chiusure» […] sembra il tavolo degli outsider. Capezzone imbavagliato dai Radicali, Tabacci troppo spesso in disaccordo con il leader Casini, La Malfa, Pomicino e De Michelis, orfani del tempo che fu, Savino Pezzotta dimessosi dalla Cisl per diventare presidente del Consiglio Italiano per i Rifugiati, Polito che vuol ricordare la sua anima riformista. E così via.

Quasi quasi, si direbbe, a leggere lo storico foglio della sinistra il problema non è quello di cui vogliono essere espressione i Volenterosi: il problema sono i Volenterosi, ovvero una “collocazione” almeno dignitosa per personaggi che sono orfani di qualcosa o di qualcuno.

A questo punto potrei anche concludere. Anzi, diciamo che qui finisce il post e che ciò che segue è un’appendice piuttosto “bizzarra”—per usare un’espressione cara a Massimo D’Alema—e al limite poco pertinente. Praticamente, l’ho aggiunta solo perché, mettendo ordine tra vecchi libri e scartoffie varie, per puro caso m’è capitata tra le mani, aperta alla pagina “giusta,” una vecchia rivista (Ragionamenti, n. 54, nov./dic. 1996). A pagina 12, appunto, per documentare un capitolo importante della storia delle diatribe interne alla sinistra italiana, si riportava cosa c’era scritto, alla voce Riformismo, nell’Almanacco del Pci del 1971 (pag. 104). Una passata di scanner, mi son detto, non costa nulla, e poi, via, è sempre bello ricordare come eravamo.

RIFORMISMO
L’involuzione della socialdemocrazia europea negli anni che precedettero e seguirono la l guerra mondiale, portò a profonde spaccature nel movimento operaio; la revisione della teoria marxista sullo stato e sulla natura di classe condusse i capi della socialdemocrazia europea a una politica di collaborazione con i partiti politici della borghesia e con le forze capitalistiche.
Riformismo fu chiamata quindi la politica che perseguiva la introduzione di riforme democratiche nell’apparato e nel modo di funzionamento dello Stato borghese, la quale si tramutò sempre nella smobilitazione della forza del movimento operaio, nel cedimento e nella compromissione pressoché totale di fronte ai piani imperialisti della borghesia. Il termine riformismo nacque e si diffuse quindi nella polemica condotta da quei nuclei rivoluzionari che, pur militando nella socialdemocrazia, si preparavano a fonda re i futuri partiti comunisti: Lenin contro Martynov e Kautsky, Rosa Luxemburg contro Bernstein, Gramsci e Togliatti contro Turati e Treves.
Il riformismo fonda la propria azione sulla concezione evoluzionistica della società capitalistica e nega il carattere di classe dello Stato, di cui invece afferma la neutralità rispetto alla lotta di classe. Concependo gli obiettivi della lotta di massa come semplici obiettivi economici (economicismo) persegue a livello politico una linea di collaborazione con i partiti e le forze economiche del capitalismo, le quali a loro volta utilizzano il riformismo per dividere il movimento operaio.
Il fallimento storico del riformismo e della politica socialdemocratica è chiaro oggi non solo per la perdita quasi totale di una qualsiasi forma di controllo, da parte dei riformisti, sul proletariato e sulle masse popolari, ma anche per l’abbandono esplicito della stessa illusione di una trasformazione del capitalismo, scosso in profondità da gravi contraddizioni, in un capitalismo equilibrato, senza contrasti di classi, fondato sul paternalismo padronale.
Sulla base di questa acquisizione storica, nel nostro Paese, i comunisti hanno sconfitto in questo dopoguerra ogni tentativo di affermare una egemonia riformista sul movimento operaio, chiamando le masse popolari alla lotta, sui grandi obiettivi di riforma e di potere, strettamente legati alla lotta antimperialista e alla costruzione di un nuovo internazionalismo.
[I grassetti sono miei]

Categorie:interni, partiti
  1. holdenC
    30 gennaio, 2007 alle 15:12

    mi son permesso di linkare questo tuo in un mio post. Ciao

  2. rob
    30 gennaio, 2007 alle 15:59

    Grazie, HoldenC. Ho commentato da te. Ciao.

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